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Portieri
Analisi tecnico tattica del portiere nel gioco del calcio: tecnica, tattica, preparazione atletica ed acrobaticità (1^ parte)
Tesi di laurea in Scienze Motorie candidato: Alan Leone
Relatore: Prof. Trucchi Università di Torino

di Alan Leone

 



 

INDICE

Prefazione

I. IL PORTIERE

I.1. Differenze tra il ruolo del portiere e

gli altri ruoli nel gioco del calcio


II. IL PORTIERE NEL SETTORE GIOVANILE

II.1. Evoluzione metodologica nell’allenamento

del portiere

III. ORGANIZZAZIONE DELL’ALLENAMENTO

III.1. Strategie di sviluppo delle capacità di

Prestazione
III.1.1. Ciclo di Supercompensazione
III.1.2. Principi della Progressività

e Variabilità del carico

III.1.3. Principio della durata del

Rendimento

III.2. La programmazione dell’allenamento

III.3. La periodizzazione dei carichi di lavoro

III.3.1. Il Periodo di preparazione
III.3.2. Il Periodo di Campionato
III.3.3. Il Periodo di Transizione
III.3.4. Microcicli e Macrocicli

III.4. La Verifica e Valutazione dell’allenamento

III.4.1. Test di resistenza
III.4.1.1. Il Test di Conconi
III.4.1.2. Prove comparate dei 100 e

400 mt per la daterminazione delle
qualità aerobiche

III.4.1.3. Harvard step test
III.4.2. Test di forza e velocità
III.4.3. Test di mobilità articolare
III.4.4. Test acrobatici
III.4.5. Test tecnico tattici: gli scout


IV. IL PORTIERE PROFESSIONISTA

IV.1. Esercitazioni

IV.1.1. Esercizi per il miglioramento della

Forza di stacco

IV.1.2. Capacità di scatto o velocità di

Spostamento su distanze brevi

IV.1.3. Esercizi per migliorare la

Capacità di scatto

IV.1.4. Rapidità di reazione o prontezza di

Riflesso

IV.1.5. Potenza muscolare generalizzata
IV.1.6. Flessibilità o mobilità articolare “

IV.1.7. Equilibrio
IV.1.8. Agilità e doti acrobatiche
IV.1.9. Coordinazione motoria

IV.2. La Tecnica del Portiere

IV.2.1. Tecnica di difesa
IV.2.2. Tecnica di attacco

IV.3. La Tattica del Portiere

IV.4. Esercizi Tattici per il portiere
IV.5. La seduta di allenamento del Portiere




 




V. LE MIE SEDUTE E LE MIE UNITA
DI LAVORO

V.1. Le mie sedute

Unità di lavoro: 001

Unità di lavoro: 002
Unità di lavoro: 003
Unità di lavoro: 004
Unità di lavoro: 005
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Unità di lavoro: 010
Unità di lavoro: 011
Unità di lavoro: 012
Unità di lavoro: 013


V.2. Il quadrato psicocinetico

V.3. Analisi Tecnico/Tattiche di alcuni portieri

Professionisti


VI. CONCLUSIONI

VI.1. Considerazione personale sulla

preparazione fisico-tecnica dei portieri

con l’accompagnamento musicale

VI.2. Considerazioni sul lavoro eseguito
VI.3. Conclusioni


BIBLIOGRAFIA


 

PREFAZIONE


Erano molti anni che desideravo mettere per iscritto tutte le mie idee e le mie sensazioni, sulla preparazione fisica – tecnica e tattica dei portieri.
La passione per questo ruolo nasce dalla mia esperienza personale e dalla forte influenza calcistica familiare; mio padre ex giocatore, mio fratello giocatore ed io preparatore nonché ex portiere.
Mi ha sempre catturato il fascino di un bel tuffo plastico e di come questo potesse essere insegnato, corretto e verificato.
Grazie alle molteplici discipline sportive eseguite (inizio come ginnasta, arti marziali, danza, ecc.), credo di poter analizzare le singole fasi di un gesto motorio con maggiore chiarezza e di conseguenza andare ad una ricerca più minuziosa dell’errore.
Nelle mie sperimentazioni passate (tesi di diploma), analizzavo come ed in quali risultati, potevo ottenere grandi prestazioni da giovani portieri con l’utilizzo dell’accompagnamento musicale; questo ha suscitato qualche perplessità nell’ambito distrettuale (nord ovest), ma ha approfondito alcuni concetti di capacità di ritmizzazione e di concentrazione.
Purtroppo, non ho mai ricevuto un analisi dettagliata sui miei giudizi tecnici e sulle metodologie di lavoro poiché tutti i miei interlocutori (preparatori di portieri) non sono altro che mediocri ex portieri che eseguono di riflesso ciò che sanno senza avere la minima conoscenza dei tempi, dei carichi, delle metodologie e dei contesti intrinseci alle situazioni di gioco.

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I.1. Differenze tra il ruolo del portiere e gli altri ruoli nel gioco del calcio


Per una persona che si avvicini la prima volta al calcio, appare subito evidente che, nella stessa squadra, esistono almeno due tipologie di giocatori: il portiere e gli altri. Tale differenza è sottolineata anche da un diverso abbigliamento, diverso sia nella sostanza che nell'estetica. Il colore diverso serve a comunicare a tutti, spettatori e direttore di gara, che lui è l'estremo difensore. Il contenuto è finalizzato allo sfruttamento ottimale delle potenzialità fisico-atletiche nonché e soprattutto, alla tutela della integrità fisica.

Le differenze principali sono, a mio modo di vedere, le seguenti:

1) di regolamento
2) tecniche
3) tattiche
4) atletiche
5) psicologiche
6) mediche
7) soggetto prevalentemente passivo


Al punto 1, il regolamento impone che sia possibile riconoscere il portiere in modo immediato e senza possibilità d'errore. Ecco quindi che l'abbigliamento deve essere funzionale ad un'identificazione veloce e, da qui all'utilizzo di un colore di maglia diverso, il passo è breve. Il motivo di quest'identificazione immediata ha dovuto alle maggiori possibilità di comportamento permesse. Egli può toccare il pallone con le mani quando si trova all'interno dell'area di rigore (eccetto particolari situazioni...); ciò gli consente una gamma di gesti tecnici e soluzioni tattiche che vedremo di seguito. Una considerazione: personalmente adoro i colori vivaci o particolarmente appariscenti ma non li utilizzerei poiché sarebbero di molto agevolati gli attaccanti avversari. La raccolta d'informazioni dal campo visivo è più incisiva e precisa con quegli elementi che dispongono di un maggior contrasto. E' logico che se l'avversario mi guarda direttamente mi vede; se la sua focalizzazione è indirizzata ad altri elementi dello sviluppo della situazione ed io rientro nella sua vista periferica, diventa molto più difficile conoscere e valutare la mia esatta posizione.

Il punto 2 è una conseguenza del regolamento che risponde, grossomodo, alla domanda: "Come fare?" Si tratta quindi delle modalità fisico-cognitive rapportate alle caratteristiche morfologiche che portano il portiere ad utilizzare le mani per intercettare il pallone. Tenendo presente che la manualità è molto più naturale rispetto all'utilizzo degli arti inferiori per controllare una sfera, è un vantaggio non indifferente che, ovviamente, è sfruttato. Quindi i gesti tipici del portiere sono diversi da quelli dei giocatori degli altri ruoli: la presa e le deviazioni di mano (nelle varie modalità), il tuffo per arrivare il più distante possibile dal punto di partenza nel minor tempo, sempre utilizzando le mani. Infine le uscite alte, anche in questo caso con l'ausilio degli arti superiori.

Il punto 3 è pure una conseguenza del regolamento che risponde, grossomodo, alla comanda: "Cosa fare?" Si tratta delle modalità cognitive, del vissuto e dei criteri di scelta. Rispetto agli altri ruoli, il portiere agisce prevalentemente in una zona limitata, spesso solo all'interno dell'area di rigore. Raramente esce da questo spazio se non per esigenze puramente di scelta tattica (la propria squadra gioca molto "alta" ed egli copre lo spazio dietro alla linea difensiva. Più si gioca alti, più lo stazionamento medio dell'estremo difensore ha il baricentro lontano dalla porta che difende. In chiave tattica offensiva, ritengo che il portiere partecipi con un solo gesto tecnico: il rinvio finalizzato come lancio su una punta veloce. Ovviamente, la posizione dietro alla linea difensiva, lo porta ad avere una visuale più completa dello sviluppo della situazione. Per questo motivo è colui che impartisce la disposizione contingente durante la gara (nel rispetto di quelle generali date dall'allenatore) ed impartisce "indirizzi tattici comportamentali" ai compagni.

Il punto 4 è una conseguenza diretta del punto 2 e punto 3. Quindi, a differenza degli altri ruoli, molto lavoro alattacido, poco lavoro lattacido e pressoché nulla di aerobico. Molto diverso questo mix atletico rispetto agli altri ruoli.

Nel punto 5 è unanimemente riconosciuta la richiesta del ruolo di una "solidità" psicologica. Essendo l'ultimo uomo, un errore del portiere spesso si trasforma automaticamente in un gol subito. Nel caso di un errore del difensore, l'avversario trova un altro ostacolo (l'estremo difensore, come il termine stesso lo definisce) a sbarrargli la via della rete. Se sbaglia un attaccante si ritiene che non abbia influito. Concordo con quest'affermazione se il soggetto della valutazione stessa è il risultato numerico; non concordo se il soggetto della valutazione è la potenzialità che quell'errore avrebbe avuto sulla partita. Le due situazioni psicologiche più tipiche e negative, a mio parere, sono:

- difficoltà ambientali (quando la stampa e/o la tifoseria è contro per un qualche evento particolare, per esempio si è stati acquistati dal club contro il quale si gioca il derby oppure, in un incontro precedente, vestendo la maglia di un altra squadra, sono sorti "contenziosi" con i tifosi stessi.....)
- conseguenze di un proprio errore tecnico-tattico. In questo caso si pone una prima pressione psicologica immediata molto forte tendente ad abbattere il morale che si contrappone alla successiva esigenza di rimanere concentrato per evitare il tracollo. Dopo la partita si susseguono una serie di pressioni che vanno dal dover giustificarsi o chiedere scusa a compagni ed allenatore per arrivare al "rimuginare" su ciò che si è successo sino alla partita successiva. Nel momento in cui si rientra in campo la pressione psicologica è più alta del solito e, in caso di ulteriore prestazione negativa, si crea una spirale dalla quale è piuttosto difficile uscirne indenni (psicologicamente parlando). E' in ogni caso un argomento molto complesso, difficile da focalizzare in poche righe.

Il punto 6 si evidenzia da solo; gli infortuni tipici del portiere sono le contusioni, le abrasioni e le borsiti. Negli altri ruoli, la fanno da padrona gli infortuni muscolari nonché le patologie e le problematiche del ginocchio.

Il punto 7 ritengo sia la sintesi del comportamento del portiere, perlomeno nel 99% delle situazioni. Ho voluto evidenziarlo a parte rispetto agli altri, pur essendone una componente trasversale, perché ora l'utilizzo a spiegare alcune mie convinzioni tendenti a dimostrare l'esistenza di uno spazio molto ampio di potenzialità non sfruttate o, comunque, non tenute in debita considerazione. Immaginate di osservare una partita. Il portiere è avulso dalla manovra quando la sua squadra è nella metà campo avversaria. Il suo comportamento è tendente a ricercare la migliore posizione geometrica, quindi, anche in questo caso, non influisce sullo sviluppo della situazione ma la subisce. Man mano che lo sviluppo della situazione porta il pallone ad avvicinarsi alla porta, aumenta l'attenzione del portiere e la ricerca più precisa della posizione geometrica. Potrebbe essere chiamato in causa oppure può verificarsi che i propri difensori conquistino palla e ripartano come succede nella maggior quantità di volte. In questa evenienza egli non ha influito sull'andamento dell'azione se non con un eventuale condizionamento dovuto al suo piazzamento (posizione geometrica). Nella ipotesi precedente (cioè se chiamato in causa), sia che il proprio intervento ottenga risultato positivo che negativo, il compito cui deve assolvere è il lancio o il passaggio ad un compagno. Tutta questa gamma di considerazioni porta ad un'altra che ne è diretta conseguenza: il portiere "subisce" in modo molto maggiore l'azione rispetto ai giocatori degli altri ruoli.

In pratica risulta una figura che agisce e reagisce ad una situazione ma che, raramente, agisce sul pallone se non nella fase passiva (cioè palla giocata da altri) e reagisce solo nella fase di rilancio.


Ricapitolando

Lo sviluppo della sequenza logica con l'utilizzo del percorso indicato, ci ha portato ad identificare un aspetto del ruolo del portiere che, ritengo, sia di primaria importanza:

nelle fasi rilevanti della partita, il portiere reagisce a ciò che sono le sollecitazioni degli avversari ed, essendo l'estremo difensore, la sua reazione è individuale più che settoriale. L'obiettivo primario è quello di non subire gol. In pratica, da questo punto di vista, è un "soggetto passivo" .

Ad esempio, pur essendo l'ultimo difensore, il portiere può essere risucchiato dall'azione e trovarsi con un suo compagno alle spalle. Oppure, nel caso di corner con uno o due uomini sui pali, se egli accenna all'uscita, obbligatoriamente non è più l'ultimo difendente. Ciò non toglie che, nella stragrande maggioranza dei casi, quella sia effettivamente la sua posizione..
Arriviamo al punto cui desideravo condurvi:
l'avversario decide le caratteristiche del comportamento tattico (ed in parte anche tecnico) del portiere.
Può essere un tiro forte oppure un cross, una finalizzazione alla destra o alla sinistra del portiere ecc. Al portiere resta da decidere con che gesto tecnico rispondere: se ha molto tempo a disposizione può spostarsi con qualsiasi tipo di corsa ed intercettare il pallone. Se il tempo è limitato diventa indispensabile utilizzare il gesto tecnico più veloce per arrivare sulla traiettoria del pallone prima che lo stesso sia passato.
Qualcosa di analogo succede anche negli altri ruoli. Una prima differenza sostanziale sta nel fatto che, un non portiere, a volte subisce un'azione ed altre volte la esegue lui stesso. E' quindi un'alternanza dei gesti tecnici subiti e proposti. Non solo, la gamma dei gesti tecnici subiti e proposti è, sostanzialmente, la stessa per tutti i giocatori di tutti gli altri ruoli.

Un portiere che possa subire un dribbling affronta l'avversario potendo utilizzare anche il tuffo in avanti con l'impiego degli arti superiori per intercettare il pallone mentre, se il portiere stesso propone un dribbling all'avversario (nel caso di un retropassaggio, per esempio), all'avversario stesso non conviene utilizzare il gesto tecnico del tuffo (anche se non vietato) in quanto può utilizzare solo gli arti inferiori ed il corpo.

La seconda differenza, molto più importante al fine del risultato, è:

superare il portiere spesso comporta una modifica al risultato perché l'azione si trasforma in rete.
Inadeguatezza del modello attuale di redditività della prestazione della squadra?

Tutti questi passaggi intermedi li ho proposti per arrivare a questa constatazione:

- superare un portiere vuol dire quasi gol
- per un giocatore non-portiere, pur superando un avversario, le probabilità di segnare sono notevolmente minori
- un portiere gestisce le fasi rilevanti del suo ruolo subendole
- un giocatore non-portiere dispone di fasi rilevanti sia subendole che proponendole
Ed allora? Allora come mai si conosce quasi tutto di un giocatore mentre di un portiere si studia ben poco? E sì che è molto più redditizio approfittare di "carenze" del portiere che non di altri giocatori. Nel primo caso, come messo in rilievo in precedenza, spesso la conseguenza è un gol.
Prendete una classifica di rendimento annuale dei portieri. Sarà facile rilevare che ai primi posti sono collocati coloro che giocano per le squadre di bassa classifica. E' sbagliata quella graduatoria oppure le valutazioni degli esperti che ritengono molto più bravi portieri che sono a metà classifica?

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II.1. EVOLUZIONE METODOLOGICA NELL'ALLENAMENTO DEL PORTIERE


La competizione favorisce le qualità già acquisite a scapito di quelle in possibile sviluppo, di conseguenza nega la possibilità di nuovi apprendimenti, di sviluppo, di espressione o di manifestazioni di intelligenza.
(Rauch)

La crescita culturale di tecnici ed istruttori, delle loro conoscenze tecniche, metodologiche e didattiche in riferimento all'allenamento, ha convinto molte società calcistiche dell'utilità di uno specialista da affiancare allo staff tecnico che possa garantire un allenamento estremamente curato e mirato alle reali esigenze organiche e tecnico-tattiche del portiere. Si sta vivendo un passaggio che da una superficialità metodologica ci porta addirittura ad una periodizzazione dell'allenamento del portiere all' interno della dinamica del gioco e del gruppo. E' questo un vero rinnovamento dove viene dedicato all'isolato del gruppo, al giocatore diverso dagli altri, un coinvolgimento sempre maggiore col gruppo di lavoro non solo da un punto di vista atletico, ma anche e soprattutto tecnico-tattico.

A grandi linee si possono suddividere gli allenatori dei portieri in due movimenti di pensiero: il primo movimento caratterizzato dal pensiero metodologico che " più un portiere lavora meglio é " ; il secondo, invece, che cerca di tecnicizzare il gesto atletico specifico, in pratica, più che allenare quantitativamente il giocatore, tende a sviluppare sedute di tecnica specifica prioritariamente rispetto alla quantità di lavoro, creando quindi il particolare, le cosiddette sfumature tecniche che certamente possono contribuire a differenziare un bravo portiere da un grande portiere. C'è forse una terza corrente di pensiero, quella in cui si tende a far lavorare il portiere non più in condizioni chiuse e stabili dove ambiente e situazione non mutano, ma in condizioni aperte e flessibili dove le variabili esecutive stimolano continuamente non solo i processi senso-motori ma anche quelli di tipo concettuale-intellettivo. Ed è a questo terzo tipo di movimento che credo di appartenere in seguito ad una esperienza maturata sul campo nonché ad un'ampia documentazione ed anche a conclusioni su alcune importanti considerazioni.

Cosa succede nella mente di un atleta o del portiere durante l'esecuzione di un movimento? Cosa fa la differenza tra l'esperto portiere ed il giovane portiere?

Come motivare gli apprendimenti e le esercitazioni? Su quali situazioni è basato l'apprendimento motorio del portiere? Cosa accade nel portiere quando stabilizza un movimento?

Per poter rispondere a questa serie di domande ed altre ancora che potrebbero emergere in un processo di apprendimento motorio per un giovane portiere o per la preparazione di un portiere adulto, bisogna considerare che lo sviluppo di un soggetto è legato essenzialmente a due fattori: maturazione ed apprendimento. Nello sviluppo, quindi, non potendo intervenire sulla maturazione in quanto evento biologico, si può incidere attraverso la quantità e la qualità degli apprendimenti. Nell'apprendimento il discente deve prestare la giusta dose di concentrazione affinché l'informazione possa giungere a livello di coscienza e venga effettivamente compresa. Dopo aver effettuato la valutazione, si è praticamente conclusa la cosiddetta fase afferente. Inizia ora l'analisi di quelle che Hebb ha definito variabili interventi che corrispondono a tutti quei processi interposti tra lo stimolo e la risposta.

Nell'area 4 di Bordman detta motrice primaria è quella che invia i comandi motori ai muscoli. Nell'area 6, o motrice associativa, inizia la progettazione del movimento e ne viene organizzato il controllo. Una volta eseguito il movimento, il compito del portiere non è ancora terminato perché se la prima esecuzione motoria è imperfetta tenterà di migliorarla; il miglioramento dell'azione motoria richiesta si realizza gradualmente grazie alla ripetizione dell'allenamento. A questo punto nel processo d'apprendimento interviene il feedback psicologico per confrontare il movimento eseguito con il programma progettato a livello centrale.

