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Uno dei gesti tecnici più complessi nella interpretazione
moderna del ruolo del portiere di calcio è sicuramente
l’uscita alta. Essa richiede doti di coraggio e tempra
fisica, oltre che di orientamento spazio-temporale, tali da
consentire un rapido, efficace, tempestivo e risolutivo
intervento difensivo. Difatti, poiché il portiere ha
l’unicità e la possibilità di usare le mani dentro l’area di
rigore, un suo tempestivo intervento con le mani in uscita
alta risolverebbe numerose situazioni di pericolo in
occasione delle azioni di attacco avversarie. Di contro, un
mancato intervento del portiere in uscita alta,
provocherebbe una sicura opportunità di realizzazione della
squadra avversaria.
Pertanto l’uscita alta del portiere è una azione difensiva
che previene e non consente la realizzazione di un’azione
d’attacco avversaria.
Come già detto la principale capacità coordinativa utile per
l’uscita alta è l’orientamento spazio-temporale, ovvero la
capacità di sapersi orientare nello spazio con i giusti
tempi per il raggiungimento di un determinato obiettivo;
questo vale non solo, ovviamente, per l’uscita alta, ma per
ogni gesto tecnico del portiere e per ogni ruolo di
qualsiasi altra pratica sportiva.
L’orientamento
spazio-temporale
La
Capacità di Orientamento
Un’azione motoria intenzionale e finalizzata presuppone la
capacità dell’allievo di determinare la posizione dei
segmenti e della totalità del corpo nello spazio e di
modificare i relativi movimenti entro uno spazio di azione
circostante e ben definito, in relazione con gli oggetti (ad
es. la palla) e con gli altri (compagni ed avversari) a loro
volta fermi o in movimento. Questa capacità è strettamente
collegata a quella di controllo e di equilibrio e risente
delle informazioni sensoriali prodotte dagli analizzatori:
ottico, cinestetico, acustico e statico-dinamico.
Controllare il proprio corpo e modificare la sua posizione
in riferimento a se stessi, agli oggetti e agli altri, sono
fattori complessi del processo coordinativo che devono
essere dominati dall’allievo.
Ma le variazioni indotte dall’ambiente sono così numerose e
imprevedibili che richiedono sempre una programmazione
motoria flessibile.
La Capacità di Differenziazione Spazio-Temporale
Essa indica la capacità dell’individuo di dare un ordine
sequenziale di tipo cronologico-spaziale ai processi motori
parziali, collegandoli tra loro fino a farli diventare un
atto motorio unitario e finalizzato. Questa articolazione
dei movimenti parziali nel loro svolgimento temporale e
spaziale e quindi la loro ricomposizione in un unico atto
motorio è un processo complesso che risente dell’influsso
dei ritmi oggettivi (prodotti dalla dinamica della
contrazione muscolare) e di quelli soggettivi (prodotti
dalla percezione sensoriale delle sequenze ritmiche presenti
in ogni atto motorio) che l’individuo vive in forma del
tutto personale. Lo svolgimento temporale si struttura nella
dimensione del prima, del dopo, del veloce, del lento, del
simultaneo ecc…
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come uscire - quando
uscire - dove uscire
come lanciare - quando lanciare - dove lanciare
come ricevere - quando ricevere
dove ricevere - come intercettare
quando intercettare - dove intercettare
come parare - quando parare - dove parare |
Lo
svolgimento spaziale presuppone da parte dell’allievo la
conoscenza di concetti topologici che gli permettono di
collocarsi nello spazio rispetto agli oggetti e agli altri,
fermi o in movimento: avanti/dietro, sopra/sotto, di lato,
vicino/lontano, lungo/corto, largo/stretto aperto/chiuso,
alto/basso, sono determinanti spaziali che aiutano l’allievo
a conoscere, comprendere e padroneggiare l’ambiente. Le
sequenze spaziali e temporali si succedono
contemporaneamente integrandosi. Acquisire le strutture
spaziali significa anche interiorizzare quelle temporali e
viceversa. Questa capacità deve essere continuamente curata
ed educata poiché denota lo stile motorio e i ritmi cinetici
di ogni individuo, ovvero i tempi di esecuzione di ogni
gesto motorio il: come - dove - quando.
