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La questione, in effetti, è questa:
come ci si difende nel calcio? E’
ovvio che la squadra in fase di
attacco, per giungere alla
conclusione a rete da posizione
favorevole, ponga in essere
movimenti e strategie di gioco che
consentano di mantenere innanzitutto
il possesso della palla, e quindi di
creare spazi utili per liberare
l’uomo al tiro.
Ed è altrettanto ovvio, allora, che
la squadra difendente faccia di
tutto per chiudere gli spazi utili
entro cui poter condurre o ricevere
la palla. Ciò, inevitabilmente,
costituisce un presupposto
favorevole per la riconcquista della
stessa (ad esempio, per un errore
dell’avversario in fase di stop o di
dribbling).
Si è detto, impedire di “condurre o
ricevere la palla”, e vi sono due
modi per realizzare questo sul
terreno di gioco: controllare l’uomo
e/o controllare lo spazio, la zona
di campo. Quella congiunzione
ambivalente “e/o” vale a significare
che non vi è spazio, nel
ragionamento riguardante lo sport,
per contrapposizioni teoretiche.
Nella pratica, e forse anticipando
un po’ le cose da dire in questa
sede, una fase gestita a zona senza
il contemporaneo controllo dell’uomo
non servirebbe proprio a
nulla…mentre una fase gestita a uomo
sarebbe assolutamente inefficace
senza la considerazione della zona
di campo e degli spazi di gioco che
fanno da background
all’azione individuale.
Ma cerchiamo di capire quali sono i
motivi di fondo che caratterizzano
in maniera peculiare i due sistemi
difensivi. In parole molto semplici,
quasi da spogliatoio, si può dire
che nella marcatura a uomo la
squadra gestisce in tal modo la fase
di non possesso: ognuno è chiamato a
francobollare i movimenti di un
singolo avversario; in pratica, dove
si muove il loro, c’è il nostro che
lo segue, che lo controlla, che lo
“marca” appunto. Vediamo l’esempio
in figura 1:

Figura 1
L’avversario (giallo) ha superato il
proprio diretto avversario, e
conduce la palla verso l’area dei
neri. I suoi compagni aggrediscono
spazi per sottrarsi al controllo
degli avversari o quantomeno per
creare spazi utili per gli altri.
Come gestiscono i neri le azioni di
attacco effettuate dai gialli? Con
un dispositivo a uomo, cioè ciascun
difendente prende il controllo dei
movimenti di un singolo uomo, a
prescindere dalle effettive
traiettorie di passaggio o di
conduzione disegnate dal possessore
di palla avversario.
Se così è, è chiaro che il sistema
salta nel caso in cui nessuno riesca
ad affrontare il possessore di palla
in un tempo relativamente immediato.
E qualora il giocatore saltato non
riesca proprio a recuperare la sua
marcatura, il dispositivo si avvale
di determinati “meccanismi
d’emergenza”:
1) la predisposizione, nel reparto
difensivo, di un giocatore libero da
marcatura specifica, appunto il c.d.
“libero”. In figura 1,è il giocatore
contrassegnato da un cerchio
leggermente sfumato
2) la messa in atto del contingente
cambio di marcatura con relativa
copertura, in maniera tale da
togliere spazio e tempo alle giocate
del possessore di palla. Vedi figura
2
3) uno scambio di marcatura

L’affermazione in base alla quale la
marcatura a uomo sia un metodo
tatticamente semplice, meno
rischioso e che non richieda la
concentrazione della zona, non mi
trova affatto d’accordo. La
responsabilità individuale,
assegnata a ciascun singolo, su
altri singoli avversari, spesso può
comportare gravi dispensi
nell'occupazione dello spazio e nei
tempi delle chiusure. Per non
parlare della problemetica degli
inserimenti da dietro senza palla.
Probabilmente, e soprattutto in
alcune situazioni di gioco, la
gestione difensiva a zona risulta di
più facile e naturale applicazione,
più sicura e meno laboriosa dal
punto di vista psicocinetico.
Ma andiamo proprio ad analizzarli
questi concetti tattici del sistema
a zona. Innanzitutto mi preme dire
che un dispositivo difensivo “a
zona” è l’ideale per ottenere la
compattezza in fase di non possesso.
E sappiamo che è importante per
limitare o interrompere il gioco
avversario rimanere compatti,
chiudere gli spazi, risultare
“corti” rispetto alla zona della
palla. Tutto ciò perché la zona di
basa su un’occupazione collettiva
del terreno di gioco molto semplice:
il responsabile di una determinata
zona del campo va in
pressione/marcatura sulla palla che
che arriva o staziona in quello
spazio di gioco, mentre i suoi
compagni si posizionano in maniera
tale da coprire la sua azione, da
intercettare un passaggio diretto
verso la loro zona, o comunque da
poter prendere il controllo di un
avversario ricevente in quella
stessa zona. Sintetizzando, vi è
un’azione di pressione/marcatura che
gode di una serie di coperture in
altre zone del campo (le cc.dd.
diagonali difensive).
Prendiamo ad esempio l’azione di
attacco visualizzata nelle figure 1
e 2. Come verrebbe gestita da un
sistema difensivo organizzato con i
concetti della zona?