Con la ripetizione il movimento viene gradualmente regolato fino ad accadere che il soggetto lo stabilizzi prestando sempre meno attenzione. Praticamente il portiere sta automatizzando il gesto e quando diventa automatico è divenuto abilità. A questo punto è chiaro che quando un portiere lavora sullo stesso esercizio o gli stessi esercizi da richiedere un'esecuzione motoria già apparsa precedentemente e passata ad abilità, non c'è alcun tipo di apprendimento e tale prestazione di tipo senso motorio servirà esclusivamente a sollecitare solo alcune qualità organiche dell'atleta.

Questo succede quando il miglioramento del gesto avviene attraverso una serie di ripetizioni stereotipate o chiuse. Per il portiere, in questo caso, il movimento automatizzato difficilmente potrà essere scisso in sottoprogramma e potrà utilizzarlo solo globalmente; se vorrà utilizzarne solo una parte incontrerà notevolissime difficoltà ed impiegherà moltissimo tempo. Se il perfezionamento del movimento viene costruito in modo aperto, flessibile, variabile, versatile, il portiere potrà scomporlo in sottoprogrammi e potrà adottarlo alle situazioni più diverse. Esempio pratico: se alleno il portiere sull'uscita in presa alta ripetendo in forma stereotipata il gesto, egli acquisisce un'abilità chiusa che dovrà essere resa variabile altrimenti non c'è più apprendimento e durante la gara l'azione sarà ripetuta come nell'addestramento. Rendere aperta una situazione vuol dire variare il gesto. Essendo il gioco di squadra una disciplina situativa a variabili aperte, l'addestramento deve rispecchiare fedelmente queste priorità proponendo variabili spaziali, temporali, tattiche, qualitative, quantitative e situazioni di gioco che ripetono in forma reale quello che succede o potrebbe succedere in una fase di gara. E' da considerare infatti che portieri evoluti non abituati ad esprimere tecnicamente alcuni gesti motori dovuti a modifiche del regolamento, hanno incontrato maggiori difficoltà d'apprendimento rispetto ai principianti che si sono apprestati ad eseguire per le prime volte lo stesso movimento.

Va comunque detto che sia il metodo delle ripetizioni stereotipate che quello delle ripetizioni in situazioni variabili sono due itinerari ugualmente validi ma in contesti diversi. Es: se un giovane portiere di otto/dieci anni ha appena iniziato una fase di istruzione tecnica sul lanciare, ha tutto il diritto di provare a lanciare in tutti i modi possibili ed immaginabili perché sta costruendo il proprio bagaglio motorio. Al contrario un portiere evoluto che possiede già un bagaglio motorio adeguato, deve migliorare attraverso la ripetizione il reclutamento delle unità motorie per effettuare un lancio sempre più lungo e preciso. Detto ciò è chiaro che per un portiere (od un atleta in generale) apprendere non è mai diventare capaci di ripetere lo stesso gesto, ma fornire con mezzi diversi una risposta adatta alla situazione. In base alle sue conoscenze il portiere deve imparare ad ottimizzare la sua azione pratica. In situazioni pratiche bisogna che esista a rmonia tra sapere, volere e potere . Il portiere va edotto! L'istruzione e la situazione insegnano.

L'esperto portiere di calcio (il nostro obiettivo) esce su un pallone in presa alta e nello stesso tempo valuta le strategie di comportamento prevedendo dove compagni ed avversari si troveranno nel giro di qualche attimo. Questo non è altro che strategia: capacità di conduzione diretta che l'atleta acquisisce per controllare le operazioni di intervento, di apprendimento, di riflessione. Controlla il movimento. Una delle differenze principali tra bravissimi e meno bravi è il grado ed il tipo di implicazione cosciente prima, durante e dopo la prestazione motoria. (cfr. Singer).

Un sistema stereotipato di agenti di eccitazione, secondo lo schema classico, produce un sistema stereotipato di processi nervosi (allenamento in condizioni chiuse: routine). Quindi si può supporre che un'alterazione degli agenti stimolatori ed il cambiamento delle condizioni standard nelle quali viene rielaborato lo stereotipo motorio porti alla sua distruzione, per cui l'elaborazione dell'abilità tecnica diventa più difficile.

Invece è proprio la variazione delle condizioni che porta ad una maggiore precisione ed esecuzione dell'abilità di quella ottenuta mantenendo una stretta costanza delle condizioni di allenamento.

La presa di decisione, la determinazione del portiere sul suo comportamento, su come agirà, avviene in base alla sua anticipazione della situazione. Prendere una decisione è collegato con l'anticipazione dettagliata del risultato d'azione del suo problema. Un portiere può in certe situazioni uscire su di un cross per una presa, una deviazione, un'uscita bassa; può parare o respingere in base alla variante che gli sembra ottimale anticipando in frazioni di secondo quelli che sono i possibili tiri o cross e le reazioni dei suoi compagni o avversari.

Il suo comportamento si basa su di uno stretto collegamento tra anticipazione della situazione ed anticipazione dell'obiettivo e del programma, dove sono incluse tutte le condizioni esterne (compagni, avversari, palla, ecc.) e traiettorie della palla (senso motorio).
Quando un giocatore con un chiaro contromovimento tira in porta, il portiere anticipa nei suoi parametri spazio-temporali il movimento del tiro che eseguirà, il movimento della palla e lo inserisce nel suo progetto d'azione. Ciò gli permette di reagire tempestivamente ed eventualmente di parare il tiro. Invece è difficile che possa raggiungere un pallone che gli arriva teso e che vede solo quando è già in volo perché era coperto da compagni od avversari o perché il segnale preparatore al tiro avviene quando il portiere è obbligato a valutare la traiettoria di un cross dal suo punto di partenza. Questo spiega l'aumento del tempo di reazione nelle fasi di analisi ed elaborazione, da parte del portiere, dei segnali in arrivo e, di conseguenza, un accorciamento della fase di selezione delle possibili soluzioni da adottare, che già sono ridotte a causa delle minori esperienze di simili circostanze. E' probabile che il portiere si rifugi in una risposta istintiva che risulterà tanto più infruttuosa quanto minore è il tempo per cogliere i segnali preparatori.

Come si interviene in questi casi?

Nel primo caso (in cui il portiere percepisce che il giocatore con un contromovimento sta tirando in porta ed anticipa nei suoi parametri S/T il tiro e la palla inserendoli nel suo movimento) durante lo svolgimento di esercitazioni senso-percettive, l'attenzione del portiere non deve essere rivolta alla sola palla che, prima di essere calciata, non fornisce elementi di analisi obiettiva sulla sua successiva traettoria. L'attenzione deve essere mobilitata sul contesto più ampio palla-calciatore, in quanto l'informazione significativa sulla parabola che seguirà la palla è già presente nella gestualità di colui che la sta calciando.

Il portiere che "para d'istinto" o che ha "ottimi riflessi", sono espressioni che hanno significato pregnante solo nel secondo caso citato, cioè quando il portiere dà inizio ad una fenomenologia che sortirà in una parata solo al momento in cui la palla lascia il piede del calciatore.

Quando mancano i segnali che preparano il portiere ad un intervento la situazione per l'estremo difensore è difficile e nelle esercitazioni bisogna proporre attività dove la palla è assente dal campo visivo centrale, ma può entrarvi da qualsiasi lato; la palla è all'interno del campo d'attenzione del portiere ma, nella zona periferica, possono inserirsi compagni o avversari ; ci sono più palloni nel campo visivo del portiere con altrettanti giocatori che possono tirare in porta; ci sono porte multiple da difendere sistemate parallelamente o in linea dove il processo motorio, innescato dal primo portiere dà inizio all'intervento dell'altro portiere.

La misura con la quale un portiere, dunque, riesce ad inserire correttamente nel proprio programma l'azione degli avversari, dei compagni di gioco, il movimento della palla od in altre circostanze a ridurre i tempi di reazione che danno inizio ad un processo d'intervento quando mancano tutti i segnali preparatori, dipende dall'esercizio e dalla qualità dell'allenamento svolto.

Da quanto si è detto si evince che la capacità è una serie specifica di risposte motorie a segnali particolari in determinate situazioni, l'abilità è invece un aspetto generale che contribuisce al successo nella prestazione di molte attività. La capacità è in funzione dell'input (ricezione ed analisi dell'informazione), dei processi centrali (controllo e decisione) e dell'output (funzioni motorie). La capacità si può descrivere sotto il profilo della velocità, della precisione, della forza, dell'efficienza e della adattabilità o di una loro qualsiasi combinazione. Es: la capacità di un portiere può essere quella di tuffarsi nella forma, nell'efficienza, nel tempo e nella posizione giusta tra le gambe di un attaccante lanciato a rete; l'abilità dello stesso portiere è il successo più o meno ottenuto dalla prestazione (capace di tuffarsi sulle gambe e abile nello strappargli la palla ; capacità motoria di precisione spazio-temporale, forma, ecc... abile a conseguire lo scopo).

Infatti spesso dico che un portiere efficiente può anche essere poco efficace. L'allenamento dovrebbe accostarsi quanto più possibile alle situazioni di gara e non ad attività artificiosa che sopprimono capacità a scapito di altre. L'allenamento che si trasforma troppo in routine è noioso. Bisogna ravvivare l'ambiente mostrando interesse al progresso degli atleti.(Singer). Nell'acquisizione di molte capacità motorie i segnali visivi (soprattutto nelle fasi iniziali) sono segnali sensoriali molto importanti. La vista raccoglie più del 60% delle informazioni che percepisce il nostro corpo ed è per questo che dubito dell'efficacia e dell'efficienza di alcuni esercizi nei quali il portiere si esercita con gli occhi bendati. Ciò serve solo a migliorare le capacità acustiche dell'atleta o quelle plantari e labirintiche. Un portiere che deve effettuare una parata con occhi bendati avendo come riferimento il rumore del rimbalzo e facendo appello al suo intuito ha più senso in uno spettacolo circense che in un addestramento mirato alla disciplina sportiva.

I segnali cinestetici sono importanti, ma entrano in causa quando la capacità appresa è a livelli superiori di progresso e vengono sollecitati per migliorare nell'atleta le informazioni che provengono dal corpo eliminando in questo caso un organo di senso capace di "inquinare" in certi casi tali informazioni. (Es: le vertigini).

Il portiere deve essere rapido, agile, forte e coraggioso.

L'abilità nel controllare il peso del corpo, reagire e muoversi rapidamente in funzione della palla sono requisiti indispensabili. Deve avere una buona concentrazione e l'abilità di anticipare un tiro od una deviazione. In quest'ultimo caso (quando viene anticipato un tiro), la sua posizione deve essere la più bassa possibile. Più bassa è la posizione, maggiore è la flessione di anche, ginocchia e caviglie, maggiore è l'allungamento dei muscoli che può essere impiegato in un movimento più rapido. Il piede di stacco per una parata in tuffo o una deviazione è quello interno (il più vicino alla palla) in quanto l'inclinazione del corpo verso la palla fa sollevare il piede esterno prematuramente. Invece ritengo che (a differenza di quanto si legge) i piedi del portiere debbano essere puntati in direzione della palla anche sui calci d'angolo (quindi paralleli alla linea di porta) e cambiare posizione man mano per seguirne la trai ettoria.

Il portiere in questa situazione (calcio d'angolo) non dovrebbe avere i piedi ad angolo retto perché anche se questa posizione aiuta a muoversi verso il campo, impedisce il movimento d'attacco in presa verso la palla, in quanto il piede perpendicolare alla linea di porta ha poca forza in questa posizione.

Il maggior numero dei salti in presa alta vengono eseguiti staccando con un solo piede perché lo stacco così effettuato è più rapido (il movimento di stacco con entrambe le gambe permette d'elevarsi di più, ma è meno rapido del precedente).

I portieri del settore agonistico della società di calcio PRO VIGEVANO lavorano su di una programmazione (divisa in mesocicli) composta da ben 259 esercizi tutti strutturati in maniera diversa che interessano la destrezza, la reattività, l'acrobatica, l'equilibrio, l'orientamento e situazioni di gioco. Inoltre altre innumerevoli esercitazioni oltre a quelle citate danno spazio alla tecnica di base offensiva e difensiva. Altre ancora servono per il miglioramento organico.

Le esercitazioni sono frutto di una vasta bibliografia ed un'ampia documentazione in merito traendo spunto anche da scuole europee.


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III.1. L’ORGANIZZAZIONE DELL’ALLENAMENTO



III.1.1. Strategie di sviluppo delle capacità di prestazione

III.1.2. Ciclo di supercompensazione

Si tratta di un’ipotesi teorica che ha inciso profondamente nell’evoluzione della programmazione degli allenamenti. Sia i fisiologi che gli allenatori a diretto contatto con gli atleti hanno fatto proprio il concetto che: i carichi di lavoro che vengono effettuati in sede di allenamento non sortiscono i loro effetti seduta stante. In altre parole, ad una causa non è possibile provocare un immediato effetto. Il lavoro fisico (e intellettuale) viene ripagato mediante una elevazione del rendimento, ma tale risultato richiede tempo.
Lo studioso Jakowlew ha dato una perfetta spiegazione di questa “reattività fisiologica”, che ha mirabilmente riassunto nel concetto del ciclo della supercompensazione (Harre, “Teoria dell’allenamento” S.S.S. – Roma). In sintesi al carico di allenamento si ha il successivo calo di rendimento, che viene espresso come periodo di affaticamento. uest’ultimo, però, è il precursore di un successivo incremento prestativo che si definisce supercompensazione.

III.1.2. Principio della progressività e variabilità del carico.

Ad ogni miglioramento della prestazione occorre elevare e/o variare il carico. In questo modo gli stimoli che provochiamo mediante l’allenamento si mantengono efficaci. Quindi il carico dev’essere in crescente. Se invece l’intensità e la durata d’allenamento rimangono constanti, induciamo ad una sorta di assuefazione dell’organismo, da cui deriva un abbassamento, seppur lieve, dei valori prestativi.

L’allenamento va inteso come un continuo dialogo con se stessi e, poiché il conseguente rapporto stimolo-adattamento sia efficace, necessita che l’equilibrio psico-fisico sia volutamente “rotto”. Tale situazione induce ad un nuovo sforzo di adattamento psico-organico. Ora, se la stimolazione è troppo intensa, l’atleta non riuscirà a ricomporre la sua armonia psico-organica, che si manifesta con la supercompensazione. Il periodo di affaticamento sarà lunghissimo o addirittura non ripristinabile per le partite ufficiali. A ciò si assocerà lo sconforto emotivo dell’individuo. Se, al contrario, si propone in sede di allenamento delle stimolazioni troppo esigue, non si produrrà un affaticamento consistente e quindi nemmeno il relativo calo prestativo. A quest’ultimo, però, non seguirà nemmeno la supercompensazione che corrisponde al miglioramento della forma.
Il succo del problema nella pianificazione dell’allenamento sta nel proporre stimoli sempre nuovi e crescenti, però pur sempre assimilabili dall’organismo.

III.1.3. Principio della durata del rendimento.

Con il presente argomento mi propongo di dare una risposta al quesito: “Per quanto tempo i giocatori dispongono della supercompensazione prodotta dall’allenamento?”

Il mantenimento della capacità di prestazione dipende dal tipo di allenamento svolto. Più in particolare, la durata della forma è direttamente proporzionale al periodo di tempo impiegato per raggiungerla. Allora, gli allenamenti che richiedono un lungo tempo prima di indurre la supercompensazione, hanno un conseguente prolungato periodo di forma. Vice versa, le esercitazioni che provocano immediati incrementi prestativi, si caratterizzano per una rapidissima perdita della forma raggiunta. Quest’ultima strategia di allenamento necessita di continui “richiami” anche nel corso del periodo di campionato, per mantenere i livelli prestativi elevati. In riferimento al quesito: “Quali sono le esercitazioni a lunga scadenza e quali quelle a breve”? bisogna prendere in considerazione i concetti di durata ed intensità dello stimolo. In sintesi, le esercitazioni mirate all’intensità sortiscono immediati ma brevi aumenti prestativi. Al contrario le esercitazioni che perseguono un notevole volume di lavoro, hanno effetti a lunga scadenza ma prolungati. Riguardo alla questione: “tipo e quantità degli stimoli” nessuno può proporre delle percentuali attendibili a priori, poiché queste sono estremamente fluttuanti in funzione: 1) degli scopi, 2) del singolo individuo, 3)del periodo. In questo obiettivo dovremo avvalerci sia dell’uso del test, che dello spirito di osservazione, oltreché della sensibilità personale.
Ai fini della programmazione è inoltre necessario avere il concetto di densità dello stimolo. Esso si definisce come il rapporto tra l’intensità dei carichi e l’unità di tempo. In altri termini esso corrisponde all’armonizzarsi di fasi di lavoro e fasi di recupero.
Ritengo a questo punto di possedere dati e concetti a sufficienza per potermi cimentare nello studio della nello studio della programmazione dell’allenamento.

III.2. LA PROGRAMMAZIONE DELL’ALLENAMENTO

Le esercitazioni si dividono in :

1) esercitazioni generali,
2) esercitazioni specifiche,
3) esercitazioni di gara.

1) Tra le prime includo quelle attività che hanno degli obiettivi globali. Esse agiscono sulle capacità motorie, senza perseguire degli scopi mirati esplicitamente alle necessità di competizione. Il proponimento di questo tipo di attività si rende indispensabile in particolare riferimento ai giovani, per i quali sono basilari l’acquisizione della completa disponibilità del proprio corpo e la versatilità alle situazioni nuove

2) Le esercitazioni specifiche, invece, attivano in maniera estremamente precisa le qualità fisiche dominanti necessarie per disputare la partita di calcio. Oltre a ciò, le stesse sono indirizzate ai distretti muscolari o, meglio, alle catene cinetiche più per il calciatore.
3) Infine le esercitazioni di gara, comprendono l’impiego dei gesti o delle sequenze tipiche della partita. Tra queste abbiamo: partite amichevoli, partite ufficiali (che non dimentichiamo sono determinanti sono determinanti per il mantenimento, oltre all’entrata in forma dei livelli di prestazione), partite a ranghi ridotti, riproduzione di sequenze di gioco.

Un primo quesito a cui occorre dare risposta in sede di programmazione è: “quali sono le qualità fisiche essenziali per il calciatore?”

III.3. LA PERIODIZZAZIONE DEI CARICHI DI LAVORO

In relazione all’annata calcistica, distinguiamo:

- il periodo di preparazione,
- il periodo di campionato,
- il periodo di transizione.

