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INDICE
Prefazione
I. IL
PORTIERE
I.1.
Differenze tra il ruolo del portiere e
gli altri ruoli
nel gioco del calcio
II. IL
PORTIERE NEL SETTORE GIOVANILE
II.1.
Evoluzione metodologica nell’allenamento
del
portiere
III.
ORGANIZZAZIONE DELL’ALLENAMENTO
III.1.
Strategie di sviluppo delle capacità di
Prestazione
III.1.1.
Ciclo di Supercompensazione
III.1.2.
Principi della Progressività
e Variabilità del
carico
III.1.3.
Principio della durata del
Rendimento
III.2. La
programmazione dell’allenamento
III.3. La
periodizzazione dei carichi di lavoro
III.3.1.
Il Periodo di preparazione
III.3.2.
Il Periodo di Campionato
III.3.3.
Il Periodo di Transizione
III.3.4.
Microcicli e Macrocicli
III.4. La
Verifica e Valutazione dell’allenamento
III.4.1.
Test di resistenza
III.4.1.1.
Il Test di Conconi
III.4.1.2.
Prove comparate dei 100 e
400 mt per la
daterminazione delle
qualità
aerobiche
III.4.1.3. Harvard
step test
III.4.2.
Test di forza e velocità
III.4.3.
Test di mobilità articolare
III.4.4.
Test acrobatici
III.4.5.
Test tecnico tattici: gli scout
IV. IL
PORTIERE PROFESSIONISTA
IV.1.
Esercitazioni
IV.1.1.
Esercizi per il miglioramento della
Forza di stacco
IV.1.2. Capacità
di scatto o velocità di
Spostamento su
distanze brevi
IV.1.3. Esercizi
per migliorare la
Capacità di scatto
IV.1.4. Rapidità
di reazione o prontezza di
Riflesso
IV.1.5. Potenza
muscolare generalizzata
IV.1.6.
Flessibilità o mobilità articolare “
IV.1.7. Equilibrio
IV.1.8.
Agilità e doti acrobatiche
IV.1.9.
Coordinazione motoria
IV.2. La
Tecnica del Portiere
IV.2.1.
Tecnica di difesa
IV.2.2.
Tecnica di attacco
IV.3. La
Tattica del Portiere
IV.4.
Esercizi Tattici per il portiere
IV.5. La
seduta di allenamento del Portiere
V. LE
MIE SEDUTE E LE MIE UNITA
DI
LAVORO
V.1. Le mie sedute
Unità di lavoro:
001
Unità di lavoro:
002
Unità di
lavoro: 003
Unità di
lavoro: 004
Unità di
lavoro: 005
Unità di
lavoro: 006
Unità di
lavoro: 007
Unità di
lavoro: 008
Unità di
lavoro: 009
Unità di
lavoro: 010
Unità di
lavoro: 011
Unità di
lavoro: 012
Unità di
lavoro: 013
V.2. Il
quadrato psicocinetico
V.3.
Analisi Tecnico/Tattiche di alcuni portieri
Professionisti
VI.
CONCLUSIONI
VI.1.
Considerazione personale sulla
preparazione fisico-tecnica dei portieri
con
l’accompagnamento musicale
VI.2.
Considerazioni sul lavoro eseguito
VI.3.
Conclusioni
BIBLIOGRAFIA
PREFAZIONE
Erano molti
anni che desideravo mettere per iscritto tutte le mie idee e
le mie sensazioni, sulla preparazione fisica – tecnica e
tattica dei portieri.
La passione
per questo ruolo nasce dalla mia esperienza personale e
dalla forte influenza calcistica familiare; mio padre ex
giocatore, mio fratello giocatore ed io preparatore nonché
ex portiere.
Mi ha
sempre catturato il fascino di un bel tuffo plastico e di
come questo potesse essere insegnato, corretto e verificato.