Il tono
della voce
Nelle uscite alte avere una adeguata capacità di
orientamento spazio-temporale consente di attaccare la palla
sul punto più alto rispetto al punto d’impatto
dell’avversario, e di far propria la sfera anticipando
avversari e compagni. I compagni di squadra, in realtà, in
determinate situazioni di giuoco, potrebbero risultare
anch’essi dei potenziali elementi di disturbo, se non
preventivamente avvisati negli attimi che precedono l’uscita
alta del portiere. Il portiere, tra le numerose
particolarità che lo contraddistinguono dagli altri ruoli
calcistici, ha anche la possibilità di chiamare la palla,
dichiarando preventivamente il suo intervento; ed è in tale
contesto che si inserisce un altro elemento fondamentale per
la buona riuscita di un’uscita alta: il tono della voce. Il
tono della voce è lo specchio della personalità, del
carattere e del coraggio del portiere; oltre che della
sicurezza, determinazione e decisione con cui si sta per
affrontare un uscita alta composta da: corsa, pre-salto,
stacco ed elevazione, giusto tono muscolare e contrazioni
isometriche per la sospensione, forza di braccia e di mani
per la presa, capacità di decontrazione ed ammortizzazione
dei para-vertebrali.
La voce non deve mal celare insicurezza o remote paure
derivanti da errori tecnici precedenti, magari capitati in
altre gare ufficiali; il giusto tono della voce è quello
forte, rapido e deciso che incute timore agli avversari ed
infonde sicurezza all’intero reparto difensivo. Un giusto
tono di voce utilizzato per chiamare la palla
precedentemente all’esecuzione dell’uscita alta, consente
inoltre ai compagni di reparto di proteggere il proprio
portiere durante l’uscita alta, schermandolo dall’attacco
dell’avversario, il quale, peraltro, già di per sé risulterà
essere più remissivo ed intimorito dalla decisa uscita del
portiere.
Nel giovane portiere l’uscita alta non deve rappresentare lo
spauracchio dei gesti tecnici a sua disposizione; viceversa
deve risultare il gesto tecnico più semplice da disimpegnare
in quanto, a parità di stacco con l’avversario, il portiere
nelle uscite alte in area di rigore, ha la possibilità di
utilizzare la lunghezza delle braccia e la presa con le
mani, ovvero 40-50 cm. in più rispetto all’avversario che
cercherà di impattare la palla con il capo.
Ma per far si che l’uscita alta non diventi lo spauracchio
dei portieri ed un elemento di disturbo nella formazione del
giovane portiere, occorre innanzitutto cambiare la cultura
del nostro pensiero calcistico, fondato principalmente sulla
cultura del mero risultato numerico di una partita di calcio
e non più, ahimè anche a livello giovanile, come aspetto di
formazione della personalità del giovane allievo di
qualsiasi pratica sportiva. Il risultato sportivo ad ogni
costo, vincere il torneo, vincere il campionato, ha
allontanato dal calcio giovanile veri e propri talenti
rimasti inespressi a causa delle eccessive pressioni provate
anche in un solo momento di difficoltà o di crisi
d’identità. L’uscita alta del giovane portiere è un gesto
tecnico che metaforicamente rappresenta tutto questo: la sua
buona o meno buona riuscita, nel tempo, condiziona la
realizzazione del giovane portiere. In tal senso grande
importanza riveste il ruolo del preparatore specifico dei
portieri, in alcuna casi vero e proprio Personal-Trainer,
Maestro non solo di Sport, unico in grado di infondere
fiducia e sicurezza al giovane portiere, unico punto di
riferimento sempre presente per il portiere, anche e
soprattutto nei momenti di difficoltà.
Il Preparatore dei Giovani Portieri deve sempre essere
ottimista ed utilizzare una giusta terminologia, non solo
tecnica, durante ogni seduta d’allenamento. Essere sempre
ottimista significa saper essere paziente, comprensivo ed
intelligente, perchè chi non è paziente non può fare
l’educatore a livello giovanile. Essere un preparatore dei
portieri intelligente significa personalizzare la seduta
d’allenamento all’interno del Gruppo Portieri, significa
saper individualizzare gli interventi didattici, significa
conoscere ogni sfumatura della personalità e del carattere
(nucleo centrale della personalità) di ogni singolo giovane
portiere. Essere Preparatore di Giovani Portieri, ottimisti,
comprensivi ed intelligenti significa non parlare di
“limiti” ma di “margini di miglioramento”, in quanto un
limite è un qualcosa di invalicabile, mentre soprattutto a
livello giovanile bisogna necessariamente parlare di margini
di miglioramento perchè altrimenti è evidente che i limiti
non sono del giovane portiere ma dell’“impreparato”
preparatore.
Per fare una buona, tempestiva e risolutiva uscita alta,
abbiamo detto che serve il coraggio.