III..3.1. Il periodo di preparazione
Considerate le esigenze del campionato, il tempo in cui le nostre squadre possono cimentarsi in questa fase è senz’altro decurtato rispetto all’ottimale. Premetto che a riguardo del settore giovanile, questa è una circostanza estremamente negativa, poiché allenatori e preparatori devono ottenere dei risultati immediati. A questa realtà, si oppone il principio fondamentale che il lavoro rivolto ai giovani deve avere degli obbiettivi a lunghissima scadenza. Questo è il pensiero corretto per ottenere dalle categorie giovanili non dei campioncini, dei futuri adulti dotati di totale disponibilità fisico-motoria. In questi contesti, anziché proporre un unico e interminabile campionato, sarebbe più razionale organizzare molteplici tornei di breve durata ciascuno. In questo modo si avrebbe la possibilità di lavorare rispettando la biologia e la psicologia delle persone che stanno crescendo, poiché saremmo svincolati dagli impegni delle partite “ufficiali” che si susseguono ogni settimana. Chiudendo questa parentesi, anche nei campionati sia dilettantistici che professionistici il periodo di preparazione è molto breve. Se ci si vuole rendere pienamente conto di ciò, sarà sufficiente pensare al tempo che in atletica viene riservato al periodo di preparazione: è enormemente superiore rispetto al calcio. Allora, nel contesto del football (più corretto parlare di “soccer” in quanto football è il termine riferito al calcio americano), per come sono strutturati gli incontri ufficiali (campionato), occorre introdurre ampiamente sin dalle prime fasi di preparazione delle esercitazioni specifiche. In pratica ci dovremo preoccupare di iniziare, addirittura dalle prime sedute di allenamento, l’attivazione delle qualità essenziali del calciatore. In tutti i momenti della preparazione, il gesto di gara deve rientrare a pieno diritto nei progetti di lavoro attraverso le insostibuili combinazioni giocose.
Quest’ultime, a seconda della sensibilità dello staff allenatori-insegnanti di educazione fisica, devono collegarsi in maniera interdisciplinare con i motivi prettamente fisici.
In questa prima fase lo sforzo aerobico non va considerato come il lavoro fondamentale delle sedute, ma come meccanismo che viene sollecitato indirettamente nelle fasi di recupero attivo e di defaticamento. Riteniamo invece che le doti lattacide devono essere sviluppate con impegno, oltre alla capacità di forza massimale. In un tempo immediatamente successivo, cominceremo a stimolare la velocità e la rapidità. È altresì necessario proporre frequentemente le metodiche di attivazione della capacità di massima escursione articolare ed estensibilità muscolare, che unitamente alla ginnastica acrobatica, rappresentano un valido mezzo di prevenzione degli infortuni. In particolare, nella parte finale del periodo di preparazione è inderogabile che i giocatori si trovino nella parte ascendente della curva di supercompensazione. Ciò permetterà ai componenti della squadra di disporre dei vantaggiosi adattamenti indotti dal precedente lavoro, sin dalle prime partite di campionato. Nel periodo di preparazione c’è spesso la tendenza a voler fare troppe cose. Come risultato, si verifica che i carichi di lavoro si assommano tra di loro e, in pratica, il lavoro programmato di forza veloce si trasforma in forza resistente. Analogamente, lo sviluppo della velocità diviene una stimolazione in termini di resistenza di velocità. Con siffatti presupposti negativi, l’allenamento, che sappiamo deve oscillare in maniera proporzionata tra intensità e volume, diviene solo di volume. “In campo avremo dei cavalli da tiro e non dei cavalli da corsa”. In sede di preparazione occorre capire che è sbagliato proporre degli allenamenti che, seppur corretti nella sostanza, sono mastodontici in riferimento al volume di lavoro ed ai tempi di smaltimento della fatica. Non si può calcare la mano più di un dato limite, tanto più che il riposo contribuisce all’aumento di prestazione alla stessa stregua dei carichi di lavoro. Si deve fare nostro il concetto che per il periodo di campionato occorre aver raggiunto un certo ritmo di forma, che si esplica nella routine degli allenamenti, i quali gravitano sull’andamento delle partite e non viceversa. In conseguenza, nella fase di preparazione dobbiamo indurre con la massima sollecitudine l’acquisizione dello stato di allenamento.

III.3.2. Il periodo di campionato
L’obiettivo, in questa fase, consiste nel portare i giocatori allo stato di forma mediante la ritmizzazione tra carichi e momenti di recupero, che sono in funzione delle partite settimanali. Si rendono peraltro necessari dei richiami di F veloce ed attivazione delle doti lattacide, per riuscire perlomeno a stabilizzare le supercompesazioni ad essi relative, ottenute nel precedente periodo. Le esercitazioni di rapidità e velocità e massimali sono fondamentali in questo periodo, poiché, oltre a sviluppare le omonime qualità fisiche, presentano dei tempi brevi di smaltimento della fatica. Occorre assolutamente evitare quei carichi di lavoro che non possono essere compensati in tempo utile per le partite ufficiali. Se però ci troviamo nella situazione di dover elevare assolutamente il livello di prestazione, vuoi perché la preparazione è stata insufficiente, vuoi perché per motivi esterni dobbiamo innalzare il ritmo agonistico dei nostri giocatori, suggerisco la seguente strategia programmativa. Nella settimana precedente gli incontri facili occorre incrementare i carichi di lavoro. Al contrario, in preparazione di partite molto impegnative è razionale che gli allenamenti vengano “alleggeriti”. Inoltre, conviene approfittare di tutte le soste ed interruzioni del campionato, per elevare il volume di lavoro mediante attivazioni a più lunga scadenza.

III.3.3. Il periodo di transizione
È il periodo che intercorre dalla fine del campionato sino alla preparazione i vista dell’annata calcistica seguente. Tale tempo deve essere impiegato come una sorta di scarico psicologico ed emotivo delle tensioni accumulate durante il campionato. Occorre però non fraintendere i termini e rimanere in uno stato di vergognosa inattività fisica, magari approfittandone per “foraggiarsi” con quantità enormi di cibo e sbronze notturne. Il riposo, anche in questa circostanza, dev’essere attivo. Sono particolarmente indicate tutte quelle attività affini nella motricità al calcio quali: il tennis e la pallavolo, che tra l’altro attivano il senso del tempo sulle parabole della palla. In ogni caso, gli sport distensivi, quali golf, nuoto e… corsa dietro alle minigonne, sono senza dubbio indicati. In particolare sono molto convenienti le attività ricreative scalzi, quali i tornei di pallavolo sulla sabbia, poiché hanno effetti eccezionali sulla muscolatura del piede, che sappiamo è importantissima nella efficacia di tutti i movimenti tipici del calciatore. Inoltre, cimentarsi in questo periodo in una seppur breve ma quotidiana ginnastica di allungamento, costituisce un efficace sistema di prevenzione degli infortuni. Una brillante iniziativa è quella di partecipare ad un corso di ginnastica acrobatica; i risultati futuri sarebbero certamente apprezzabili. È opportuno quindi dire che in questo periodo è conveniente partecipare ad attività gioiose e spontanee, lasciando da parte quelli che sono i duri e stressanti allenamenti.


III.3.4. Macrocicli e microcicli

Oltre al ciclo annuale, che si compone dei periodi di: transizione, preparazione e campionato, dobbiamo considerare dei tempi più brevi di programmazione del lavoro

¨ I macrocicli costituiscono i progetti di allenamento che si svolgono nell’arco di 4,6 settimane. Mediante i macrocicli si alternano i carichi di lavoro coi momenti di recupero in funzione di particolari impegni competitivi. Ad esempio, se un certo momento del campionato la nostra squadra deve disputare delle partite estremamente importanti (qualificazioni, finali, ecc.), anticiperemo queste situazioni al macrociclo. Ribadisco il concetto fondamentale che una partita importante non va preparata ad iniziare dalla settimana precedente, occorre programmare un tempo di allenamento certamente non inferiore alle 2 settimane. Da ciò, però, ne deriva che la partita immediatamente precedente a quella più importante venga trascurata; infatti nel 1°incontro disputato i giocatori risentiranno dell’accumulo di fatica. Quest’ultima, in ogni caso, sarà completamente smaltita nel 2° match , in cui, invece, gli atleti disporranno della supercompensazione provocata. In pratica i nostri calciatori saranno perfettamente “pimpanti” in vista dell’incontro più importante. Possiamo quindi riassumere che il macrociclo ci consente di innalzare con razionalità il livello prestativo in riferimento ad un dato periodo.
¨ Il microciclo corrisponde alla pianificazione del lavoro settimanale. Esso ci permette di risolvere in sede di allenamento eventuali inconvenienti, quali infortuni e situazioni soggettive impreviste dalla programmazione a più lunga scadenza. A livello del macrociclo è necessario stabilire con assoluta precisione quando inserire gli allenamenti realmente affaticanti e quando quelli di scarico. Inoltre aggiungo che nell’ambito del microciclo gli allenamenti specifici di forza, rapidità e velocità devono essere eseguiti quando i giocatori non sono affaticati. In caso contrario non si raggiungerebbero gli scopi prefissati.
¨ Termino l’argomento programmazione discutendo della più breve unità di lavoro: la seduta d’allenamento. Essa in sintesi consta di: riscaldamento, fase centrale e fase conclusiva. Il riscaldamento, che non deve prolungarsi per un tempo eccessivo, si compone di un’attività aerobica e, in un tempo successivo, anaerobica alataccida ad intensità non massimale. Si può scegliere se effettuare della corsa semplice o delle esercitazioni col pallone. A questo riguardo, ritengo che sia sempre preferibile avvalersi di situazioni di gioco svolte in scioltezza fisica, ma pur sempre con elevata concentrazione mentale in riferimento ai quesiti psico-tattici. La fase conclusiva del riscaldamento deve essere caratterizzata dall’attenta pratica della ginnastica di allungamento. Essa è l’attivazione preliminare alla fase centrale. Quest’ultima, in pratica, è caratterizzata dallo svolgersi dei contenuti fondamentali che ho inserito nella programmazione. Ritengo rilevante sottolineare che le esercitazioni di intensità devono precedere quelle di quantità (o volume). Ciò significa che gli allenamenti di forza o velocità massimali non devono essere successivi a sforzi lattacidi, quali partite a ritmi elevati o ripetute con accumulo di lattato. Evidentemente tale situazione può essere razionalmente contraddetta se si decide volontariamente di sviluppare resistenza di forza o di velocità, in seguito ad esigenze strategiche di gioco. La fase conclusiva deve consistere di esercitazioni poco intense ma prolungate, simili a quelle impiegate nel riscaldamento. In questo modo si favorisce lo smaltimento della fatica accumulata. Riguardo alla ginnastica di allungamento, nelle battute conclusive della seduta la metodica più indicata è lo stretching, che dev’essere svolto ad intensità blande. In questo momento dell’allenamento si sconsigliano le esercitazioni dinamiche di stiramento.

III.4. LA VERIFICA E LA VALUTAZIONE DELL’ALLENAMENTO

La razionale programmazione del lavoro, necessita che si disponga di verifiche per potere valutare l’efficacia degli allenamenti svolti. Ciò, inoltre, si ricollega con la successiva organizzazione delle attività. Si tratta di una operazione fondamentale per riuscire a personalizzare l’allenamento in riferimento alle necessità del gioco collaborativo. Le verifiche, in pratica, si attuano mediante i test. Esistono innumerevoli tipi di test per il calcio, che essenzialmente si dividono in prove di laboratorio e prove sul campo. Sono dell’opinione che i test relativi alle doti fisiche devono rientrare nella visione d’insieme del calciatore. In altre parole i test di resistenza, forza, velocità ed ampiezza muscolo-articolare ci devono servire per valutare in maniera attendibile la capacità di prestazione calcistica in senso totale. Ad esempio, se un giocatore non si smarca a tempo durante le partite, può darsi che egli sia o senza fiato (cioè a corto di preparazione), o che non sappia recepire l’esatto tempo di smarcamento, oppure che sia carente di entrambe le doti. Da questo concetto che scaturisce dal moderno concetto di interdisciplinarietà, suggerisco per i calciatori l’utilizzo comparato e integrato di:

- test condizionali,
- scout tecnici,
- scout tattici,
- capacità di sintesi, spirito osservativo e sensibilità personale dell’allenatore.

Quando fare i test? Ritengo opportuno il loro rilevamento ad inizio del periodo di preparazione e, successivamente, con una periodicità di una volta ogni due mesi, in modo da ottenere i seguenti obiettivi:

- conoscere lo stato di forma,
- stabilire i carichi di lavoro,
- verificare gli effetti degli allenamenti,
- riprogrammare gli allenamenti.

In ogni caso, gli allenatori non devono incorrere nel rischio di praticare troppo frequentemente i test, poiché essi rappresentano un non indifferente dispendio di tempo e di energie. Inoltre, se eccessivi, costituiscono un affaticamento psicologico considerevole, che diminuisce la disponibilità dei calciatori ad allenarsi con entusiasmo.

III.4.1. Test di resistenza

III.4.1.1. Il testi di Conconi
Esso serve per valutare la soglia anaerobica e quindi la potenza aerobica, oltre alla capacità aerobica. In base ai risultati del presente test si possono:
- organizzare dei gruppi di lavoro tra giocatori che hanno simili doti aerobiche,
- determinare l’intensità e il volume di lavoro

Il test Conconi si rifà al principio che l’intensità dello sforzo e la frequenza cardiaca stanno in un certo rapporto di linearità, fintanto che si rimane al di sotto della soglia anaerobica e, quindi, si sfrutta l’energia prodotta dal solo meccanismo aerobico. Invece, nel momento in cui lo sforzo richiede l’innesto (l’entrata in funzione) dei processi anaerobici, tale linearità del rapporto non viene più mantenuta. In forza di tale principio, si stabilisce il momento di innesto dei meccanismi anaerobici e quindi la potenza aerobica attraverso la correlazione tra produzione di lavoro e battiti cardiaci. In pratica, si invitano i giocatori a correre ad una crescente velocità, finche, per tentativi, non si constaterà un improvviso e non lineare innalzamento della frequenza cardiaca. Ciò significa che tale velocità, in riferimento all’atleta in esame, è il valore d’innesco del meccanismo lattacido. Quindi, l’andatura immediatamente inferiore è corrispondente alla potenza aerobica. Essa è un dato essenziale per potere programmare con precisione il lavoro aerobico, anaerobico e misto che si ritiene più opportuno.

Esecuzione del test di Conconi:
Occorre in primo luogo tracciare un percorso circolare, eventualmente attorno al campo di calcio, che suggerisco della lunghezza di 400 m. Si invitano i giocatori a correre la distanza mantenendo delle andature costanti. La velocità dapprima è molto bassa, intorno ai 2’00” – 2’20” per 400 m, che corrisponde approssimativamente a poco più di 10 Km/ora. Al termine di ogni giro, viene rilevata la frequenza cardiaca e si riprende a correre il 400 m seguente in modo che il tempo sia di circa 5 secondi inferiore. Quindi, se il primo giro è stato di 2’20” il secondo sarà di 2’15”, il terzo 2’10”, il quarto di 2’05”, il quinto di 2’00”, il sesto di 1’55”, il settimo di 1’50”, l’ottavo di 1’45”, il nono di 1’40”, il decimo di 1’35”, l’undicesimo di 1’30”, il dodicesimo di 1’25”, ecc..
Se si riesce a disporre del cardiofrequenzimetro (è un’apparecchiatura che misura i battiti del cuore senza dover interrompere la corsa del giocatore), le operazioni verranno rese molto più semplici, poiché ad ogni variazione di ritmo avremo simultaneamente la frequenza cardiaca relativa. In quest’ultima evenienza potremo più convenientemente rilevare i battiti ogni 200 m anziché 400 m.

III.4.1.2. Prove comparate dei 100 e 400 metri per la determinazione delle qualità anaerobiche.

a) Test dei 100 metri – 20 secondi di recupero – 100 m – 100 m

In pratica, ogni calciatore compie una ripetizione a V massima sui 100 m e il tempo stabilito lo chiamiamo T.1. A titolo esplicativo, si supponga che un giocatore impieghi 12 sec., perciò T.1.=12. Subito dopo lo stesso individuo recupera per un tempo di 20 sec. Questi 20 sec. Costituiscono il tempo di dimezzamento per pagare il debito alataccido, trattandosi di un soggetto abbastanza allenato. Successivamente egli esegue un altro 100 m, corrispondente a T.2., in cui ottiene 12,5 sec. Ora, sottraendo 12,5 con 12 risulta 0,5 sec., che definisco T.3., perciò T.2.-T.1.=T.3. Quest’ultimo dato informa delle capacità di ripristino delle potenzialità alattacide, che è una componente fondamentale del ritmo agonistico. In seguito alla 2°prova dei 100 m, se ne propone subito dopo un’altra senza alcun recupero, correndo la stessa distanza in senso inverso (T.4.). A questo punto facendo il calcolo: T.4.-T.1.=T.5., si quantifica, in modo seppur approssimativo, la potenza lattacida del soggetto in esame. Se ad esempio T.4. risultasse 14 sec., T.5. sarebbe corrispondente a 14-12=2

b) Test dei 400 m con relativa valutazione della riserva della velocità

La prova dei 400 m in sé è una diretta espressione delle qualità anaerobiche. Di conseguenza, per avere un’idea immediata delle doti alattacide e lattacide dei componenti la nostra squadra, si proponga loro semplicemente di correre questa distanza alla massima velocità.

I tempi sono così interpretabili:

1’15”- 1’10”

scarsi

1’10”- 1’05”

medi

1’05”- 1’00”

buoni

1’00”- 0’55”

Molto buoni

0’55”- 0’50

eccellenti


- Calcolo della riserva di velocità (secondo N.Z. Ozolin: “Biomeccanica”, Donskoj Zatziorskij, S.S. Roma).

Esso ci indica se la precedente prestazione dei 400 m è più il risultato di una notevole velocità di base o di resistenza. In termini applicativi, la presente prova consente di stabilire se è più conveniente allenare con maggiore impegno la velocità o la resistenza a ritmi elevati.

La riserva della velocità R.V.=t. dei 400 m : 4-t. dei 100 m . Ad esempio se si mette a confronto 2 giocatori che corrono entrambi i 400 m in 58 secondi. Il primo dei due nei 100 m ha il tempo di 11,2 sec., quindi la R.V.=58:4-13,=1,3. Si comprende fin d’ora già che i due soggetti in esame, nonostante che possiedono il medesimo tempo sui 400 m, hanno delle caratteristiche estremamente differenti, che sono quantificate dagli indici della R.V.
La riserva di velocità nel calciatore va interpretata attraverso le seguenti valutazioni:

1,2-1,6

eccellenti

1,6-2,2

normale

2,2-3,0

mediocre


A questo punto si è in grado di valutare con sufficiente approssimazione le prestazioni dei 2 giocatori che ho riportato. Il primo con R.V.=3,3 deve curare con la massima attenzione la resistenza alla velocità, mentre il secondo calciatore, che possiede un eccellente R.V. di 1,3, dovrà concentrare i propri sforzi nello sviluppo delle qualità di accelerazione, velocità ed elasticità muscolare, rischiando anche di trascurare l’allenamento lattacido.
C) Test dei 400 m –3 min. di recup.- 400 m- 15 min. di recup.- 400 m
La presente prova ha lo scopo di fornire alcuni dati a riguardo della capacità lattacida che effettivamente è necessaria al calciatore. Durante la partita la richiesta in termini lattacidi sono del tutto particolari: occorre considerare il presupposto fondamentale che è la situazione di gioco a determinare l’impegno fisico e non viceversa. Ad es., può capitare che un difensore, già in notevole debito d’ossigeno ovvero stremato dalla fatica, debba contrastare col massimo vigore un avversario a lui di fronte che ha buone possibilità di fare gol. E non è improbabile che lo stesso difensore, qualche minuto più tardi, venga “chiamato” in fase di costruzione del gioco quando ha solo parzialmente pagato il suo debito lattacido. Al contrario, egli potrebbe anche trovarsi nella situazione di dover compiere uno spostamento senza la palla a velocità al di sotto della soglia anaerobica, una volta che si sia completamente ristabilito dagli sforzi precedentemente contratti. Da questo esempio a riguardo delle necessità energetiche in riferimento alle situazioni di gioco, comprendiamo che il calciatore ha bisogno in maniera determinante della capacità di ripristinare in fretta le sue capacità lattacide. Il debito lattacido che, a parte il portiere, tutti i giocatori contraggono ripetutamente durante la partita, dev’essere ripagato in fretta, sia in tempi brevissimi e brevi (parzialmente), che più lunghi (tempo di dimezzamento). E’ chiaro che dopo 30 secondi solo una minima parte del debito potrà essere ricostituita. Intendiamo però evidenziare che se per pura ipotesi un giocatore nei 30 secondi ripaga il 20% del debito lattacido, mentre un altro solo il 10%, il primo dei due sarà notevolmente avvantaggiato nella situazione di dover fornire energia in uno sforzo massimale, quando 30 secondi prima si erano completamente stremati.
Spieghiamo allora le modalità di attuazione del presente test. Dopo una prima ripetizione sui 400 m calcoliamo una pausa di 3 minuti. Questo tempo di recupero consente di pagare solo una parte del debito di ossigeno lattacido (circa il 25-30%), che sappiamo necessita almeno di mezz’ora poiché venga ristabilito completamente, trattandosi di individui allenati. In seguito si invitano i giocatori ad eseguire nuovamente i 400 m ad andatura massimale. Dopo questi concediamo un tempo di recupero attivo di 15 minuti, che rappresenta il tempo di dimezzamento del debito lattacido. Successivamente si corrono di nuovo i 400 m cercando di ottenere il tempo migliore possibile. Ora, sottraendo il 2° tempo dei 400 m con il 1° e il 3° con il 1°, ricaviamo 2 dati relativi alle capacità soggettive di ripristino del debito lattacido sia in tempi brevi che lunghi. Ciò ci consentirà di scegliere e di rielaborare gli allenamenti in seguito a precise necessità soggettive.