Come si può ben vedere, il
riferimento non è il proprio uomo,
ma le traiettorie di movimento della
palla. E il riferimento non è
individuale, bensì collettivo. Prima
di spiegare nei dettagli l’azione
illustrata in figura 3, diamo una
schematizzazione dei punti di
riferimento per il difendente a uomo
e per il difendente a zona. Per il
primo: 1) uomo, 2) porta, 3) palla.
Per il secondo: 1) palla, 2)porta,
3) uomo.
Ciò risulta chiaro da quanto
illustrato in figura 3. Il giocatore
“A” ha superato l’avversario “2”
sulla fascia destra (fascia sinistra
per i difendenti neri). Allora va in
marcatura/pressione sulla palla il
giocatore che era a copertura, cioè
“3”. I compagni “4” e “5” scalano in
copertura dell’azione di “3” e in
copertura reciproca. Nel caso in cui
il portatore di palla si allunghi
troppo la conduzione, o comunque
sbaglia un controllo o corre a testa
bassa, non potrebbe innescare i
movimenti di “C” e “D”, e quindi
potrebbe essere attuata la strategia
del fuorigioco. Ma in figura 3
abbiamo ipotizzato che “A” opti per
il passaggio orizzontale verso “B”.
A questo punto il sistema difensivo
deve prontamente riorganizzarsi, con
gli stessi concetti. Il responsabile
della zona centrale, il giocatore
“4”, deve andare in
pressione/marcatura sul
ricevente/possessore di palla (“B”),
assistito dalle coperture dei
compagni di reparto (si formerà la
“piramide difensiva”, grazie alle
diagonali di copertura effettuate da
“5”-“3”-“2”, v.figura 4)

In figura 4, appunto, vediamo la
piramide difensiva individuata dalla
linea rossa che si contrappone al
nuovo contesto di gioco. Con gli
indicatori blu, inoltre, indichiamo
un nuovo scivolamento difensivo
delle reciproche coperture in
sèguito allo spostamento del gioco
sulla fascia sinistra; “5” va in
pressione/marcatura, i compagni di
reparto effettuano le giuste
diagonali di copertura.
C’è ancora tanto da dire sulla zona,
più che altro è importante chiarire,
o meglio sfatare, certi luoghi
comuni. Zona vuol dire
imprescindibilmente fuorigioco? Zona
vuol dire marcature allentate sugli
avversari? Certo che no, niente di
più sbagliato.
Mettere in fuorigioco l’avversario,
sfruttando la regola 11 del
“Regolamento del giuoco del calcio”,
significa metterlo oltre l’ultimo
difensore al momento del passaggio.
E qui occorre lavorare sul campo su
due concetti di base fondamentali:
PALLA LIBERA e PALLA COPERTA.
“Palla libera” si ha quando il
possessore di palla avversario ha
spazi e tempi idonei alla ricerca
della profondità con trasmissione
della palla su un movimento di un
compagno; in pratica sarebbe
deleterio salire in blocco quando
invece, il giocatore avversario, può
tranquillamente innescare un
compagno sulla profondità (vedi ad
esempio l’errore visualizzato in
figura 5). “Palla coperta” si ha
quando il possessore di palla non
dispone di gioco facile, poiché il
controllo dell’attrezzo risulta
difficile e laborioso. Questo per
una serie di motivi: è ben marcato,
vi è una pronta ed efficace
pressione che gli impedisce il
passaggio, si allunga la palla in
conduzione o in prima ricezione, è
costretto a controllare una palla
alta.