Il coraggio è la capacità di compiere una propria azione con
decisione, presa di coscienza e responsabilità. Il coraggio
non è avventatezza, non è pazzia, come spesso in maniera
malsana si definisce il ruolo del portiere (“per essere
portieri bisogna essere pazzi!?!”); un pazzo si butta sotto
un treno, un portiere si butta magari sui piedi
dell’avversario con tempismo e razionale lucidità, ma
consapevole dei rischi che comporta tale estrema decisione e
fiducioso nella buona riuscita del suo proposito.
Non aver coraggio per fare un qualcosa, significa aver
paura; avere paura significa che è successo qualcosa che ci
ha tolto il coraggio, che ha annullato la nostra autostima.
Ma ciò che toglie coraggio, che demotiva o che mette paura,
non è l’errore tecnico del giovane portiere (errare è umano
e soprattutto quando si è giovani sbagliando s’impara). Gli
errori tecnici si fanno per non essere più commessi,
l’errore tecnico del giovane portiere è motivo e momento di
crescita indispensabile per la formazione del giovane
portiere; si può sbagliare, anche più di una volta, certo
magari non sempre lo stesso gesto tecnico (errare è umano ma
perseverare è diabolico!), l’importante è sbagliare sempre
meno, ridurre la percentuale di errori tecnici attraverso
delle adeguate correzioni applicative. Gli errori tecnici
sono tappe di vita fondamentali per la formazione di un
giovane portiere, tutto sta a saper sdrammatizzare ed a
saper cogliere in maniera adeguata il momento di crescita e
l’opportunità di miglioramento che ci si presenta in tali
occasioni. Ad esempio un sano rimbrotto al momento opportuno
fa sempre bene; è che spesso gli allenatori, accecati dalla
sete di successi e gratificazioni personali, accusano il
giovane portiere addebitandogli ogni segnatura avversaria ed
additandolo ad unico responsabile della sconfitta (“abbiamo
attaccato solo noi, loro un tiro un goal!” – “dammi retta:
cambia ruolo!”), provocando delle reazioni a catena e danni
incalcolabili che ricadono sulle spalle magari di un
ragazzino di 13/14 anni (perdita di stima da parte dei
compagni di squadra, ma soprattutto, ben più grave, perdita
di autostima, demotivazioni e perdita di passione); ecco
perché poi nel giovane portiere subentrano le insicurezze,
le indecisioni e le paure. Il giovane portiere deve
letteralmente essere lasciato crescere in pace, deve sentire
la fiducia dell’ambiente in cui pratica lo sport ed il ruolo
che autonomamente ha scelto di praticare ed ha amato fin da
bambino; deve avere la possibilità di poter sbagliare,
perchè l’errore tecnico o di comportamento tattico, è
un’opportunità di crescita comune tanto al giovane portiere,
quanto al preparatore dei portieri e soprattutto
all’allenatore della squadra di riferimento.
Soluzioni
tecnico-tattiche
Affinché l’uscita alta, da spauracchio per il giovane
portiere diventi semplice gesto tecnico, ovvero comune o
addirittura più facile degli altri componenti l’intero
repertorio tecnico del portiere completo, occorre
principalmente:
1°: rendere il gesto il più possibile abituale
ed allenarlo ad ogni seduta d’allenamento, tanto nel lavoro
specifico con il preparatore dei portieri, quanto nel
tecnico-tattico di squadra ed in situazione di giuoco con lo
schieramento del reparto difensivo in ragione degli attacchi
avversari;
2°: esercitarlo in situazioni reali di giuoco,
ovvero, fatta salva la prima fase di condizionamento e di
percorso propedeutico, calciando (e non lanciando con le
mani) svariate parabole da tutte le posizioni al limite
dell’area, con diverse soluzioni didattiche (attacco a zone
predefinite e delimitate definendole numericamente o con
zone colorate, simulazione passiva ed attiva degli attacchi
avversari, utilizzando in area da attaccanti anche gli altri
portieri);
3°: esercitare le uscite alte mai fine a se
stesse, ma sempre con la successiva elaborazione in chiave
tattica; ovvero abbinando alla presa in uscita alta le
naturali combinazioni utili per la ripartenze d’attacco
della propria squadra (quando entra in possesso di palla il
portiere è il primo attaccante della propria squadra):
rilanci con le mani, rinvii con i piedi in chiave tattica ed
in zone prestabilite;
4°: mantenere e preservare l’aspetto ludico e
divertente nell’esercitare le uscite, inserendo, soprattutto
a livello giovanile, dei giochi a tema o a confronto con
obiettivo centrale la presa in uscita alta (ad esempio: due
contro due in porte contrapposte e distanti 16 m. palla alta
contesa in uscita alta e successiva possibilità di
realizzazione da parte del compagno di squadra del portiere
che ha preso la palla).