III.4.1.3. Harvard step test

Descrizione: un giocatore sale e discende da un gradino dell’altezza di 40, 50 cm per 3 minuti. Tale prova viene eseguita alla frequenza di un movimento completo ogni 2 secondi; quindi nel tempo totale di 3 minuti si devono compiere 90 salite e 90 discese. Dopo aver terminato l’es., il soggetto si riposa e per 3 volte misuriamo la sua frequenza cardiaca nel tempo di 30 secondi. La prima rilevazione la eseguiamo ad 1 minuto al termine della prova, la seconda a 2 minuti e la terza a 3 minuti.

A questo punto abbiamo i dati per calcolare l’indice di recupero (i.r.),

durata dell’es. (180 sec.) x 100
i.r.= __________________________
addizione dei 3 valori rilevati x 2


Il risultato che otteniamo ci informa sulla capacità di recupero cardiaco e va interpretato attraverso il seguente schema:

da 91 in su

eccellente

da 81 a 90

discreto

da 71 a 80

sufficiente

da 61 a 70

mediocre

da 60 in giù

insufficiente



III.4.2. Test di velocità e forza

1) Prova dei 30 metri
In pratica consiste molto semplicemente nel correre alla massima velocità la distanza e di valutare i tempi cronometrici nell’ambito della propria squadra. I 30 m sono indicativi di un insieme di qualità, delle quali la forza veloce ne è predominante.

2) Test dei 5 x 6 metri
- Esecuzione: dopo aver segnato su di una superficie erbosa la lunghezza di 6 metri, ognuno la deve percorrere in “vai e torna” per 5 volte consecutive.
- Obiettivi: il tempo finale esprime rispetto al precedente test maggiori doti di forza massimale, forza dinamica ed elasticità muscolare che intervengono con enfasi ad ogni cambio di senso.
Si tratta di un test molto indicativo per i calciatori.

3) Test dei 30 m lanciati
Si cronometrano i 30 m in seguito a 40, 60 m corsi in progressione per raggiungere la massima velocità. In questo modo quantifichiamo la velocità massimale raggiungibile da ognuno.

4) Test dei 60 metri
Esso esprime le capacità di accelerazione e velocità senza che intervenga la resistenza alla velocità. Nel calcio i tempi possono essere così valutati:

magg. di 8,5 sec.

insufficiente

da 8,4 a 8 sec.

sufficiente

da 7,9 a 7,5 sec.

discreto

inf. di 7,4 sec.

eccellente

 

5) Salto in alto da fermo con contromovimento
Esprime doti di forza massimale e forza dinamica insieme. L’elevazione da terra può essere valutata secondo i seguenti dati:

min. di 50 cm

scarso

da 50 a 60 cm

medio

da 60 a 70 cm

discreto

magg. di 70 cm

eccellente

 

6) Salto in alto da fermo senza contromovimento
Rispetto al precedente test esprime forza massimale con maggior enfasi.

7) Prova della massima elevazione con stacco ad un piede, disponendo di 3-5 passi di rincorsa
In questo modo si riproduce la situazione del colpo di testa in movimento.
Il presente test ci consente di rilevare le qualità di forza veloce ed elasticità. E’ interessante notare che i giocatori che eccellono in questa prova, non lo sono necessariamente anche nello stacco da fermo senza contromovimento. Ciò è evidente, poiché anche se entrambi i casi si tratta di elevazione da terra, nelle due prove sono richieste delle doti completamente diverse e no necessariamente correlate. In altri termini, un calciatore può benissimo avere notevoli qualità elastiche unitamente a scarsa forza massimale e, quindi, una buona elevazione in movimento e una mediocre capacità di salto da fermo. Allo stesso modo è plausibile una situazione inversa.

8) Salto in lungo da fermo
Il test rileva le stesse qualità del n° 5, con la differenza che in questo s esprime maggiormente la forza dei muscoli addominali. Le valutazioni sono:

inf. di 2,2 mt

scarso

da 2,2 a 2,5 mt

medio

da 2,5 a 2,7 mt

discreto

magg. di 2,7 mt

eccellente

 

9) Salto triplo con 3- 5 passi di rincorsa
Si evidenziano maggiormente le doti pliometriche rispetto al n° 8.

10) Lancio in avanti della palla medica nello stile di esecuzione della rimessa laterale
Questo test è rappresentativo della forza che può essere prodotta dai muscoli della catena cinetica: addominali, pettorali, tricipiti e flessori della mano.

11) Lancio della palla medica indietro
La distanza del lancio ci indica la tonicità dei gruppi muscolari del dorso e delle spalle.

12) Test dei carichi massimali
Ovviamente, le sollevate massimali degli es. coi pesi, oltre a fornire un riferimento importante riguardo alla progettazione della pesistica per il calciatore, quantificano la forza dei giocatori a livello dei gruppi muscolari interessati.


III.4.3. Test di mobilità articolare

Per questo scopo, molto semplicemente, basta osservare i giocatori durante gli esercizi di stretching. In particolare, aggiungiamo che il calciatore necessita di una buona “flessibilità” a livello dei muscoli che agiscono sull’articolazione dell’anca. Le spaccate sagittali e frontali, oltre alla posizione dell’ostacolista, sono degli indici importanti in questa valutazione. La flessione del busto in avanti è strettamente indipendente alla estensibilità degli ischiocrurali che, come abbiamo osservato in precedenza, è necessario siano allungati. Inoltre, per determinare la scioltezza articolare delle caviglie, invitiamo i giocatori ad assumere la posizione accovacciata (es. 1 di stretching), senza poter afferrarsi alla spalliera. Quindi, se il soggetto per mantenere tale postura riesce a stare in appoggio sia con la punta che con il tallone contemporaneamente, significa che possiede una buona capacità di flessione del piede; diversamente, se per equilibrarsi egli solleva il tallone da terra, per non cadere all’indietro, vuol dire che il giocatore ha una scarsa mobilità articolare della caviglia.

Si tenga presente che quest’ultima eventualità è un dato morfologico decisamente negativo per il calciatore poiché, oltre a condizionare l’assetto di corsa (rendendolo meno efficace), limita le prestazioni di tecnica calcistica piede- palla.


III.4.4. Test acrobatici

Il giudizio medio può essere attribuito quando il giocatore esegue senza alcuna difficoltà le capriole avanti e indietro, oltre al tuffo e capovolta col materassino. Inoltre lo stesso individuo riesce perlomeno ad eseguire un abbozzo di salita in verticale a braccia tese. Buono è invece definibile colui che possiede la verticale per almeno una decina di secondi con le relative soluzioni di caduta: verticale e capovolta, verticale con semi-rotazione del corpo facendo perno su di una mano per atterrare coi piedi, senza rovinare sul suolo. Infine esprimo la valutazione acrobatica eccellente trattandosi dei calciatori che eseguono la “Hugo Sanchez”, che corrisponde alla capovolta indietro con salita verticale a braccia tese.

III.4.5. Test tecnico-tattici
Gli scout

Il termine scout in inglese significa “indagine” e furono gli allenatori americani di pallacanestro a conferire il significato tipico di osservazioni scritte a tali test. In pratica, si tratta di quantizzare la riuscita o l’insuccesso dei gesti tecnici che si realizzano nei momenti chiave dell’incontro.

Ognuno degli addetti allo scout rileva e valuta simultaneamente l’operato di uno o più calciatori. Per esempio su 10 passaggi che un difensore esegue nel corso del 1° tempo: 7 sono corretti, 2 risultano completamente errati e 1 è mediocre. Quindi le percentuali sono nel presente caso di: 70% di successo, 20% di errore e 10% di esecuzioni mediocri. Sebbene lo scout possa apparire di prima impressione un ausilio artificioso, esso è uno strumento di notevole aiuto valutativo se impiegato nei termini corretti.
Ne calcio però, lo scout deve possedere una importante qualità: quella di essere molto dettagliato in riferimento alla casistica situazionale, altrimenti, se troppo semplificato non soddisfa al suo intrinseco scopo. Ad esempio, non ha senso quantificare esclusivamente la prestazione collaborativa di un giocatore in termini di soli passaggi riusciti o sbagliati, poiché il soggetto in esame può possedere una finezza di tocco assoluta ma, contemporaneamente, non capire niente a riguardo del gioco senza palla e dello smarcamento. Quindi il contributo al gioco dello stesso è apparentemente positivo, ma nella sostanza insufficiente. Certo che disporre di uno scout attendibile occorrono delle persone qualificate per farlo e un primo passo dovrà proprio essere quello di “educarle” nella rilevazione dei dati. Perciò, perlomeno all’inizio, conviene che un osservatore tenga sotto controllo un solo giocatore. I risultati degli scout vanno “mondati” ed interpretati. Ad esempio, oltre alle % finali occorre determinare il ritmo degli sbagli e pregevolezze: ci sono giocatori che con una certa frequenza ad inizio gara fanno cose pregevoli, mentre nei momenti finali compiono errori grossolani. Occorre di conseguenza stabilire, se ciò è dovuto ad una carenza di preparazione fisica o ad una questione di ripetitività tattica. Altri calciatori, invece, se sottoposti a stress (partite particolarmente impegnative o confronti decisivi) non rendono come potrebbero. Al contrario, ci sono individui che se non incontrano delle situazioni ambientali eccitanti, non riescono ad esprimere le loro migliori qualità. Si comprende allora che gli scout devono essere valutati con prudenza e, in particolare, si devono confrontare con i test specifici delle doti fisiche. In ogni caso, il corretto utilizzo degli scout tecnici e tattici rappresenta uno strumento fantastico per riuscire a valutare le prestazioni dei giocatori durante la partita. Sono meglio 11 persone con medie capacità di osservazione che analizzano ognuno il loro 1/11, che un genio di allenatore che deve capire tutto da solo!
Invece, se i consiglieri non si trovano predisposti nell’indirizzare in maniera mirata e organizzata la loro attenzione attraverso uno strumento quale lo scout, le loro opinioni saranno delle ripetizioni di pareri, poiché tutti si occuperanno delle stesse cose e col rischio di farsi trascinare dalla foga dell’incontro.

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IV.1. ESERCITAZIONI
IV.1.1. ESERCIZI PER IL MIGLIORAMENTO DELLA FORZA DI STACCO

Per poter ottenere un miglioramento nella forza di stacco ci possiamo servire sia di esercitazioni specifiche che di esercitazioni generali. Naturalmente il metodo più’ appropriato di allenamento, specialmente per quegli sport dove la componente tecnico-tattica è determinante, è quello di ripetere i gesti tipici della disciplina sportiva praticata.

Per quanto riguarda l’elevazione del portiere, si tratta, ad esempio, di tutta una serie di salti in alto per bloccare o respingere palloni lanciati con differenti traiettorie, da eseguire a corpo libero o con un carico addizionale (cintura o giubbotto zavorrato) di entità’ tale da non disturbare eccessivamente l’esecuzione dei movimenti tecnici richiesti. Ma, pur ritenendo il metodo diretto come il metodo principale per aumentare la forza di stacco del portiere, anche procedure “indirette” si rivelano molto utile a tale scopo. In tal caso si tratta di esercizi generali, avulsi dal contesto tecnico-tattico, ma che provocano un energico movimento di forza esplosiva degli arti inferiori.
Le esercitazioni più’ comuni di questo genere consistono in balzi, salti di ostacoli vari, salite di rampe di scale, ecc., cioè di tutti quei movimenti che utilizzano il ciclo stiramento-accorciamento dell’attivazione muscolare.
Tra questi esercizi alcuni esempi sono:
1. Salti in estensione, partendo da corsa rilassata
Al ritmo di ogni terzo o quinto passo, staccare alternativamente col piede destro e sinistro. Le braccia, con il loro movimento di slancio, agevolano la fase ascensionale.
2. Balzi in estensione, partendo da posizione di raccolta
3. Balzelli sul posto, con raccolta in volo. Ad ogni secondo balzello sul posto, raccogliere energicamente le ginocchia sul petto e distendere il corpo prima del ritorno a terra.
4. Da posizione di raccolta con un pallone in mano: far rimbalzare energicamente il pallone sul terreno e, con un salto, afferrarlo in volo. Lo stesso esercizio può’ essere eseguito, partendo da in piedi, da seduti o da proni.
5. Capriola in avanti, con balzo in avanti-alto per parare in volo un pallone lanciato da un compagno o dall’allenatore.
6. Balzo verticale su di una gamba con atteggiamento ad arco in volo. Dalla posizione di piegata in avanti, col busto leggermente flesso anteriormente, spiccare un balzo verso l’alto, slanciando le braccia in fuori e sollevando verso l’alto la gamba protesa dietro. Al ritorno, cambiare la gamba di stacco.
7. Salto in verticale, con divaricata laterale
8. Salto in verticale carpiato
9. Salto in verticale, andando a toccare i talloni con le mani
10. Salto verticale, con divaricata antero-posteriore
11. Salto con breve rincorsa, portando una coscia verso il petto e afferrando simultaneamente con le mani un pallone sospeso


12. Superamento balzi di ostacoli: balzare a piedi uniti o flettere molto le cosce

13. Salita rapida di una rampa di scale con energico sollevamento del ginocchio. Durante il movimento di salita il ginocchio viene “strappato” in alto e, quindi, rapidamente abbassato. Le braccia sono molto angolate ed aiutano il movimento delle gambe con la loro azione alternata. A seconda dei casi può’ essere richiesto che la rampa di scale debba essere superata a tre, quattro gradini per volta.
14. Balzi a due piedi su di una rampa di scale
15. Balzi a rana di una rampa di scale. I balzi sui gradini di una rampa di scale avvengono proiettando in avanti le mani in modo che le gambe, da una posizione di appoggio frontale teso, possano essere richiamate in raccolta.
16. Partendo dalla posizione di piedi uniti a braccia basse, spiccare un balzo e ricadere sul gradino successivo a gambe divaricate, mentre le braccia vengono slanciate tese per fuori in alto fino a far battere, tra loro, le mani al di sopra della testa. Nel balzello successivo, ricadere sul gradino seguente tornando alla posizione di partenza.
17. Con la sbarra regolabile, eseguire i tasti sempre più alti. La sbarra può essere raggiunta con una sola mano o con entrambe le mani.
18. Afferrare la sbarra regolabile con le due mani, superando con un salto un piccolo ostacolo posto davanti ai piedi.
19. Salire su di una rampa e poi compiere, in discesa, una curva
20. Balzi, su una barriera, partendo da piedi o in raccolta
21. In corsa, saltare una barriera, staccando alternativamente con il piede destro e sinistro, e passando sopra e sotto la barriera.
22. Alternare la corsa a balzi con raccolta in volo
23. Saltare a piedi uniti una panca, partendo da posizione di raccolta e appoggiandosi con le mani.
24. Come l’esercizio precedente, partendo da posizione eretta e saltando una panca a piedi uniti, senza l’appoggio delle mani
25. Come l’esercizio precedente, staccando con un solo piede
26. Lo stesso esercizio lo si può eseguire, scavalcando a piedi uniti in avanti, e lateralmente, un pallone medicinale
27. Altri esercizi di balzi di facile interpretazione con una panca, come l’attrezzo

Salti in basso
Oltre a quelli sopra descritti, altri esercizi molto efficaci per il potenziamento della muscolatura degli arti inferiori sono rappresentati dai salti in basso. Tali esercizi hanno lo scopo di sovraccaricare in ceduta la muscolatura impegnata nel movimento dello stacco da terra, favorendo lo sviluppo di una più forte tensione in stato di stiramento e, quindi, l’accumulo di una maggiore quantità di energia elastica da utilizzare nel momento vero e proprio dello stacco da terra.
Per quanto riguarda il miglioramento della potenza di stacco vero e proprio, occorre però che il salto in basso venga immediatamente seguito da un salto in alto.
Altrimenti gran parte dell’energia accumulato si disperderebbe sotto forma di calore e non sarebbe sfruttata a fini meccanici.
In linea di principio, per il salto in basso seguito dal salto in alto, le altezze ottimali di caduta sono quelle che consentono il rimbalzo più elevato e sono molto vicine al record dell’atleta nel test di Abalakov.
Considerata la grande richiesta neuro-muscolare che questo tipo di lavoro comporta, sarà meglio eseguirlo in stato di freschezza, subito dopo il riscaldamento, e non quando si è già’ affaticati. Nell’ambito della singola seduta di allenamento si consigliano di eseguire 3-5 serie di 8-10 ripetizioni ciascuna con recuperi lunghi tra le serie. Il periodo migliore per effettuare questi esercizi è quello della preparazione pre-campionato (2-3 volte alla settimana), ma anche durante la stagione agonistica, periodicamente, essi possono essere ripetuti come attività di richiamo (una volta alla settimana).
Se i salti in basso sono seguiti immediatamente da salti in alto (lavoro cosiddetto pliometrico), essi hanno lo scopo precipuo di migliorare la potenza muscolare, cioè la forza esplosiva degli arti inferiori; se, invece vengono eseguiti come puri e semplici salti in basso ( senza rimbalzo verso l’alto), il loro obbiettivo è soprattutto quello di rafforzare l’articolazione tibio-tarsica e la muscolatura anteriore della coscia. In quest’ultimo caso, in campo applicativo, si tratta di aumentare gradatamente l’altezza di caduta fino a raggiungere quella che ogni allievo riesce a sopportare senza eccessivo disagio. Per non incorrere, comunque, in disturbi a livello di caviglia, si raccomanda di eseguire questi salti in basso su una superficie di caduta né troppo rigida né troppo soffice. L’ideale sarebbe un tipo di terreno analogo al campo di giuoco.
È opportuno fare presente, infine, che i salti in basso possono essere collegati dall’esecuzione di percorsi misti e a gesti di ginnastica acrobatica.

IV.1.2. Capacità di scatto o velocità di spostamento su distanze brevi

La velocità è la prerogativa che permette di effettuare azioni motorie nel minor tempo possibile. Il tempo di durata del movimento deve essere breve e tale da non provocare affaticamento.