Grazie alle
molteplici discipline sportive eseguite (inizio come
ginnasta, arti marziali, danza, ecc.), credo di poter
analizzare le singole fasi di un gesto motorio con maggiore
chiarezza e di conseguenza andare ad una ricerca più
minuziosa dell’errore.
Nelle mie
sperimentazioni passate (tesi di diploma), analizzavo come
ed in quali risultati, potevo ottenere grandi prestazioni da
giovani portieri con l’utilizzo dell’accompagnamento
musicale; questo ha suscitato qualche perplessità
nell’ambito distrettuale (nord ovest), ma ha approfondito
alcuni concetti di capacità di ritmizzazione e di
concentrazione.
Purtroppo,
non ho mai ricevuto un analisi dettagliata sui miei giudizi
tecnici e sulle metodologie di lavoro poiché tutti i miei
interlocutori (preparatori di portieri) non sono altro che
mediocri ex portieri che eseguono di riflesso ciò che sanno
senza avere la minima conoscenza dei tempi, dei carichi,
delle metodologie e dei contesti intrinseci alle situazioni
di gioco.
8
I.1. Differenze
tra il ruolo del portiere e gli altri ruoli nel gioco del
calcio
Per una
persona che si avvicini la prima volta al calcio, appare
subito evidente che, nella stessa squadra, esistono almeno
due tipologie di giocatori: il portiere e gli altri. Tale
differenza è sottolineata anche da un diverso abbigliamento,
diverso sia nella sostanza che nell'estetica. Il colore
diverso serve a comunicare a tutti, spettatori e direttore
di gara, che lui è l'estremo difensore. Il contenuto è
finalizzato allo sfruttamento ottimale delle potenzialità
fisico-atletiche nonché e soprattutto, alla tutela della
integrità fisica.
Le
differenze principali sono, a mio modo di vedere, le
seguenti:
1) di
regolamento
2) tecniche
3) tattiche
4)
atletiche
5)
psicologiche
6) mediche
7) soggetto
prevalentemente passivo
Al punto 1,
il regolamento impone che sia possibile riconoscere il
portiere in modo immediato e senza possibilità d'errore.
Ecco quindi che l'abbigliamento deve essere funzionale ad
un'identificazione veloce e, da qui all'utilizzo di un
colore di maglia diverso, il passo è breve. Il motivo di
quest'identificazione immediata ha dovuto alle maggiori
possibilità di comportamento permesse. Egli può toccare il
pallone con le mani quando si trova all'interno dell'area di
rigore (eccetto particolari situazioni...); ciò gli consente
una gamma di gesti tecnici e soluzioni tattiche che vedremo
di seguito. Una considerazione: personalmente adoro i colori
vivaci o particolarmente appariscenti ma non li utilizzerei
poiché sarebbero di molto agevolati gli attaccanti
avversari. La raccolta d'informazioni dal campo visivo è più
incisiva e precisa con quegli elementi che dispongono di un
maggior contrasto. E' logico che se l'avversario mi guarda
direttamente mi vede; se la sua focalizzazione è indirizzata
ad altri elementi dello sviluppo della situazione ed io
rientro nella sua vista periferica, diventa molto più
difficile conoscere e valutare la mia esatta posizione.
Il punto 2
è una conseguenza del regolamento che risponde, grossomodo,
alla domanda: "Come fare?" Si tratta quindi delle modalità
fisico-cognitive rapportate alle caratteristiche
morfologiche che portano il portiere ad utilizzare le mani
per intercettare il pallone. Tenendo presente che la
manualità è molto più naturale rispetto all'utilizzo degli
arti inferiori per controllare una sfera, è un vantaggio non
indifferente che, ovviamente, è sfruttato. Quindi i gesti
tipici del portiere sono diversi da quelli dei giocatori
degli altri ruoli: la presa e le deviazioni di mano (nelle
varie modalità), il tuffo per arrivare il più distante
possibile dal punto di partenza nel minor tempo, sempre
utilizzando le mani. Infine le uscite alte, anche in questo
caso con l'ausilio degli arti superiori.