Si vuol dire che l’applicazione di
un sistema difensivo organizzato “a
zona”, facilitando la compattezza di
squadra intorno alla zona della
palla, è connaturato al pressing
collettivo, e naturalmente un buon
pressing collettivo induce al
ricorso della tattica del
fuorigioco. Ma non si tratta affatto
di una catena obbligatoria, i
giocatori in campo devono saper
discriminare le situazioni che, per
quanto varie e veloci, devono essere
ricondotte ai due concetti generali:
palla coperta, si può salire e
mettere in fuorigioco; palla libera,
rimaniamo nel controllo attento
della zona, indietreggiamo in
copertura mentre il responsabile di
zona deve andare in
pressione/copertura sulla palla.
Lavorando sul campo, è tutto molto
semplice.
E veniamo all’argomento forse più
interessante di tutto l’articolo: il
controllo dell’uomo nel controllo
degli spazi secondo i concetti della
“zona”.
Sia nel sistema a zona che nel
sistema a uomo ciascun difendente è
chiamato ad attuare correttamente i
cinque principi di tattica
individuale o tecnica applicata
della fase di non possesso:
·
il
marcamento
·
la
presa di posizione
·
la
difesa della porta
·
l ’
intercettamento
·
il
contrasto
Per marcamento si intende il
controllo dell’uomo. Per presa di
posizione si intende il
posizionamento idoneo al prevedibile
sviluppo del gioco. Per difesa della
porta si intende quell’azione,
importantissima nei pressi della
propria porta, rivolta ad impedire
che la palla venga scagliata verso
la stessa. Per intercettamento
s’intende quell’azione di anticipo
sui riceventi avversari in sèguito
all’intervento su un passaggio
avversario. Per contrasto si intende
la riconcquista della palla andando
in tackle diretto sul portatore di
palla.
Rimanendo al discorso sulla zona, è
facile intuire come nell’attuazione
della diagonale difensiva anche il
difendente a zona sia chiamato ad
applicare questi principi
fondamentali del gioco difensivo.
Qualunque azione collettiva è
efficace se i singoli che vi sono
impegnati attuano in maniera
corretta questi aspetti tecnici,
come d’altronde accade per la fase
offensiva, che necessita di una
corretta applicazione dei principi
tecnici dello smarcamento, del
passaggio, della conduzione, ecc….
Dicevamo dei principi nell’àmbito
delle azioni di copertura, le cc.dd.
diagonali. Prendiamo come esempio il
classico posizionamento su attacco
laterale, figura 6:

Come è ben evidenziato in figura, le
diagonali difensive dei giocatori
“3” e “2” non rispondono a meri
criteri distanziometrici, il che
sarebbe assurdo per qualsiasi
appassionato che, almeno una volta,
si sia cimentato nel giocare questo
sport.
In realtà, i difendenti “3” e “2”,
nell’ àmbito di un sistema
organizzato difensivamente secondo i
concetti della “zona”, applicano
correttamente i cinque principi
fondamentali di tecnica applicata o
tattica individuale della fase di
non possesso.
Difatti, nella loro azione
individuale: attuano il marcamento
(controllo dell’uomo nella propria
zona di gioco) tra uomo e porta. La
presa di posizione è quella giusta,
in modo da essere pronti e mai
tagliati fuori da in caso di
trasmissione della palla sul “loro”
uomo; “3” potrà intervenire in
pressione/marcatura, con un
contrasto aereo o a terra; “2” potrà
anche eventualmente intercettare il
passaggio, o in subordine impedire
che l’avversario che riceva in
quella zona di gioco possa
agevolmente tirare o puntare a rete.
E’ inutile insegnare strategie
collettive senza aver fatto
previamente metabolizzare questi
aspetti individuali, che a loro
volta – in un circolo virtuoso –
sono necessari per la riuscita di
azioni collettive, siano esse di
carattere difensivo o anche
offensivo.
E passando proprio su un piano
collettivo, risulta chiaro come il
dispositivo a zona abbia preso
sempre più piede proprio perché
consente di difendersi in maniera
più ordinata e semplice, e inoltre
facilita l’efficacia delle cc.dd.
transizioni attive, cioè le
ripartenze.
D’altronde, ad una crescita sotto
l’aspetto dei movimenti offensivi,
doveva pur far sèguito una crescita
dell’organizzazione tattica
difensiva.
In linea generale occorre ragionare,
sempre con il supporto delle nostre
lavagne tattiche, sull’applicazione
dei concetti della fase difensiva a
zona in un modulo base 4-3-3, o
4-5-1 che dir si voglia. Insomma:
con una difesa a quattro, due
centrali e due esterni; tre mediani,
con centrale più basso e due
cursori; due ali e un attaccante
centrale.
Sarà questa l’argomento della
prossima puntata.
A cura di Marco Proto
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