Questa qualità dipende da numerosi fattori di origine nervosa e muscolare: la componente nervosa si riferisce essenzialmente al tempo di reazione, chiamato comunemente riflesso, quella muscolare, invece, alla capacità di reazione del muscolo. Tra il fattore nervoso, espresso dal tempo di reazione, ed il fattore muscolare, espresso dal tempo di movimento non esiste alcuna relazione particolare ovvero gli indici dei tempi di reazione e quelli della velocità’ di movimento sono gli uni indipendenti dagli altri. Per ciò si può essere molto veloci nella reazione, ma relativamente lenti nei movimenti, e viceversa. Una volta stabilito che l’efficienza di questa qualità è legata al concorso favorevole di fattori di origine nervosa e muscolare, è opportuno però precisare che la massima velocità che si può sviluppare in qualsiasi movimento, non dipende esclusivamente da esse, ma anche da altri fattori, quali il livello della forza dinamica e della tecnica di esecuzione.
Sul piano praticato viene dimostrato che gli esercizi di potenziamento per gli arti inferiori influiscono positivamente sul miglioramento della velocità di movimento.
Per quanto riguarda il portiere, poiché la sua velocità di spostamento in gara si manifesta su distanze brevi, non oltre i trenta metri, va detto che è più importante l’incremento della capacità di scatto dell’aumento della velocità assoluta. In teoria e metodologia di allenamento, infatti, si fa distinzione tra la capacità di scatto e la velocità assoluta, intendendosi, con la prima, l’efficacia della fase di avvio, cioè la capacità di muoversi con rapidità partendo dallo stato di quiete (capacità di accelerazione), con la seconda sia l’ulteriore crescita della velocità nel proseguo della fase di slancio, sia il suo mantenimento nel tratto che rimane fino all’arrivo.
In pratica, la capacità di scatto si riferisce ai primi 10-12 passi di corsa, ovvero a distanze non superiori ai 30 metri. La velocità assoluta si riferisce a distanze maggiori, ma mai superiori ai 60-80 metri.
Questa distinzione è indispensabile ai fini di una maggiore comprensione della diversa fenomenologia di estrinsecazione della forza muscolare che si evidenzia in ognuna di esse.
Nella fase “messa in moto” c’è un impiego preponderante della forza statica isometrica, nella sua applicazione dinamica, in considerazione della massa che si deve fortemente accelerare, partendo dallo stato di quiete. Nella fase di slancio l’aumento della velocità è nel contempo effetto e causa della progressiva trasformazione della forma dinamica della manifestazione di forza in una espressione sempre più veloce, quale la forza elastica, fino al momento in cui la velocità si stabilizza – inizio della fase di mantenimento – ed il fenomeno elastico rimane il responsabile prevalente della propulsione. D’altro canto, nella fase di slancio, la crescita della velocità conseguente alla progressiva diminuzione dei tempi di appoggio, all’apertura dell’angolo del ginocchio dell’arto propulsivo ed all’aumento della lunghezza e frequenza dei passi, può essere possibile solo attraverso lo sviluppo di un fenomeno, quale quello elastico che, per la rapidità di estrinsecazione di elevate punte di forza, è l’unico in grado di produrre, in tali condizioni, un alto rendimento meccanico.
È necessario precisare, altresì, che tra le velocità di messa in moto o di accelerazione, (capacità di scatto) e la possibilità di raggiungere la punta massima di velocità non esiste una correlazione particolarmente significativa. Ciò vuol dire che fra due atleti che impiegano tempi diversi sui primi 30 metri, quindi con diversa capacità di scatto, può essere possibile che sia quello con il tempo peggiore prevalere su distanze più lunghe, perché dotato di una maggiore velocità assoluta.
Ritornando al portiere, è chiaro che a lui necessita soprattutto un’elevata capacità di scatto, in quanto i suoi spostamenti in corsa rapida raramente si sviluppano su distanza superiori ai 20 metri.

IV.1.3. ESERCIZI PER IL MIGLIORAMENTO DELLA CAPACITA’ DI SCATTO

L’allenamento per la capacità di scatto può essere organizzato in modo molto vario. Nell’addestramento dei portieri, oltre a tutta una serie di salti e balzi per l’estrinsecazione della massima forza esplosiva degli arti inferiori, ci si può servire, in ogni singola seduta, di 3-4 serie di scatti, con partenza da in piedi, da seduti o in posizioni varie di decubito, su distanze variabili dai 10 ai 20 metri e con un recupero attivo di 6-8 minuti, tra una serie e la successiva. Il recupero tra una ripetizione e l’altra di ciascuna serie (formata da 8-10 ripetizioni), inoltre, deve essere tale da non permettere che la velocità motoria diminuisca sensibilmente da una prova all’altra (dai 20 ai 30 secondi a seconda della distanza).

Essendo lo stato di eccitabilità ottimale del sistema nervoso condizione indispensabile per poter esprimere gesti di massima intensità, nessuna attività affaticante deve precedere queste esercitazioni. Dopo la fase di riscaldamento, si deve passare immediatamente alle prove di sprint. Cosi pure, nel programma di lavoro del micrococco settimanale durante il periodo agonistico, è preferibile svolgere l’allenamento maggiormente imperniato sulla capacità di scatto il primo o secondo giorno di quello di riposo, quando cioè non siano presenti i residui di un recupero incompleto degli allenamenti precedenti. Al fine di migliorare e rifinire l’apprendimento della sua tecnica specifica, è opportuno collegare questi rapidi scatti anche con dei movimenti tecnici. Per il portiere si tratta, ad esempio, di partire e correre rapidamente per andare ad eseguire, a 10-20 metri di distanza, una respinta di pugno nel pallone o un intervento di piede sull’avversario o un tuffo in volo o radente il terreno.

IV.1.4. Rapidità’ di reazione o prontezza di riflesso

Una fulminea capacità di reazione è il presupposto più importante per un buon portiere.

È una capacità che egli deve possedere innata e ben consolidata, ma ciò non vuol dire che questa dote non debba sviluppata mediante un appropriato addestramento. Ogni sforzo, però, diventare inutile se questa capacità non è già posseduta per natura.
Esistono apposite apparecchiature psicotecniche per misurare la velocità di reazione. Si tratta di valutare il tempo che occorre per eseguire una determinata azione, prescritta oppure libera, ma appropriata, in risposta ad un improvvisa eccitazione sensoria. Quanto più breve è questo tempo, tanto migliore è la capacità di reazione. Essa dipende essenzialmente da fattori di origine nervosa e si può definire come il tempo che trascorre tra il momento in cui appare uno stimolo visivo o sonoro ed il momento in cui si attua la risposta motoria.
La velocità di reazione, secondo Harre, è la risultante del succedersi dei seguenti processi fisiologici:
- il prodursi di un’eccitazione nel recettore muscolare;
- la trasmissione dell’eccitazione al Sistema Nervoso Centrale attraverso il neurone periferico;
- la formazione del segnale effettore;
- l’entrata del segnale effettore nel muscolo;
- la stimolazione del muscolo e la conseguente attività meccanica di esso
Si fa distinzione tra reazioni semplici e reazioni complesse. Il tempo di reazione semplice implica la risposta attraverso un movimento noto in precedenza ad un segnale anch’esso già conosciuto. In pista, per esempio, si tratta di partire di scatto allo sparo dello starter.
La reazione si dice complessa, invece, quando la situazione si presenta incerta e, quindi, né il segnale, né la risposta sono noti in precedenza.
I movimenti del portiere, nella dinamica del gioco del calcio, rispondono proprio a casi di reazione complessa. Ad esempio, quando il portiere si accinge a parare un tiro in porta scagliato da un avversario, egli deve:
a) vedere il pallone;
b) valutare direzione e velocità della palla;
c) scegliere una risposta;
d) effettuare una risposta.
Il tempo di reazione, in questo caso, è composto da quattro elementi e, in genere, per oggetti in movimento varia da 0,25 a 1 secondo.
È la prima parte della risposta, cioè fissare con gli occhi il pallone che si muove, che rappresenta la maggior parte del tempo di reazione. Perciò per quanto riguarda la reazione ad un oggetto in movimento, la capacità di fissare l’oggetto è estremamente importante. Dal momento che questa capacità è allenabile, è necessario dedicare molta cura al suo sviluppo. A tal fine si utilizzano esercizi che prevedono un aumento progressivo della velocità del pallone ed una improvvisa percezione dello stesso. Per il portiere, molto proficuo si rivela l’allenamento effettuato con palle da tennis scagliate violentemente e da distanza sempre più breve.
Gli atleti di notevole valore raggiungono un altissima velocità di reazione complessa, che può essere quasi identica a quella della reazione semplice.
È stato dimostrato che l’età più idonea per migliorare i tempi di reazione (sia semplice che complessa) è compresa tra il decimo e il ventesimo anno. Perciò è importante fare largo uso di esercitazioni di questo genere in età giovanile.


IV.1.5. Potenza muscolare generalizzata

Al portiere occorre un potenziamento muscolare d’ordine generale, perché non solo i muscoli degli arti inferiori, ma di tutto il corpo, devono essere in grado di sviluppare forza, soprattutto in forma esplosiva.

Infatti, se è vero che i muscoli degli arti inferiori sono quelli maggiormente impegnati, non bisogna trascurare l’importanza che ricopre la muscolatura delle braccia, del dorso, dell'addome e del tronco negli scatti, negli arresti, nei cambiamenti di direzione, nell’elevazione, nelle respinte di pugno, nei contrasti corpo a corpo.
Per il portiere vi è quindi la necessità di aumentare le possibilità di forza veloce negli arti superiori (deltoide, bicipite, tricipite), nel dorso, nell’addome, oltre che negli arti inferiori (quadricipite e gemelli). Per quanto riguarda il potenziamento di questi ultimi, possiamo avvalerci di tutti quegli esercizi indicati per il miglioramento della capacità di scatto e di elevazione.
La caratteristica fondamentale degli esercizi di muscolazione consiste nel vincere una forza contrastante, che può essere rappresentata dal peso del proprio corpo o di una parte di esso, dal peso del corpo di un partner, dal peso di un attrezzo (bilanciere, pallone medicinale, bastone di ferro, manubrio, ecc.).
Quantunque lo sviluppo della potenza muscolare generale debba essere presa in considerazione per tutta la durata dell’anno, il lavoro più intenso va inserito nella preparazione di base. In questo periodo è bene che gli esercizi di potenziamento rappresentino la parte fondamentale di almeno 3 sedute settimanali, da svolgersi a giorni alterni. Nel periodo delle gare di campionato, invece, una sola seduta settimanale, avente come obbiettivo principale il potenziamento muscolare generale, sarà sufficiente a conservare e consolidare il livello raggiunto. Naturalmente questo non significa affatto che il portiere deve eseguire esercizi di potenziamento muscolare una sola volta alla settimana, perché, in effetti, come attività complementare, deve usarli in quasi tutte le sedute di allenamento del ciclo settimanale agonistico.
Quando si parla di una sola seduta di allenamento, si intende quindi che una sola seduta deve essere basata fondamentalmente su esercizi di potenziamento muscolare e non che tali esercizi vadano trascurati del tutto nelle altre sedute di allenamento del ciclo settimanale.
Nel caso in cui l’obbiettivo principale della seduta è l’incremento della potenza muscolare, gli esercizi di muscolazione dovranno essere effettuati immediatamente dopo che il pre-riscaldamento ed una breve serie di esercitazioni preparatorie. In altre situazioni – cioè durante allenamenti complessi in cui l’incremento della potenza rappresenta soltanto un obbiettivo complementare – la successione delle esercitazioni dovrebbe avere il seguente ordine: dopo il pre-riscaldamento generale, esercizi di prontezza di riflesso, di velocità quindi esercizi di forza o di potenziamento, infine esercizi di resistenza.
Al termine di ogni serie di esercitazioni di muscolazione, è opportuno eseguire dei movimenti di distensione, relativi ai gruppi muscolari precedentemente impegnati.

IV.1.6. Flessibilità o mobilità articolare

La flessibilità è una condizione favorevole per la pratica di quasi tutte le discipline sportive, quindi anche del gioco del calcio. Per il portiere, cui necessita soprattutto una buona flessibilità del tronco ed una efficiente articolabilità scapolo-omerale, essa rappresenta addirittura una delle qualità fondamentali che condizionano il rendimento e lo sviluppo tecnico. Intesa come capacità di eseguire movimenti di grande ampiezza, questa qualità dipende principalmente dalla scioltezza articolare o dall’elasticità o capacità di distensione dei muscoli antagonisti relativi alle articolazioni interessate.

Gli esercizi idonei a sviluppare la flessibilità sono gli esercizi di mobilizzazione e quelli di “stretching”. La differenza esecutiva di questi due tipi di esercizi consiste nel fatto che nei primi l’allungamento muscolare è ottenuto tramite vigorose dinamiche ripetizioni di movimenti di grande ampiezza articolare, mentre gli altri sono caratterizzati dal raggiungimento lento ed in modo passivo della posizione di massimo allungamento muscolare, che va mantenuto in forma statica per circa 15-20 secondi.
Indubbiamente i giovani, a causa del minor tono muscolare, presentano doti di flessibilità superiori agli adulti. Per questo motivo le esercitazioni di articolabilità ed estendibilità muscolare devono avere una collocazione importante nel processo di allenamento dei giovani. Occorre ricordare che già dopo gli 8 anni le capacità individuali di scioltezza e mobilità articolare tendono a regredire, se non vengono continuamente sollecitate. È quindi necessario inserire gli esercizi di mobilizzazione e di stretching in dosi massicce nell’allenamento dei principianti e dei giovani portieri in particolare.
In linea di principio, è nella fase iniziale della seduta di allenamento che vengono svolti preferibilmente questi esercizi, soprattutto quelli di mobilizzazione collegati con la marcia e con la corsa. Ma la loro utilizzazione viene consigliata e si rende utile anche nelle pause di recupero tra esercizi di forza o di resistenza muscolare, allo scopo di distendere quei gruppi muscolari chiamati in causa durante il lavoro vero e proprio.

IV.1.7. Equilibrio

Per equilibrio si intende la capacità di mantenere il corpo in posizione stabile. Si distinguono un equilibrio statico ed un equilibrio dinamico. L’equilibrio statico consente il mantenimento statico di una determinata posizione; quello dinamico il mantenimento di una determinata posizione mentre il corpo è in movimento.

Il ruolo del portiere richiede in ogni momento della gara una notevole capacità di equilibrio statico e, soprattutto, dinamico. Così nella posizione di attesa assume una particolare importanza l’equilibrio statico, che consente di poter intervenire con prontezza ed efficacia e di vincere più facilmente l’inerzia della partenza in tuffo o in uscita, mentre in tutti quegli spostamenti rapidi caratterizzati da variazioni improvvise degli appoggi dei piedi o da accelerazioni angolari è determinante la capacità di equilibrio dinamico.
Gli esercizi più indicati per migliorare l’equilibrio sono quelli in cui si assumono posizioni che rendono difficile il suo mantenimento ed esercizi di acrobatica elementare. Però, nello sport, il metodo principale per sviluppare questa capacità sarà sempre l’esercitazione in condizioni identiche ( o rese più difficili) a quelle della disciplina specifica, in modo da creare un patrimonio di esperienze motorie adeguate a sviluppare l’equilibrio realmente richiesto.
È evidente che chi gioca al calcio ha bisogno di un equilibrio diverso rispetto a chi gioca a pallamano oppure a pallavolo, per cui l’affinamento delle capacità di equilibrio avviene utilizzando prevalentemente esercitazioni di tipo specifico. D’altronde, l’abilità tecnica, intesa come capacità di esecuzione corretta, facilita sicuramente il mantenimento dell’equilibrio, proprio perché la funzionalità esecutiva origina dagli stessi giusti rapporti tensionali (gioco contrazione-decontrazione) che presiedono all’equilibrio stesso.

IV.1.8. Agilità e doti acrobatiche

Tra le qualità che caratterizzano il profilo fisico del portiere, l’agilità è senza dubbio una delle più rimarchevoli.

L’agilità del portiere consiste nella capacità sia di far assumere al proprio corpo posizioni insolite, spesso in tuffo o in voli a mezz’altezza, sia di modificare queste posizioni, di scatto e con scioltezza di movimento, adattandole alle esigenze di una situazione mutevole.
Si tratta quindi di una qualità complessa che presuppone una perfetta capacità di coordinazione muscolare, un buon equilibrio, una notevole prontezza di riflessi ed un’alta velocità di movimento, un’adeguata mobilità articolare ed un’elastica flessibilità di tutto il corpo, con particolare riferimento alla zona della colonna vertebrale.
Nell’uomo, l’agilità può essere rilevata già in età relativamente precoce (8-10 anni); anzi è una qualità che si ritrova più facilmente nei ragazzi che negli adulti. Il bambino naturalmente agile, però, può perdere parzialmente questa capacità se durante il periodo evolutivo conduce una vita troppo sedentaria, oppure se la sua attività fisica è basata su forme di movimento eccessivamente stereotipate.
Oltre ad esercizi particolarmente finalizzati allo sviluppo dell’agilità, la polivalenza delle esperienze motorie, fin dall’età più precoce, costituisce una base essenziale per sviluppare queste qualità.

IV.1.9. Coordinazione motoria

È una qualità che si riferisce primariamente ai processi di organizzazione, di controllo e di regolazione del movimento.

A causa delle molteplici componenti che la determinano (capacità di orientamento spazio-temporale, capacità di reazione, capacità di trasformazione del movimento, capacità di combinazione dei movimenti, capacità di equilibrio, ecc.), essa una qualità complessa, di difficile definizione. Tuttavia, in forma molto schematica, si può definire come la capacità che permette all’individuo di eseguire con disinvoltura, rapidità, precisione e nella maniera più economica (cioè, con il minor consumo di energia) determinati gesti motori complessi e di adattarli alle esigenze di una situazione mutevole.
La coordinazione è il presupposto fondamentale per l’apprendimento e lo sviluppo di abilità motorie specifiche e, di conseguenze, per la costruzione di una tecnica sportiva efficace e corretta. Le abilità motorie si instaurano e si strutturano sulla base delle capacità coordinative, ma, al tempo stesso, la formazione di abilità motorie contribuisce a sviluppare le capacità coordinative.
Concludendo, le abilità motorie e le capacità coordinative sono in rapporto di reciproca dipendenza, nel senso che quante più abilità motorie si apprendono ed in forma più variata possibile, tanto più si sviluppano le capacità coordinative e quanto più è elevato il livello delle capacità coordinative, tanto più facilmente e rapidamente si apprendono nuove abilità motorie.
Dal legame e dai rapporti reciproci tra capacità coordinative ed abilità motorie, si ricava che le capacità coordinative si sviluppano soprattutto apprendendo nuove abilità motorie e tecniche. A tale scopo, il mezzo di allenamento più idoneo ed appropriato è rappresentato dalla continua e reiterata ripetizione di esercitazioni tecniche specifiche generali, unitamente ad esercizi di agilità e di ginnastica preacrobatica, come percorsi in velocità con superamento di ostacoli vari, capriole in avanti ed indietro, rotolamenti per terra, ecc., che per il portiere, d’altronde, sono esercitazioni all’ordine del giorno.
I differenti periodi di sviluppo dell’individuo, in relazione alla sua età, presentano dei presupposti diversi per quanto riguarda lo sviluppo delle capacità coordinative. Le possibilità si hanno da ragazzi e durante l’adolescenza, poiché in quest’epoca le capacità coordinative si sviluppano in modo marcato e possono venire condizionate ed influenzate in modo determinante dalla loro stimolazione. Successivamente, invece, sono migliorabili sono in misura ristretta. Naturalmente, però, questo non vuol dire che chi ha svolto un’adeguata preparazione nelle tappe giuste non abbia più bisogno, da adulto, di continuare ad esercitare e a stimolare le capacità coordinative per mantenere elevate e perfezionare ulteriormente le abilità motorie acquisite.
Piuttosto va precisato che, mentre con i giovani le capacità coordinative vanno allenate con il maggior numero possibile di abilità motorie, anche di discipline sportive diverse da quella praticata, con atleti ormai di alta qualificazione, il loro ulteriore sviluppo è possibile solo in virtù di forme di movimento e di abilità specifiche.

IV.2. LA TECNICA DEL PORTIERE

Per tecnica, nell’accezione sportiva, si intende l’assieme delle abilità necessarie per praticare con successo un determinato sport.

Naturalmente ogni specialità sportiva esige una sua tecnica particolare e, per quanto riguarda il portiere di calcio, essa si identifica in tutti quei movimenti che caratterizzano la sua prestazione in gara.
Si può distinguere la tecnica del portiere in:
- tecnica di difesa;
- tecnica di attacco.

La tecnica di difesa prende in considerazione tutti quei movimenti o gesti atti a proteggere la porta e si suddivide in:
1. movimenti senza pallone
a) posizione di base o di partenza;
b) cambiamento di posizione.

2. movimenti con il pallone

presa;
b) colpo di pugno;
c) tuffo;
d) deviazione;
e) intervento con i piedi.

La tecnica di attacco, invece, comprende quei gesti tramite i quali il portiere si trova ad avere il compito di iniziare l’azione offensiva della propria squadra e consiste in:
a) rinvio del pallone con le mani;
b) rinvio e rimessa del pallone con i piedi.