Consigli didattici e
pedagogici
Per
evitare che il giovane portiere si blocchi completamente in
occasione di situazioni di giuoco in cui è richiesto ed è
indispensabile un suo intervento in uscita alta, si
consiglia di:
1°: cambiare terminologia, linguaggio, tono di
voce, luogo e tempo in cui si ritiene opportuno dargli dei
consigli tecnici o tattici;
2°: tramutare il significato di “limite
tecnico” in quello decisamente più ottimistico di: “margine
di miglioramento”;
3°: avere pazienza, comprensione ed
incoraggiare sempre il giovane portiere;
4°: invogliare con esercitazione ludiche e
divertenti i ragazzi che intendono svolgere il ruolo del
portiere (la percentuale dei portieri nelle Scuole Calcio
anche di società professionistiche è scesa al di sotto del
5% degli iscritti totali), curando l’anti-infortustica e
lasciando il gruppo portieri “aperto” a nuovi iscritti in
qualsiasi momento della stagione calcistica;
5°: aiutarli a divenire dei leader all’interno
del gruppo della squadra di riferimento, tutelandoli e senza
mai denigrarli o incolparli per una segnatura subita
Interessi economici e globalizzazione
La presunta crisi del ruolo del portiere in Italia è falsa
in quanto la scuola di portieri italiana, assieme a quella
francese, è la migliore al mondo in quanto racchiude la
praticità e l’amore per lo stile e la perfezione che è
caratteristica di ogni arte italiana.
I motivi per cui in Italia arrivano sempre più portieri
stranieri, non sono da ricercare in una improvvisa
regressione della qualità dello scuola o perché mancano
pochi talenti, ma in quanto gli interessi economici ed i
mercati aperti hanno portato la globalizzazione anche nel
calcio. In tale contesto i portieri stranieri venuti in
Italia, soprattutto i sudamericani (ad esempio i brasiliani:
Taffarel, Dida, Doni, Rubino, Zappino), essendo dotati di un
patrimonio genetico particolarmente adatto al ruolo del
portiere (capacità coordinative elevate, agilità,
reattività, elasticità muscolare, ma anche maggiore serenità
interiore e capacità di sdrammatizzazione), hanno
beneficiato del livello tecnico elevato della scuola
portieri italiana. Peraltro lo stesso Frey (grande portiere
e talento di scuola francese), in realtà è venuto in Italia
giovanissimo (aveva 17 anni) ed ha beneficiato all’Inter
della grande esperienza e capacità di un nostro grande ex
portiere della Nazionale Italiana (Giaguaro Luciano
Castellini). A mio avviso, i portieri migliori sono sempre
quelli italiani, mentre quelli stranieri che giocano in
Italia sono sicuramente portieri bravissimi, ma lo sono
diventati grazie alla cultura della scuola portieri
italiana.
Pressioni
psicologiche
Le pressioni psicologiche sono le principali componenti
condizionanti la buona riuscita di un giovane portiere a
livello professionistico. Nella mia ancora breve carriera di
preparatore dei portieri, collaborando con società
professionistiche come Cagliari, Lodigiani e Lazio, ho avuto
la fortuna di vedere esordire in serie A diversi miei
ex-allievi. Nel rileggere le schede tecniche dei ragazzi a
mia disposizione negli anni ho sempre notato che a parità di
livello tecnico è sempre stata la personalità, o meglio
l’adattamento della personalità al ruolo del portiere, che
ha fatto la differenza ed ha avuto un peso specifico per la
realizzazione dei miei allievi a livello professionistico.