Non si può certo affermare che il gioco costruttivo del portiere e, di conseguenza la tecnica di attacco abbia la stessa importanza della tecnica di difesa: il compito principale del portiere, ovviamente, è quello di mantenere invulnerata la propria porta. Tuttavia, ad alto livello, si esige che egli sappia svolgere completamente entrambi i compiti.

Ed è per questo che nell’addestramento tecnico del portiere non andrebbe trascurata un’adeguata preparazione sui vari modi di calciare il pallone, non essendo rare le situazioni di gioco in cui i suoi interventi con i piedi potrebbe dare avvio a pericolose azioni offensive.
L’addestramento tecnico del portiere, oltre all’abilità nell’uso delle mani, deve tendere a formare un calciatore capace di eseguire con disinvoltura ed efficacia anche i gesti tecnici fondamentali degli altri giocatori di campo. Inoltre l’addestramento tecnico del portiere non deve mai essere separato, organicamente, da quello tattico, nel senso che deve avvenire fondamentalmente tramite esercitazioni rispecchianti reali situazioni di gioco. Questo solo perché un’abilità tecnica sviluppata e perfezionata in funzione del gioco potrà manifestarsi veramente efficace durante la competizione. Perciò, fin dallo stato iniziale dell’istruzione, si deve mirare ad accoppiare l’elemento tecnico imparato con gli elementi situazionali di gioco.
Con i portieri principianti, poiché gli elementi tecnici da apprendere sono molteplici, è impossibile svolgere, in breve tempo, un programma addestrativo completo. Il processo di addestramento consisterà, allora, nel proporre per gradi, dal facile al difficile, pochi elementi tecnici per volta, con annessi i relativi compiti tattici, per poi passare, dopo un certo lasso di tempo, ad un altro gruppo di esercitazioni.
La durata del periodo di addestramento di ciascun gruppo di esercizi potrebbe essere, per esempio, di circa due settimane, ma, naturalmente, potrebbe essere più lungo o, addirittura, più breve, a seconda delle capacità di apprendimento degli allievi.

IV.2.1. LA TECNICA DI DIFESA

1. Movimenti senza pallone

a) posizione di base o di partenza

Per poter iniziare al più presto possibile i movimenti per l’intercettamento del pallone indirizzato verso la sua porta, il portiere deve assumere una corretta posizione di partenza. Essa deve essere a gambe leggermente divaricate, con le ginocchia un po’ piegate e protese in avanti, in modo che il peso del corpo poggi sulle piante dei piedi.

Arpad Csanadi che descrive in modo completo la tecnica dei movimenti, circa la posizione di base del portiere, afferma: “la parte superiore del corpo viene a trovarsi avanti alle anche, le braccia, angolate al gomito, pendono in basso in modo da risultare quasi parallele alle cosce più che al terreno. Le palme delle mani sono orientate verso il basso e lo sguardo verso il pallone”.
Dalla posizione sopra descritta inizia ogni movimento.
Le gambe, leggermente divaricate, assicurano il perfetto equilibrio del corpo e consentono di potersi spostare con efficacia in tutte le direzioni.
Il piegamento sulle ginocchia è indispensabile affinché lo stacco da terra sia rapido ed esplosivo. Anche l’appoggio del peso del corpo sulle piante dei piedi facilita un rapido stacco.
Una volta che si è esaurita l’offensiva avversaria, è consigliabile che il portiere compia alcuni esercizi di scioltezza articolare e di allungamento, soprattutto di quei muscoli che sono stati impegnati nella posizione di attesa. Questa va mantenuta solo l’indispensabile, in quanto rimanendo troppo a lungo in questa posizione, le articolazioni si irrigidirebbero.
b) cambiamento di posizione

Salvo che sui calci piazzati ed in occasione dei calci di rigore, nei quali il portiere generalmente rimane per un certo lasso di tempo nella posizione di attesa, nel corso dello sviluppo del gioco, egli è costretto invece a modificare con continuità, a seconda del tragitto del pallone, la sua posizione di partenza.

Quando si parla di cambiamento di posizione implicitamente ci si riferisce a spostamenti brevi, che avvengono di solito per mezzo di saltelli laterali, in modo da venirsi a trovare sulla bisettrice dell’angolo che ha come vertice il pallone e, come lati, le linee immaginarie che uniscono il pallone con i pali della porta.
Circa i saltelli laterali, questi si iniziano con la gamba che si trova nella direzione di movimento. Quando, quindi, il portiere vuole dirigersi verso destra, deve iniziare il saltello con la gamba destra, viceversa a sinistra. Perché il peso del corpo possa trovare un facile appoggio nel passaggio da una gamba all’altra, i passi laterali devono essere brevi.
Inoltre bisogna evitare di appoggiare quasi tutto il peso del corpo su di una sola gamba, in quanto il portiere incontrerebbe difficoltà di movimento nel caso di un improvviso cambio di direzione e non potrebbe inseguire con la necessaria celerità le mutevoli situazioni di gioco che si verificano davanti alla porta.
Per l’addestramento al cambiamento di posizione, molto più utile può essere l’esercizio seguente:
unire con una corda i due pali della porta ed un picchetto inserito per terra nel punto in cui si dovrebbe trovare il pallone. Spostando il picchetto in punti diversi, il portiere deve cercare di assumere la giusta posizione.

2. Movimenti con il pallone

a) la presa

E’ una delle doti più importanti, forse la più importante, quella cioè che qualifica un portiere. Essa dipende dall’abilità prensile delle mani, cioè dalla forza di chiusura delle dita e da una buona sensibilità di tutto l’arto superiore.

Non appena le palme delle mani giungono a contatto con il pallone, esse devono smorzarne la forza effettuando una specie di cedimento, in cui vengono interessate le articolazioni delle spalle e dei gomiti. Per migliorare la presa, occorre irrobustire soprattutto le dita e, a tale scopo, ci si può servire di una piccola palla di gomma da comprimere con la mano. Un altro esercizio efficace può essere quello di lanciare una palla da tennis contro il muro e riprenderla con una sola mano.
- la presa dei palloni che giungono radenti il terreno
Quando i palloni giungono frontalmente al portiere, le gambe devono essere unite e le ginocchia distese.
Il pallone viene afferrato davanti ai piedi, con le dita delle mani aperte, le palme rivolte verso in avanti che afferrano da dietro il pallone, i mignoli delle due mani che quasi si toccano.
Mai si deve afferrare la palla dai lati.
Nell’attimo in cui il pallone viene afferrato, il tronco si raddrizza ed il pallone viene portato all’altezza del ventre incavato per motivi di sicurezza.
Afferrare il pallone, rizzarsi ed incavarsi deve costituire un unico movimento fluido.
Se il pallone giunge lateralmente al portiere, a circa un metro di distanza, prima di effettuare la presa, occorre fare un rapido scatto laterale, spostando il corpo sempre dietro al pallone.
Gli errori che ricorrono più di frequente dipendono o dalla errata posizione del corpo rispetto al pallone o dalle gambe tenute divaricate oppure perché si afferra il pallone dai lati.
Allorché i palloni arrivano, rotolando a più di un metro lateralmente al portiere, essi devono essere raccolti con un rapido piegamento su di un ginocchio.
Per assicurare però la giusta posizione dietro al pallone, il portiere per prima cosa deve effettuare, di corsa, alcuni passi laterali ed in corsa lasciarsi rapidamente cadere su un ginocchio e quindi raccogliere il pallone.
Siccome tutti i movimenti finora descritti devono riassumersi in un gesto unico e coordinato, è facile dedurre che necessita un particolare addestramento. Il piegamento del ginocchio deve essere sempre fluido e rapido e se si corre verso destra, sarà il ginocchio sinistro ad abbassarsi, e viceversa.
La posizione delle gambe deve costituire una solida e ampia protezione dietro al pallone, evitando che tra il ginocchio piegato ed il tallone dell’altro piede ci possa essere una purché minima apertura, attraverso la quale il pallone possa passare.
Il modo di rialzarsi e di portare il pallone al ventre è simile a quello adottato raccogliendo il pallone radente il terreno.

-
presa dei palloni che giungono all’altezza delle ginocchia del portiere

In questa circostanza il corpo deve essere orientato frontalmente verso il pallone, le gambe devono stare unite a ginocchia completamente distese e l’inclinazione del busto deve essere regolata in relazione all’altezza del pallone.

Le palme delle mani sono rivolte in avanti, le dita sono aperte ed i mignoli quasi si toccano. Prima che il pallone giunga al portiere, le mani vanno incontro ad esso e, appena ne entrano in possesso, lo fanno scivolare sugli avambracci e lo portano nell’incavo addominale in modo da proteggerlo.
È necessario protendere le mani verso il pallone in arrivo, prima che esso venga a contatto con il corpo, allo scopo di effettuare un intervento elastico e morbido nella presa. Infatti un movimento troppo rigido potrebbe causare un rimbalzo del pallone dalle mani.

-
presa dei palloni che arrivano all’altezza del ventre

La tecnica usata in questo tipo di parata non si differenzia da quella presa in esame per i palloni che arrivano all’altezza delle ginocchia con l’unica variante, consistente in una maggiore inclinazione del tronco in avanti.

-
presa del pallone davanti al petto

E’ un tipo di presa che viene realizzata a braccia angolate, e proiettate in avanti, facendo rotolare il pallone sulle palme delle mani e sugli avambracci per serrarlo al petto. Nell’attimo del contatto del pallone con il petto, quest’ultimo viene retratto al fine di smorzare la violenza dell’urto.

Esiste pure un altro modo di afferrare direttamente sul petto e quindi afferrarlo dopo che è stato smorzato. In questo caso, pertanto, le mani non vanno incontro al pallone in arrivo.

-
presa del pallone davanti alla spalla

Essa richiede la massima attenzione perché se il pallone arriva molto violento può scivolare via tra la testa e la spalla.

Davanti alla spalla destra è la mano destra che deve agganciare il pallone da dietro e dall’alto, mentre la mano sinistra lo avvolge da dietro e dal basso. Ovviamente, per effettuare la presa davanti alla spalla sinistra, la posizione delle mani deve essere invertita.
È importante che i gomiti non siano protesi all’infuori perché, altrimenti, si rischia che il pallone possa scivolare sotto il braccio.
È un tipo di presa che non offre molte garanzie per cui è bene farne poco uso e soltanto se si è costretti dalle circostanze.

-
presa del pallone che arriva alto, ma raggiungibile restando con i piedi per terra

Le braccia vengono sollevate in alto, rivolte al pallone, le palme delle mani sono orientate in avanti verso la palla in arrivo, le dita bene aperte, i pollici si toccano. Le mani bloccano il pallone da dietro e, quindi, devono assumere una posizione perpendicolare rispetto alla traiettoria di volo del pallone. Nel momento in cui avviene il contatto, il pallone va bloccato e, quindi, portato al petto per mezzo di un cedimento delle braccia. Rispetto al tragitto che compie il pallone, il corpo deve essere sempre frontale. Un particolare: se le braccia e le mani sono tenute troppo rigide o non sono cedevoli nel contatto con il pallone, questo può rimbalzare via.

-
presa di palloni alti, raggiungibili con un balzo

Come principio di base vale quanto è stato scritto per il caso precedente.

Va però presa in considerazione la tecnica del salto.
Lo stacco da terra può avvenire tramite la spinta di un solo piede o di entrambi i piedi.
Solitamente si effettua con un solo piede quando lo stacco viene preceduto da una rincorsa piuttosto lunga. Il balzo deve essere tempestivo, senza tergiversazioni, e orientato nella direzione dovuta. Alcuni portieri effettuato lo stacco in ritardo o fuori tempo, per cui il pallone non viene raggiunto affatto o si verifica una presa insicura. Solo con il continuo esercizio si può ottenere tempestività e giusta scelta di tempo nello stacco da terra.

b) il colpo di pugno

La respinta di pugno può essere eseguita con i piedi per terra, in elevazione oppure con un tuffo a pesce. Comunque si tratta di un tipo di parata che richiede una tecnica particolare e che deve essere acquisita e perfezionata con lungo esercizio. Bisogna fare attenzione al tragitto del pallone che, a volte, può avere deviazioni strane, soprattutto se carico di effetto.

Circa l’insegnamento di questa tecnica, è bene iniziare con la giusta posizione delle mani. I pollici non devono essere avvolti dalle altre dita, né si sovrappongono, ma, retratti, premono contro la parte esterna delle falangi degli indici, in modo che le punte dei pollici non possano urtare contro il pallone e non incorrere così in dolorosi infortuni.
Nella respinta del pallone con entrambi i pugni, occorre che questi siano uniti in modo che le falangi delle dita, strette assieme, abbiano a formare un’ampia superficie piatta e che le articolazioni dei polsi siano rigide. Prima di effettuare il colpo di pugno, le braccia piegate vengono portate con i gomiti ai lati del corpo. L’impatto deve avvenire grazie ad una energica distensione delle braccia e mediante la proiezioni delle spalle in avanti. A questo movimento partecipa tutto il corpo ed il pallone deve essere colpito nella sua parte centrale. L’intervento di pugno effettuato con i piedi per terra si esegue di solito su palloni che giungono improvvisi e tesi, violenti e viscidi e, in questi casi, si usano entrambi i pugni.
Un esercizio utile per addestrarsi a questo tipo di colpo di pugno è costituito dall’uso del “punging-ball” oppure del pallone sospeso.
Il colpo di pugno in elevazione si adotta nelle uscite sulle palle alte e si può eseguire con un solo pugno e con entrambi i pugni. Bisogna correre, staccare e vibrare il pugno alla palla: tre movimenti da sincronizzare.
Il colpo di pugno deve avvenire con una rapida esplosione di tutto il corpo e si risolve in una proiezione in avanti del tronco e delle braccia. Infatti, se derivasse soltanto dalla distensione delle braccia, non si produrrebbe energia sufficiente a scagliare il pallone lontano.
Nel caso in cui il portiere, in elevazione, decide di intervenire con un solo pugno, il braccio interessato deve compiere un movimento dall’indietro in avanti, non appena il colpo ha raggiunto la massima altezza. Ciò al fine di poter colpire il pallone con la massima forza. Il colpo di pugno eseguito con il tuffo a pesce è, senza dubbio, il più difficile. Esso è di natura acrobatica ed è strettamente legato alla capacità di sapersi tuffare. Nel caso di un tuffo a sinistra, è preferibile colpire il pallone con il pugno sinistro e viceversa. L’atterraggio deve avvenire sulla parte laterale del corpo.

1) Quando il portiere viene ostacolato negli interventi sui palloni alti davanti alla porta

In questa situazione il portiere non deve cercare a tutti i costi di afferrare il pallone, poichè essendo ostacolato nei movimenti, la sicurezza della presa potrebbe essere messa in serio pericolo.

Le mischie sotto porta, sui palloni alti, si verificano di solito in occasioni di varie posizioni del campo. È preferibile, nei limiti del possibile, che i palloni che arrivano da sinistra vengano respinti verso destra e viceversa. In tal modo si diminuisce il pericolo di un tiro immediatamente successivo.

2) Sui calci d’angolo

E’ una situazione di gioco che si verifica di frequente e che spesso richiede l’intervento di pugno del portiere, soprattutto quando il pallone spiove nelle vicinanze della porta.

3) Sui tiri da breve distanza

Sui palloni violenti, improvvisi e rapidi, calciati da distanza ravvicinata, il portiere è costretto a respingere con i pugni.

4) Sui tiri angolati e violenti

Palloni tirati a mezz’altezza, tesi e improvvisi, indirizzati agli angoli della porta possono essere spesso raggiunti e respinti lontano mediante un colpo di pugno in tuffo. Il colpo di pugno in tuffo avviene mentre il corpo è in volo e, per lo più, con una sola mano.

c) il tuffo

Nonostante una buona presa di posizione iniziale, non sempre il portiere viene a trovarsi in condizioni di effettuare la parata mantenendo i piedi sul terreno oppure, anche spiccando un balzo, mantenendo la posizione eretta. In particolari circostanze, per poter raggiungere il pallone egli è costretto a proiettare tutto il suo corpo verso di esso, per poterlo afferrare con le mani. Si hanno allora le cosiddette “parate in tuffo”.
Dal punto di vista tecnico, le parate in tuffo si possono schematicamente distinguere in due tipi fondamentali:

1) Tuffo con strisciamento (per parare palloni in arrivo tesi raso-terra o con traiettoria relativamente bassa)

Il movimento di proiezioni laterale deve essere preceduto da un rapido abbassamento delle anche (piegamento sulle ginocchia), in modo che non si abbia una caduta dall’alto, ma un allungamento del corpo radente al terreno, con braccia distese. Le mani dovranno portarsi dietro al pallone (oppure una dietro e l’altra sopra), avvolgerlo bene con le dita aperte, e quindi avvicinarlo rapidamente verso il petto per proteggerlo.

2) Tuffo in volo o “a pesce”

Per il tuffo in volo, il movimento parte da un energico stacco da terra dei due piedi (la spinta inizia dal piede esterno e termina con quello interno). Il corpo si distende in volo verso il pallone, che dovrà essere afferrato saldamente con le due mani da dietro (sempre a dita aperte ed avvolgenti).

Per quanto riguarda la fase di atterraggio, si dovrà fare in modo che l’urto sul terreno venga ammortizzato il più possibile. Esistono due tecniche in proposito:
a) la prima, preferibile con palloni a mezz’altezza, prevede un atterraggio “oscillante” sul corpo, arcuato lateralmente. All’inizio, è la parte laterale del piede che tocca il terreno, e quindi successivamente la superficie laterale della gamba, della coscia, dell’anca, ed infine della spalla e del braccio;

b) la seconda, preferibile con palloni alti, prevede un atterraggio in cui il pallone, già saldamente afferrato in presa, viene portato immediatamente sul terreno, e servirà ad attutire la caduta, unitamente al cedimento elastico sulle braccia.

Per ambedue le tecniche, è previsto che dopo l’atterraggio il pallone venga immediatamente portato verso lo stomaco e protetto mediante una raccolta di tutto il corpo.

Quanto sopra detto si riferisce al tuffo a pesce con partenza da fermi. Spesso però il tuffo avviene in movimento, e preceduto o da brevi passi laterali o da un passo incrociato (cioè il portiere incrocia una gamba davanti all’altra nella direzione del tuffo.)
Ancora oggi si discute su quale dei due modi, passi laterali oppure incrociati, sia il più idoneo per poter effettuare lo stacco e, quindi, il tuffo a pesce laterale. I migliori portieri usano entrambi i modi. Il passo incrociato permette di passare più velocemente dalla posizione di base alla fase di stacco.

Il tuffo sui piedi dell’avversario

È un intervento pericoloso e difficile che, oltre a richiedere la corretta esecuzione, esige coraggio e tempismo. Il portiere deve puntare deciso incontro all’avversario e, giunto vicino, deve tuffarsi “trasversalmente” alla direzione del pallone, portando le gambe distese dalla parte opposta al piede con il quale l’antagonista guida la palla.
Un avvertimento: in considerazione della pericolosità di questo tipo di intervento, è consigliabile evitare che i principianti abbiano a tuffarsi sui piedi degli avversari, prima di aver appreso alla perfezione la giusta esecuzione dei movimenti.

d) Deviazioni

Si tratta di deviare il tragitto di volo del pallone. Le deviazioni si possono effettuare con:

- le dita;
- le palme delle mani;
- il dorso delle mani.

Il pallone viene intercettato con le dita della mano quando non esistono altre possibilità di intervento. Esso viene deviato dalla sua traiettoria tenendo le dita rilassate e un po’ piegate all’indietro. Palloni che vengono indirizzati negli angoli della porta e appena sotto la traversa vengono deviati fuori dai pali con le dita e ciò si verifica spesso anche in collegamento con un tuffo. Nel caso di tiri violenti, invece, è preferibile servirsi del palmo oppure del dorso della mano.

Il colpo di deviazione non è un’arte primaria per il portiere. Ad esso si ricorre quando non esiste alcuna possibilità per effettuare la presa del pallone.

e) L’intervento di piede

Come il colpo di pugno e di deviazione, anche l’intervento di piede deve essere considerata un’arma di emergenza, cioè a dire di applicarsi nei casi di estrema necessità. Si verifica solitamente quando il portiere è costretto ad intervenire fuori dall’area di rigore o su tiri che arrivano radenti il terreno effettuati da breve distanza.

In quest’ultimo caso la riuscita dell’intervento è legata alle capacità di intuito e di reazione del portiere e può avvenire con qualsiasi parte del piede.
Per quanto riguarda, invece, gli interventi fuori dall’area di rigore, il portiere dovrebbe servirsi della forma di calcio più opportuna e consona alle varie situazioni di gioco. Di conseguenza, se si ha tempo e spazio a disposizione, l’intervento non deve essere soltanto liberatorio, ma anche di impostazione del gioco.
In caso di emergenza, il portiere, come ogni altro giocatore di campo, deve pure sapere usare la tecnica del contrasto scivolato. Ciò è necessario quando un attaccante si inserisce nella difesa e sta correndo verso la porta. In questo caso, infatti, può costituire una efficace possibilità di intervento.

IV.2.2. LA TECNICA DI ATTACCO

Non appena il portiere ha afferrato il pallone, cercherà di rimetterlo subito ad un compagno smarcato, dando inizio ad una azione offensiva.

Perciò il rinvio va considerato un gesto tipico di quella che possiamo definire la tecnica di attacco del portiere.
Il rinvio può essere effettuato con le mani oppure con i piedi, a seconda delle particolari situazioni di gioco.
Il rinvio con le mani può essere effettuato in tre modi:
a) sotto forma di rotolamento del pallone a terra, quando si vuole rinviare il pallone con precisione ed a distanza ravvicinata
b) con un lancio del pallone da dietro il corpo all’altezza della testa
c) in un modo simile al lancio del disco, qualora si voglia rinviare il pallone a distanza considerevole

Il rinvio calciato può essere invece effettuato nei seguenti modi:
a) al volo
b) di “drop”
c) da fermo

Prima di prendere in esame dettagliatamente i sopra esposti modi di rinviare il pallone, è opportuno fare anche un breve accenno alla guida del pallone con le mani. Una volta che il portiere è entrato in possesso del pallone, in linea di principio, deve cercare di rilanciarlo o ricalciarlo al più presto in campo. Ma ciò, a volte, non sempre è conveniente, in quanto o per ragioni di carattere tattico, o perché i compagni non sono liberi da marcatura, è preferibile piuttosto ritardare il rinvio, guidando per alcuni secondi il pallone con la mano.
Nella guida del pallone con la mano è opportuno che esso venga fatto rimbalzare sul terreno dal lato opposto alla posizione dell’avversario. In questo modo si ha la possibilità di coprire il pallone con il corpo, proteggendolo da eventuali interventi dell’avversario stesso.
Questo movimento, con i principianti, deve essere insegnato prima da fermi, poi camminando, infine in corsa.

Rinvio con le mani

a) per rotolamento

Con il rotolamento c’è il vantaggio che il pallone può essere ricevuto dal compagno senza difficoltà.
Il movimento avviene portando avanti la gamba opposta alla mano che effettua il lancio, il cui braccio viene fatto oscillare indietro. Non appena si inizia lo slancio in avanti del braccio lanciante, il peso del corpo(flesso profondamente in avanti) passa dalla gamba posteriore progressivamente a quella anteriore.
Per quanto riguarda l’insegnamento della tecnica del rotolamento, l’allievo va istruito prima da fermo, quindi correndo in avanti e via via in condizioni sempre più difficoltose.
b) Lancio del pallone da dietro il corpo all’altezza della testa

Questo tipo di lancio viene usato per raggiungere distanze considerevoli. Il pallone va lanciato da dietro il corpo in avanti, all’altezza della testa, a gambe in divaricata antero-posteriori. Ovviamente la gamba anteriore è quella opposta al braccio di lancio. Prima di lanciarlo, si cerca di dare un ultimo impulso al pallone mediante un energico movimento dell’articolazione del polso, al fine di ottenere anche una direzione più precisa.

Se si vuole aumentare la potenza del lancio, si giri l’anca nella direzione del lancio. In fase addestrativa un utile esercizio è quello di lanciare il pallone contro obiettivi fermi(sagome) oppure in movimento(giocatori).
c) In modo simile al lancio del disco

E’ una tecnica nella quale, durante l’esecuzione del lancio, il pallone si muove troppo lontano dal corpo e l’avversario potrebbe facilmente sorprendere il portiere nel caso in cui, malauguratamente, il pallone gli sfuggisse dalla mano.

E’ quindi opportuno applicarla solo quando il portiere può agire in assoluta tranquillità e senza giocatori avversari nelle sue vicinanze.

Il rinvio calciato

- al volo

Si tratta di lasciar cadere il pallone dalle mani e colpirlo con il collo del piede prima che tocchi terra. Un errore pericoloso che si può commettere è quello di lanciare il pallone in alto, prima dell’esecuzione del movimento di rimando. Un avversario che si trova nelle vicinanze potrebbe, infatti, impadronirsi del pallone. La cosa migliore è dunque di lasciarlo semplicemente cadere all’incirca dall’altezza dei fianchi.

Questo tipo di movimento di rinvio serve soprattutto a raggiungere una notevole distanza, ma non dovrebbe essere trascurata la precisione, per la quale il portiere dovrebbe dedicare un addestramento specifico.
Il calcio al volo ha sempre una traiettoria piuttosto alta per cui il pallone, rispetto agli altri tipi di rinvio, impiega più tempo a giungere a destinazione. Esso, però, qualunque siano le condizioni del terreno di gioco, offre sempre molta sicurezza.
- di “drop”

Senza entrare nel merito della sua esecuzione tecnica, che è del tutto simile a quella usata da qualsiasi giocatore di campo, in rinvio di “drop” o di controbalzo consente una traiettoria tesa ed una trasmissione della palla rapida.

- da fermo

Quando il pallone termina oltre la linea di fondo, il gioco viene ripreso con un calcio del pallone da fermo, che sarebbe preferibile fosse eseguito dal portiere, piuttosto che da un giocatore di campo.

In questa circostanza i tipi di calcio adottati per il rinvio sono:

- di collo

- di interno

Se si vuole inviare il pallone lontano, allora è consigliabile il calcio con pieno collo. Se si tratta invece di effettuare un rinvio breve e preciso, è più opportuno usare il calcio con l’interno del piede.






IV.3. LA TATTICA DEL PORTIERE

La tattica è comunemente considerata come l’azione ragionata del giocatore singole, del reparto o dell’intera squadra, allo scopo di ottenere un determinato obbiettivo. È quindi il ragionamento che dà un significato tattico ai vari procedimenti tecnici, nel momento in cui li trasforma in azione. La conoscenza della tattica è molto importante, non meno della conoscenza tecnica vera e propria, e da essa non può essere disgiunta in quanto la tecnica e la tattica sono strettamente collegate. Le possibilità tattiche di un calciatore, inoltre, come d’altronde quelle tecniche, dipendono in larga misura dal suo grado di preparazione fisica. L’aver sviluppato ad un grado sufficientemente elevato le varie qualità fisiche, quali la forza di stacco, l’agilità, la prontezza dei riflessi, la capacità di scatto, permette all’atleta di poter scegliere le soluzioni più favorevoli per poter intervenire con successo nelle diverse situazioni di giuoco.

Come è facile riscontrare anche il portiere svolge, nell’ambito della squadra, un compito importantissimo da un punto di vista tattico. Naturalmente i suoi comportamenti tattici sono di natura prevalentemente difensiva, ma non escludono completamente la sua partecipazione anche in fase offensiva. Se l’atto tattico comporta “un’azione ragionata”, è chiaro che esso non può manifestarsi che come risultante di una scelta di fronte ad un’alternativa.
L’addestramento tattico, perciò, presuppone necessariamente la presenza di compagni e di avversari. Altrimenti si limiterebbe ad essere un puro e semplice procedimento tecnico.
In questi ultimi 40-50 anni, il foot-ball ha subito una profonda metamorfosi.
Sono mutati spesso i moduli e le tattiche di gioco, che hanno influito anche sul comportamento tattico del portiere.
Nell’immediato dopo guerra dal “metodo” (o sistema piramidale), che contemplava due terzini d’area, si passò al WM che dette al portiere minore protezione.
Infatti il WM, ideato da Herbert Chapman, costringeva il portiere a frequentissime uscite fuori dai pali, per cui bisognava che egli fosse agile, rapido e abile negli interventi con i piedi.
In seguito, con l’abbandono del WM (in Italia ebbe breve durata) e con l’introduzione del “libero”, il portiere si trovò nelle condizioni di agire più tra i pali che fuori di essi.
Oggigiorno è divenuto molto più dinamico ed aggressivo, in virtù di una preparazione fisica più accurata e di carattere scientifico. La tendenza ad accorciare, sempre più le squadre, ravvicinando i reparti, l’applicazione del fuori gioco collegato con il pressing, impongono al portiere un comportamento tattico più completo, nel senso, che gli si richiede sia una abilità tra i pali che nelle uscite fuori dai pali, oltre ad una più intesa collaborazione con i compagni di squadra.
E proprio dal modo in cui egli sa cooperare con i colleghi della difesa emerge la sua intelligenza tattica. Egli dovrebbe possedere tutte le caratteristiche del “playmaker”, cioè di colui che sa dare un senso organizzativo alla squadra o ad un reparto di essa.
In generale, affinché fra il portiere ed i difensori si instauri una fattiva ed efficace collaborazione e comprensione, è necessario il rispetto di alcuni principi comportamentali basilari:
1. è il portiere che deve consigliare e dirigere i propri compagni della difesa, usando un linguaggio particolare costituito da espressioni brevi, semplici, inequivocabili
2. i difensori debbono sempre coprire il portiere in uscita, soprattutto in azioni difficili e su terreni scivolosi;
3. i passaggi al portiere dovranno essere fatti lateralmente, non in direzione della luce della porta (è preferibile un calcio d’angolo che un autorete!)
4. il portiere non dovrebbe mai uscire sull’attaccante avversario se questi è ancora ostacolato da un difensore, o sta per esserne raggiunto;
5. nel caso di traversoni o calci d’angolo, se il portiere è costretto ad uscire dalla porta, i due difensori più vicino debbono piazzarsi sulla linea della porta stessa;
6. in linea di principio, i difensori debbono evitare di occupare l’area della porta per non disturbare il portiere nella sua azione.

Nel giuoco del calcio, cinque si possono considerare le situazioni in cui al portiere viene richiesto un determinato comportamento tattico che, ad eccezione della quinta di natura offensiva, risulta sempre essere per tutte le altre un compito decisamente difensivo:

1. il comportamento del portiere nei tiri in porta;

2. il suo comportamento nei tiri a palla ferma;
3. il suo comportamento nei traversoni dalla zona d’ala;
4. la sua attività di sostegno al reparto difensivo:
5. la rimessa in giuoco del pallone.

1- Comportamento sui tiri in porta

In linea di principio, sui tiri in porta, il portiere dovrebbe trovarsi sempre piazzato sulla bisettrice dello spazio angolare avente come vertice e come lati le linee immaginarie che congiungono il pallone stesso con i pali della porta.

Questa regola però può subire delle variazioni in base agli sviluppi del gioco, alla posizione assunta dai compagni, alla distanza in cui si vengono a trovare gli avversari, alla zona del campo in cui si svolge la manovra d’attacco ed alla predilezione del portiere stesso, che può sentirsi portato a coprire più facilmente un lato o l’altro della porta. Occorre comunque far rilevare che, solo in casi eccezionali, la posizione di partenza del portiere deve essere sulla linea di porta.
Per restringere lo specchio della porta, è preferibile, invece, che egli si trovi quasi sempre alcuni metri avanti ad essa.
Va da sé che il portiere non deve avanzare troppo dalla sua linea di porta, altrimenti il pallone potrà essere facilmente giocato al di sopra della sua testa. Ovviamente, maggiore è la capacità del portiere di distendersi in alto, e tanto più potrà avanzare senza correre il pericolo di essere superato da un pallone a parabola alta. Talvolta il portiere può venirsi a trovare nella situazione in cui la difesa è stata completamente superata ed un avversario in possesso di palla sta avanzando in corsa libera verso la porta. In questo caso, il portiere dovrebbe farsi incontro all’attaccante il più vicino possibile, per ridurre al massimo l’angolo di tiro.
Nell’uscire fuori dalla porta, egli dovrebbe però osservare tre punti fondamentali:

a) Uscire rapidamente, ma sempre controllandosi

Il momento in cui è opportuno che il portiere si sposti rapidamente è mentre il pallone si trova fuori dalla distanza di giuoco del giocatore attaccante. Una volta che l’attaccante viene a trovarsi in condizione di poter giocare il pallone, cioè quando è presumibile che l’attaccante possa calciare in qualsiasi momento, allora il portiere dovrebbe spostarsi con molta più cautela ed assicurarsi di essere bene in equilibrio per potersi muovere rapidamente in qualsiasi direzione venga calciato il pallone. Se il portiere sta avanzando velocemente nel momento in cui il tiro viene effettuato, gli sarà quasi impossibile effettuare un movimento laterale per parare il pallone.

b) Mantenere la posizione eretta, non tuffarsi in anticipo prima del tiro

E’ un errore basilare tuffarsi prima che sia stato scoccato il tiro, perché, una volta che il portiere si è tuffato a terra, viene completamente escluso dalla partecipazione al giuoco e diventa semplicissimo per l’attaccante avversario evitarlo o superarlo con un pallonetto direttamente indirizzato in porta. È necessario quindi che sia l’attaccante a fare il primo movimento.

c) Fare in modo che il corpo costituisca una lunga barriera quando si getta a terra

La barriera dovrebbe essere disposta trasversalmente all’angolo formato dal pallone e dai due pali della porta.

2)comportamento difensivo in situazioni a palla ferma

La statistica ci fa rilevare che circa il 40% delle reti provengono da azioni direttamente collegate con tiri a palla ferma. La causa, molto probabilmente, va ricercata nel fatto che in tali situazioni, da parte della difesa in genere, compreso il portiere, vengono commessi errori di organizzazione, di preparazione o di concentrazione.

Durante le situazioni di gioco a palla ferma si devono affrontare difficoltà particolari per i seguenti motivi:
- la squadra attaccante può piazzare numerosi giocatori in posizione preordinata;
- il regolamento non concede di operare un marcamento ad uomo sul giocatore in possesso del pallone, vale a dire su quel giocatore incaricato della ripresa di gioco.

Pertanto la squadra difendente deve assolvere contemporaneamente a due compiti principali: marcare i giocatori avversi e controllare le zone del campo più pericolose.

a) calci di punizione

La pericolosità dei calci di punizione è tanto maggiore quanto minore è la distanza dalla porta. Sui calci di punizione nelle vicinanze dell’area di rigore, è necessario che venga costruito un “muro”, cioè una barriera, affinché risulti completamente chiusa una parte della luce di porta. La distanza della barriera, secondo quanto stabilisce il regolamento, dovrà essere di almeno m 9,15 dal pallone.

Di solito la barriera viene organizzata da un giocatore di campo in collaborazione con il portiere, il quale si dispone vicino ad uno dei pali della porta, per allinearsi con il margine esterno della barriera. Così facendo, però, il portiere lascia incustodita una parte della porta, per cui alcuni teorici consigliano che del “muro” debba preoccuparsi un “capo barriera”, al quale soltanto spetterà il compito di formare la barriera. Liberato dalla preoccupazione della barriera, il portiere potrà concentrarsi maggiormente sulla difesa della propria porta e sul controllo degli avversari.
Alla formazione di questa barriera si giunge attraverso alcune operazioni semplicissime. Innanzitutto il capo barriera si collocherà che unisce la palla con il palo della porta più vicino ad essa, indi al suo fianco si disporranno gli altri componenti della barriera. Se nella formazione di questa si ritengono necessari 4 giocatori, due si allineeranno all’interno rispetto al giocatore in linea col palo, ed uno all’esterno. È assolutamente necessario che un giocatore copra lo spazio all’esterno della linea tra il pallone ed il palo della porta, allo scopo di respingere un tiro curvo “ad effetto” che cerchi di aggirare la barriera dal lato esterno.
Una barriera composta da 4-5 giocatori dovrebbe essere sufficiente per coprire più della metà della luce della porta.
In linea di principio, è un errore impiegare in barriera più giocatori del necessario, in quanto occorre anche provvedere a marcare gli avversari che si trovano in zone ritenute pericolose.
Solo sui tiri liberi indiretti all’interno dell’area di rigore, può essere predisposta una barriera composta da un maggior numero di giocatori.
Inoltre a far parte del “muro” non dovrebbero essere chiamati i migliori difensori perché questi dovrebbero controllare e marcare gli attaccanti più pericolosi che potrebbero ricevere il passaggio dal tiratore.
La posizione del portiere dovrebbe essere lateralmente rispetto alla barriera; non dietro di essa, o che passi al di sopra della barriera stessa.
Prima di chiudere il discorso che riguarda la barriera, va chiarito ancora un punto.
I giocatori che formano il “muro”, di frequente, si uniscono tra loro tenendosi per le braccia, oppure si tengono legati intorno alla vita. Si tratta di un comportamento errato, perché i giocatori dovrebbero essere liberi di uscire dalla barriera una volta che il tiro è stato effettuato. Per proteggersi, invece, da un pallone che viene scagliato con violenza contro di loro, i giocatori dovrebbero incrociare le mani a copertura del basso ventre ed inclinare leggermente in avanti il capo per evitare che il pallone possa colpirli in pieno viso.
b) calci d’angolo

In occasione dei calci d’angolo a favore degli avversari, è necessario prendere in considerazione non solo la giusta posizione del portiere, ma anche tutta l’organizzazione difensiva. La posizione del portiere è in stretta relazione con quella dei suoi compagni. È consigliabile distaccare un giocatore alla distanza regolamentare di m 9,15 dal pallone al fine di ostacolare il tiro. Si crea così disturbo al tiratore sia che egli si accinga a calciare con effetto verso la porta, oppure verso l’interno del campo di gioco. Inoltre si può intervenire nel caso in cui il calcio d’angolo venga giocato “corto”, cioè venga effettuato un passaggio ad un compagno vicino.

Quando si verifica questa situazione sarebbe opportuno che dalla zona antistante la porta si distacchi un altro giocatore in aiuto al primo. Ovvio che i difendenti piuttosto abili nel gioco aereo rimangono vicino alla porta.
Circa la posizione del portiere, a mio avviso, si ritiene che egli non debba piazzarsi in prossimità del palo più lontano, bensì dovrebbe occupare una posizione che sia quasi centrale rispetto alla luce della porta ed anche un po’ più verso il primo palo.
I motivi a sostegno di questa tesi sono:
a) nel caso di palloni ad effetto indirizzati al primo angolo della porta, il portiere potrebbe arrivare in ritardo, qualora partisse dal palo più lontano;
b) se dovesse rendersi necessario un intervento sul primo palo, il portiere potrebbe incontrare difficoltà nell’attraversare un’area affollata di giocatori, partendo sempre dal secondo palo.

Poiché ritengo che il portiere debba possedere le caratteristiche del “playmaker”, è compito suo guidare i difensori ed assegnare ad ognuno la giusta posizione da assumere sui corners. Egli dovrà preoccuparsi che, entro la zona compresa tra l’area piccola ed il limite dell’area di rigore, ogni avversario sia “marcato” dal lato della porta.