Ho spesso notato e distinto il portiere d’allenamento da
quello da gara; ovvero, il portiere in grado di
disimpegnarsi in gara con la stessa tranquillità con cui
affrontava ogni seduta d’allenamento (portiere da gara) ed i
portieri che, male incanalando gli aspetti emotivi, si
facevano condizionare ed emozionare eccessivamente, a tal
punto da bloccarsi completamente, non riuscendo ad esprimere
nelle gare ufficiali tutto il loro reale valore tecnico
dimostrato negli allenamenti specifici (portiere
d’allenamento). Ovvero, purtroppo, non sempre vi è
corrispondenza tra il lavoro proposto e la sua possibilità
di realizzazione da parte di ogni allievo. La scuola
portieri così come la scuola calcio, non è una fabbrica di
cioccolatini dove vi è la possibilità di far uscire dei
prodotti tutti uguali; in realtà, pur proponendo la medesima
seduta d’allenamento a più allievi, i risultati possono
essere differenti a seconda del patrimonio genetico di ogni
allievo (ad esempio peso e altezza, forza - resistenza -
velocità, capacità coordinative differenti, flessibilità più
o meno disponibile), così come a seconda dell’influenza
dell’ambiente (personalità, carattere, sfera affettiva,
famiglia, scuola), con differenti risultanze nelle
interazioni funzionali che coinvolgono la Psico-Motricità:
• Funzioni Cognitive - Funzioni Organiche (biologiche e
motorie) - Funzioni Sociali - Funzioni Affettive ed Emotive.
Peraltro è anche possibile raggiungere degli ottimi
risultati di impostazione tecnica comune a tutti i portieria
disposizione, ma non tutti saranno in grado di esprimere le
proprie conoscenze e, magari condizionati da fattori emotivi
e da poco coraggio, non tutti sono in gradodi metterle in
atto nelle gare ufficiali “l’essenza della conoscenza,
per chi ne dispone, è di saperla usare!”
Ma le pressioni psicologiche da cosa derivano?
paure inconsce, paure
imposte. aspettative deluse.
Le paure inconsce possono derivare da qualsiasi episodio,
anche infantile, che inconsciamente fuoriescono
condizionando negativamente la libera espressione di ogni
nostro atteggiamento, in particolar modo quando siamo
chiamati a prendere con coraggio e decisione delle
iniziative che presuppongono una capacità decisionale.
Le paure imposte sono quelle imposte dagli altri o in
generale dall’ambiente esterno in cui viviamo. Nel caso
specifico dell’ambiente calcistico, le paure imposte possono
derivare da rimbrotti eccessivi in pubblico o con modi e
tempi inadeguati, tali da demotivare l’atleta ed azzerare la
propria autostima (“il tuo vero “io” è quello che tu sei non
quello che gli altri hanno fatto di te!”).
Le aspettative deluse sono quelle che derivano dalla sfera
affettiva (genitori troppo presenti ed invadenti, non
rispettosi dei ruoli) e che possono creare, non volendo,
ansie da prestazione ed eccessivo patos al momento della
pratica sportiva ufficiale.
Ma le pressioni psicologiche possono derivare anche dai
mass-media omnipresenti anche a livello locale e giovanile,
con pubblicazione di articoli nei quali si fanno continui
riferimenti ai parametri di valutazione propri del mondo del
calcio adulto e con commenti ed articoli, anche quotidiani,
sempre eccessivamente critici ed inopportuni (vedi pagelle
con voti insufficienti anche nelle categorie Esordienti o
chiacchiere di calcio-mercato giovanile).
Scarico di responsabilità
Lo scarico di responsabilità altro non è che l’incapacità
dei giovani di oggi di assumere ruoli di responsabilità in
qualsiasi ambiente di lavoro. Il ruolo del portiere è un
ruolo pieno di responsabilità con poche soddisfazioni
personali e con molte colpe da assumersi sulle proprie
spalle. Dispiace dirlo ma spesso sono proprio i genitori, a
sconsigliare i propri figli che esprimono la volontà di fare
il portiere a scuola calcio: “va bene fai calcio, ma non il
portiere perché ti fai male e poi perché se prendi goal se
la prendono tutti con te se la tua squadra perde!”. Mi è
capitato, quando ho ricoperto il ruolo di responsabile del
Gruppo Portieri della Scuola Calcio del Centro Federale
dell’Acquacetosa a Roma, di sentire delle mamme che mi
dicevano che non volevano che il loro figlio facesse il
portiere perché “già è cicciotello e se fa il portiere non
si muove ed ingrassa di più!”, non sapendo che una sana
seduta specifica di preparazione del portiere fa consumare
il doppio delle calorie degli altri ruoli; un portiere di
calcio adulto durante una partita, anche se non impegnato,
può perdere sino a 2 kg. per la tensione emotiva!
Conclusioni
Il ruolo del portiere è un ruolo di responsabilità che
presuppone una personalità con spiccata attitudine ad avere:
capacità decisionali,
capacità di assumersi responsabilità, capacità di comando.
ma soprattutto: coraggio… “il coraggio fa sempre
vincere” (anche se solo con sé stessi).
* Prof. Alessandro Carta
Coordinatore Preparatori Portieri S.S. Lazio Calcio |