In conformità all’applicazione del fuori-gioco, allorché il pallone viene respinto lontano, verso il centro del campo, sarà sempre il portiere, con termini decisi, a fare scattare contemporaneamente in avanti tutti i giocatori per mettere gli avversari in fuori gioco.

c) calcio di rigore

E’ senza dubbio la situazione di gioco a palla ferma più pericolosa per il portiere, il quale, nella maggior parte dei casi, è destinato a soccombere di fronte ad un tiro effettuato ad opera d’arte. Mi limito, in questo caso, a dare alcuni accorgimenti che, con l’ausilio di un piccolo errore da parte del tiratore, possono aiutare il portiere a parare il rigore.
Poiché il regolamento richiede che il portiere stia fermo sulla linea di porta, sino a quando la palla non viene calciata dall’avversario, al fin di ridurre lo specchio della porta, è preferibile che il tuffo del portiere non avvenga sulla linea di porta, ma su una direzione perpendicolare alle linee immaginarie che uniscono i pali della porta al pallone collocato sul dischetto del calcio i rigore.
Ci sono portieri che studiano la partita per una settimana, che prendono in esame le doti particolari e le propensioni degli attaccanti avversari, che sanno di ciascuno come si liberano in dribbling, come battono di piede, con quale angolatura tirano in porta. Inoltre prendono appunti, leggono attentamente i giornali e seguono con scrupolo la TV per rendersi conto sul come gli specialisti calciano il penalty. Tutto ciò al fine di aumentare le loro possibilità di parata.
A puro titolo orientativo, ai giovanissimi si potrà dire che normalmente chi calcia il rigore di sinistro indirizza la palla a destra del portiere e viceversa.

3) Il comportamento del portiere sui traversoni alti provenienti dalle fasce laterali

Non c’è niente che testimoni così bene la sicurezza e l’autorità del portiere quanto i traversoni. A prima vista sembrerebbe che dal momento che dal momento che al portiere è concesso l’uso delle mani, i traversoni non dovrebbero costituire un problema. In effetti così non è. Ci sono, in pratica, molti accorgimenti che un portiere è tenuto a conoscere.

Se il traversone sta cadendo troppo lontano dalla porta e l’area di rigore è troppo affollata di giocatori (compagni ed avversari), per cui il portiere non è di sicuro di poter raggiungere il pallone, egli deve restare tra i pali. Ogni intervento fuori dai pali deve avvenire quando non si ha il minimo dubbio di poter intercettare o impadronirsi del pallone. Ogni indecisione può essere fatale. In altri termini, il portiere deve saper giudicare in base alle sue capacità di elevazione e di velocità, se è in grado di percorrere nel giusto tempo la distanza che lo separa dal pallone. Inoltre deve decidere rapidamente se afferrare il pallone o respingerlo di pugno. Se la decisione è quella di afferrare il pallone, allora questo deve essere preso nella parte più alta della traiettoria.
Se invece la decisione è di colpire di pugno il pallone, soprattutto se è pressato dagli avversari, allora deve cercare di indirizzarlo in alto, distante e lateralmente.




4) Azione di sostegno al reparto difensivo
Il portiere deve sempre trovarsi in una posizione da cui può sostenere la difesa, cioè a dire di ridurre lo spazio esistente tra il difensore più arretrato e la propria porta.
Per esempio, quando i propri compagni stanno effettuando un’azione offensiva a “pressing” verso la porta avversaria ed i difensori più arretrati si trovano all’incirca sulla linea di centrocampo, il portiere dovrebbe spostarsi fino ai margini della propria area di rigore. Da questa posizione gli sarà anche più facile dare dei suggerimenti e delle istruzioni ai propri compagni e seguire con maggiore attenzione gli sviluppi del gioco.
E’ assolutamente necessario che il portiere rimanga concentrato per tutto il periodo della gara. La mancanza di concentrazione è il grande nemico dei portieri, specialmente nelle partite in cui sono poco impegnati.

5) Rinvio e rimessa in gioco del pallone

Mentre le quattro situazioni di gioco di carattere tattico prese finora in considerazione, si riferiscono al comportamento difensivo del portiere, il rinvio e la rimessa in gioco del pallone, per il portiere, è l’unico atto di natura offensiva.

Si afferma giustamente che spesso è dal portiere che può avere inizio una azione di attacco vera e propria.
Già prima di impadronirsi del pallone, egli deve avere una visuale completa della dislocazione in campo dei compagni, ai quali poter trasmettere la palla tramite un rinvio, con la mano o con il piede, appena ne entra in possesso.
Le forme di rinvio e di rimessa sono state spiegate dettagliatamente nella parte riservata alla tecnica.
Sotto l’aspetto tattico, con avversari che hanno il predominio della zona centrale del campo o che praticano con successo il “pressing” è buona norma effettuare rinvii di lunga gittata, nel tentativo di sorprendere la difesa avversaria.
Ciò si rende opportuno anche nel caso in cui si disponga di attaccanti veloci e particolarmente abili nel gioco aereo. È preferibile invece utilizzare passaggi precisi a breve ed a media distanza nel caso in cui, per motivi contingenti, si voglia mantenere il possesso del pallone o si è in grado, tramite azioni collettive, di costruire il gioco partendo dalle retrovie.
A conclusione di questo capitolo, mi preme ricordare che anche le condizioni climatiche e del terreno di gioco posso influire sul comportamento tattico del portiere. Infatti se la superficie del terreno è dura ed il pallone, conseguentemente, rimbalza molto, è bene impadronirsene e controllarlo già in volo. Se invece il terreno è bagnato, con fondo scivolo, il pallone sarà viscido ed il portiere solo con difficoltà è in grado di afferrarlo. È bene allora che i portieri prestino attenzione a questo fatto ed afferrino il pallone solo quando hanno la certezza assoluta di poterlo bloccare. Altrimenti essi devono deviarlo o colpirlo di pugno.
Infine, se si gioca contro vento, è preferibile rinviare o rimettere il pallone raso-terra o vicino al terreno, in quanto i palloni con traiettoria alta, il vento li trascina nella sua direzione.

IV.4. ESERCIZI TATTICI PER IL PORTIERE
Esercizi tattici

1) L’allenatore, situato sulla linea del centro-campo con 5 palloni, calcia violentemente in alto un pallone in direzione della porta o in un punto dell’area di rigore. Il portiere in uscita, afferrerà il pallone, lo guiderà col piede fino al limite dell’area di rigore e di qui, con un calcio in diagonale, lo passerà all’altro portiere. L’allenatore calcerà il secondo pallone e nel frattempo l’altro portiere correrà verso di lui, mentre il primo portiere, bloccato col pallone, lo guiderà di piede fino al limite dell’area di rigore e di qui, questa volta, con la mano lo lancerà al secondo portiere che si troverà in posizione di tiro. L’esercitazione prevede da parte del primo portiere alternativamente un rinvio di piede ed uno con la mano. Dopo che l’allenatore avrà calciato i 5 palloni a disposizione, i portieri si scambiano di ruolo.

2) A coppie: un portiere situato a centro campo, l’altro sulla linea di porta; entrambi con un pallone a testa. Ognuno, facendo cadere il pallone dalle mani, lo calcia al volo in direzione dell’altro. È importante indirizzare la sfera in direzione del partner.
3) Stesso esercizio, solo che il rilancio del pallone viene ostacolato da avversario (posto a circa 9 metri di distanza), che tenta di intercettare il passaggio.
4) L’allenatore

IV.5. LA SEDUTA DI ALLENAMENTO DEL PORTIERE

Le sedute di allenamento dei portieri variano a seconda dell’età, il valore, la categoria cui appartengono. In linea generale, tuttavia, ciascuna seduta si avviluppa attraverso tre fasi:

1) Fase introduttiva o di riscaldamento;
2) Fase centrale o principale;
3) Fase conclusiva o di ritorno alla calma.

1. Fase introduttiva o di riscaldamento

Essa ha lo scopo di preparare l’organismo a sopportare i carichi di lavoro, ai quali verrà sottoposto in seguito.

I vantaggi derivanti dalla fase di riscaldamento sono noti, per cui ritengo cosa superflua farne oggetto di una particolareggiata trattazione.
La durata di questa fase introduttiva, in relazione alle caratteristiche individuali dei giocatori, alle condizioni climatiche ambientali, all’entità del lavoro da effettuare successivamente, può variare da un minimo di 15 minuti a 20-30 minuti e anche oltre.
Per quanto riguarda il contenuto, questa fase di avvio comprende in prevalenza esercitazioni di corsa leggera, alternata di tanto in tanto, da movimenti di mobilizazzioni interessanti le principali articolazioni del corpo e si conclude con 5/6 allunghi a velocità crescente su tratti di 50/60 m.
Da questo tipo di riscaldamento, che posso definire informale e che di solito si effettua prima di ogni seduta di allenamento, bisogna distinguere il riscaldamento pre-gara o formale, cioè specifico, che presenta le caratteristiche di prevedere oltre l’esecuzione di alcuni dei movimenti sopra descritti, una serie di esercitazioni a carattere tecnico- specifico riguardante i movimenti tipici che si riscontrano in partita, allo scopo di ripassare lo schema motorio nei suoi particolari e nel suo complesso. Per i portieri, si tratta di eseguire tutta una serie di movimenti con il pallone (bloccaggio, respinte di pugno, tuffi, ecc.) riguardanti fondamentali della tecnica specifica del suo ruolo.
Il riscaldamento che precede la partita dura complessivamente dai 30 ai 45 minuti, a seconda delle abitudini, e deve concludersi 10-15 minuti prima dell’inizio della competizione (da non trascorre da fermi ma in continuo leggero movimento, per consentire al giocatore di iniziare la gara in stato di assoluta freschezza).
Infatti è opportuno che all’inizio della partita il portiere sia sì riscaldato, ma non in debito di ossigeno.
2- fase centrale o principale

E’ quella che stabilisce il carattere specifico della seduta di allenamento. Essa determina se sarà di natura tecnica, tattica o mista.

In quest’ultimo caso è consigliabile che le varie esercitazioni abbiano sviluppo secondo una sequenza razionale, in modo che vengano svolte in maniera ottimale.
In breve, si dovrebbe iniziare con le esercitazioni tecnico-tattiche, per passare via via a quelle di velocità, di forza e, per ultime, a quelle per la resistenza che, pur non essendo una qualità specifica per il ruolo del portiere, va comunque di tanto in tanto presa in considerazione. Il principio fondamentale che va rispettato nella successione degli esercizi da eseguire nell’ambito della stessa seduta di allenamento, è quello di dare la precedenza soprattutto a quegli esercizi che richiedono la freschezza del sistema nervoso.
Tra le varie fasi della seduta di allenamento, quella centrale ha la durata maggiore (circa il 60/70 per cento del totale) ed il carico più elevato.

3- fase conclusiva

Dopo un allenamento di notevole carico non è opportuno sospendere improvvisamente la seduta. Un arresto repentino dell’attività potrebbe essere nocivo per l’organismo umano, che ritorna più facilmente alla sua funzione normale se l’intensità del lavoro viene diminuita gradatamente prima di una interruzione completa. Questa fase è costituita essenzialmente da esercizi di rilassamento, di stretching, corsa in decontrazione, esercizi di respirazione, cioè tutte esercitazioni di carattere defaticante aventi lo scopo di riassorbire, almeno in parte, mediante il cosiddetto “riposo attivo” le sostanze tossiche che si sono prodotte nell’organismo durante il lavoro di allenamento vero e proprio.
Il programma di lavoro settimanale del portiere
Le sedute specifiche di allenamento del portiere, in palestra o sul campo di gioco, si inscrivono normalmente nel programma di lavoro settimanale, annuale e generale.
A titolo esemplificativo, presento un programma settimanale del periodo agonistico comprendente 6 sedute di allenamento, tramite le quali è possibile interessare tutti gli aspetti della specificità del portiere.
Naturalmente si tratta di una frequenza elevata di allenamento, possibile da attuare prevalentemente a livello professionistico, sia con i portieri delle prime squadre che con quelli del settore giovanile.

Martedì

Mercoledì

Giovedì

Venerdì

sabato

1° seduta






















2° seduta

- Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi di velocità e di rapidità di reazione
- Esercizi di agilità e di acrobatica
- Esercizi di tecnica specifica

- Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi specifico di tipo tecnico-tattico














-Esercizi di rapidità di reazione
- Esercizi di tecnica specifica ( tiri in porta da varie direzioni)

- Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi di agilità e di acrobatica
- Esercizi di tecnica specifica












- Gara di allenamento

- Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi di muscolazione
- Esercizi tecnico-tattici

- Esercizi di velocità
- Esercizi tecnico-tattici su palle inattive




Soprattutto nelle squadre dilettantistiche si verifica molto spesso che l’allenatore, non avendo a disposizione un collaboratore, faccia allenare i portieri da soli.

Questa situazione può risultare anche opportuna, qualora si intenda impostare un lavoro di tipo specifico, non limitato ad una specie di appendice post-seduta.
L’addestramento individuale o a coppie si presenta quindi come esigenza inevitabile per i portieri in quanto questo ruolo particolare richiede cure meticolose.
Le esercitazioni esemplificative che espongo, da svolgersi dopo la fase di riscaldamento insieme a tutti i componenti della squadra, servono come consiglio per gli allenatori al fine di indicare ai loro portieri alcune possibilità di addestrarsi da soli o a coppie.

A) Il portiere si allena da solo

1) Il portiere si lancia il pallone in alto e lo va a riprendere con un balzo. Egli deve cercare di afferrare il pallone il più in alto possibile.
2) Come l’esercizio precedente, ma con respinta di pugno del pallone.
3) Il portiere si lancia il pallone in alto, in direzione laterale alternativamente a sinistra ed a destra e lo va ad afferrare con un balzo in estensione.
4) Il portiere si siede sul terreno con le gambe divaricate e si lancia il pallone in alto, in direzione laterale, in modo da afferarlo cadendo sul terreno con la corrispondente parte laterale del corpo.
5) Il portiere si tuffa alternativamente a destra ed a sinistra verso alcuni palloni fermi a terra. I palloni vengono afferrati ma si lasciano, però, sul terreno. I palloni verranno sistemati ad una distanza tale dal portiere, come se questi debba andare a raggiungerli vicino ai piedi della porta.

Esercizi alla parete

6) il portiere si esercita ad afferrare i palloni che egli stesso ha lanciato contro la parete. L’altezza del lancio deve essere da lui variata in modo che la presa del pallone avvenga del pallone a differenti altezze.
7) Il portiere lancia il pallone contro la parete in direzione obliqua, in modo da essere costretto ad effettuare in volo la parata, senza tuttavia cadere sulla parte laterale del corpo.
8) Il portiere, rimanendo sul posto, si esercita a colpire alternativamente con il pugno destro e sinistro il pallone contro la parete all’altezza della testa.
9) Il portiere si esercita a colpire con entrambi i pugni uniti il pallone che rimbalza dalla parete.
10) Il portiere, con le spalle, alla parete, lancia il pallone al di sopra della testa, si gira rapidamente e lo afferra mentre sta rimbalzando.
11) Come l’esercizio precedente, ma con lancio del pallone in direzione laterale. Questo esercizio richiede una maggior capacità di reazione nel girarsi e nell’afferrare il pallone di rimbalzo.
B) I portieri si allenano in coppia

1) Tuffi alternati a destra ed a sinistra, su palloni lanciati con le mani a mezz’altezza del partner.

2) Un portiere si pone in ginocchio e afferra a terra, alternativamente a sinistra e a destra, il pallone lanciato dal collega
3) Lanciarsi vicendevolmente con le mani, da brevissima distanza e con violenza, il pallone, che deve essere bloccato.
4) Tiri mezz’altezza di drop, in direzione leggermente laterale. Con un rapido spostamento del corpo disporsi dietro al pallone e pararlo, cercando possibilmente di bloccarlo.
5) Respingere di pugno il pallone in direzione del compagno che ha effettuato il lancio. Scambio di compiti ogni venti lanci.
6) Un portiere situato sulla linea di porta, l’altro di fronte sulla linea dell’area di rigore. P2 lancia il pallone per terra, con la mano o con il piede, nella direzione della porta e scatta dietro al pallone. P1 esce rapidamente dalla porta, blocca il pallone e lo difende dall’intervento di P2, che simula così l’azione dell’attaccante. L’esercizio si ripete per 5 volte, poi i portieri si scambiano i posti.
7) Tuffi a sinistra e a destra e a differenti altezze. Lo stesso esercizio può essere eseguito, facendo precedere ogni tuffo da una giravolta.
8) Due porte vengono fissate sul terreno ad una distanza di circa 15 m. I due portieri, uno di fronte all’altro, si collocano al centro della rispettiva porta. Uno di essi è in possesso del pallone. Alternativamente, i due portieri calciano il pallone con una traiettoria ad arco oppure raso terra. Quindi effettuato la parata secondo un modo prestabilito oppure a piacere. Anche il tipo di calcio può essere variato secondo le direttive dall’allenatore.
9) La dislocazione dei due portieri è analoga a quella dell’esercizio precedente, con la variante che ciascuno di essi è in possesso di un pallone e che, all’inizio, i giocatori si collocano sul rispettivo lato destro della porta. Contemporaneamente i due lanciano il pallone con la mano, facendolo rotolare sul terreno e indirizzandolo nell’angolo opposto rimasto libero e, quindi, con un tuffo radente al terreno, afferrano il pallone lanciato dal compagno. Rialzandosi, effettuano il movimento analogo verso l’altro lato della porta. L’esercitazione si svolge in continuità. Ogni 6-8 tuffi, è opportuno concedere brevi periodi di pausa (30-40 secondi).
10) Dei due giocatori impegnati, uno si colloca al centro fra le due porte. L’altro, in funzione di lanciatore, si pone lateralmente a circa sei metri di distanza. Il lanciatore avrà due, tre palloni a disposizione, affinché la serie dei movimenti non subisca pause. L’esercitazione consiste in un tiro, da parte del lanciatore, verso una delle due porte, raso terra od a parabola, secondo quanto prestabilito. Il portiere dovrà cercare di bloccare il pallone prima che entri in porta, e quindi rinviarlo di nuovo al lanciatore. Si porterà quindi rapidamente verso il centro (nella posizione iniziale) per effettuare una successiva parata del pallone che il lanciatore invierà verso l’altra porta. Dopo la prevista serie di lanci e di rispettive parate (8-10), i giocatori si scambieranno i ruoli. Questa esercitazione ha come obiettivo l’addestramento a parare dei palloni correndo verso la propria porta.
11) Le due porte vengono collocate in linea tra loro in modo che i due pali più vicini si vengano a trovare ad una distanza variabile tra 1 e 4 metri, in relazione all’età e all’agilità dei portieri. Il giocatore che ha la funzione del portiere si colloca in piedi, sull’angolo esterno di una porta. L’altro giocatore, il quale ha la funzione del lanciatore, prende il posto al centro fra le due porte, a circa 12 metri di distanza ed ha a sua disposizione almeno due palloni. Il lanciatore invia il pallone – raso terra oppure a parabola – verso la porta rimasta libera, ed il portiere dovrà impadronirsi, mediante alcuni passi di rincorsa e successivo tuffo, radente al terreno od in volo. Il lancio, ovviamente, dovrà essere blando o comunque tale da consentire la relativa parata. Dopo una serie di 6-8 ripetizioni consecutive, è opportuno invertire i ruoli, per consentire ad ogni giocatore un adeguato recupero.
12) Esercizi di pallavolo da seduti per rinforzare le dita delle mani.

Allenamento per i portieri secondo il metodo del circuit-training

Come è noto, il “circuit training” consiste nell’effettuare, secondo una successione prestabilita, una determinata serie di esercizi. Nato come metodo per lo sviluppo della forza e della resistenza muscolare, nell’ambito dell’allenamento calcistico opportunamente modificato, esso viene utilizzato anche per lo sviluppo di altre qualità fisiche, quali la resistenza organica, la velocità, la mobilità articolare e per un addestramento tecnico o tattico.

Proprio per queste sue molteplici possibilità di applicazione, io lo ritengo altresì come un metodo idoneo per svolgere un allenamento specifico per i portieri.