Il punto 3
è pure una conseguenza del regolamento che risponde,
grossomodo, alla comanda: "Cosa fare?" Si tratta delle
modalità cognitive, del vissuto e dei criteri di scelta.
Rispetto agli altri ruoli, il portiere agisce
prevalentemente in una zona limitata, spesso solo
all'interno dell'area di rigore. Raramente esce da questo
spazio se non per esigenze puramente di scelta tattica (la
propria squadra gioca molto "alta" ed egli copre lo spazio
dietro alla linea difensiva. Più si gioca alti, più lo
stazionamento medio dell'estremo difensore ha il baricentro
lontano dalla porta che difende. In chiave tattica
offensiva, ritengo che il portiere partecipi con un solo
gesto tecnico: il rinvio finalizzato come lancio su una
punta veloce. Ovviamente, la posizione dietro alla linea
difensiva, lo porta ad avere una visuale più completa dello
sviluppo della situazione. Per questo motivo è colui che
impartisce la disposizione contingente durante la gara (nel
rispetto di quelle generali date dall'allenatore) ed
impartisce "indirizzi tattici comportamentali" ai compagni.
Il punto 4
è una conseguenza diretta del punto 2 e punto 3. Quindi, a
differenza degli altri ruoli, molto lavoro alattacido, poco
lavoro lattacido e pressoché nulla di aerobico. Molto
diverso questo mix atletico rispetto agli altri ruoli.
Nel punto 5
è unanimemente riconosciuta la richiesta del ruolo di una
"solidità" psicologica. Essendo l'ultimo uomo, un errore del
portiere spesso si trasforma automaticamente in un gol
subito. Nel caso di un errore del difensore, l'avversario
trova un altro ostacolo (l'estremo difensore, come il
termine stesso lo definisce) a sbarrargli la via della rete.
Se sbaglia un attaccante si ritiene che non abbia influito.
Concordo con quest'affermazione se il soggetto della
valutazione stessa è il risultato numerico; non concordo se
il soggetto della valutazione è la potenzialità che
quell'errore avrebbe avuto sulla partita. Le due situazioni
psicologiche più tipiche e negative, a mio parere, sono:
-
difficoltà ambientali (quando la stampa e/o la tifoseria è
contro per un qualche evento particolare, per esempio si è
stati acquistati dal club contro il quale si gioca il derby
oppure, in un incontro precedente, vestendo la maglia di un
altra squadra, sono sorti "contenziosi" con i tifosi
stessi.....)
-
conseguenze di un proprio errore tecnico-tattico. In questo
caso si pone una prima pressione psicologica immediata molto
forte tendente ad abbattere il morale che si contrappone
alla successiva esigenza di rimanere concentrato per evitare
il tracollo. Dopo la partita si susseguono una serie di
pressioni che vanno dal dover giustificarsi o chiedere scusa
a compagni ed allenatore per arrivare al "rimuginare" su ciò
che si è successo sino alla partita successiva. Nel momento
in cui si rientra in campo la pressione psicologica è più
alta del solito e, in caso di ulteriore prestazione
negativa, si crea una spirale dalla quale è piuttosto
difficile uscirne indenni (psicologicamente parlando). E' in
ogni caso un argomento molto complesso, difficile da
focalizzare in poche righe.
Il punto 6
si evidenzia da solo; gli infortuni tipici del portiere sono
le contusioni, le abrasioni e le borsiti. Negli altri ruoli,
la fanno da padrona gli infortuni muscolari nonché le
patologie e le problematiche del ginocchio.
Il punto 7
ritengo sia la sintesi del comportamento del portiere,
perlomeno nel 99% delle situazioni. Ho voluto evidenziarlo a
parte rispetto agli altri, pur essendone una componente
trasversale, perché ora l'utilizzo a spiegare alcune mie
convinzioni tendenti a dimostrare l'esistenza di uno spazio
molto ampio di potenzialità non sfruttate o, comunque, non
tenute in debita considerazione. Immaginate di osservare una
partita. Il portiere è avulso dalla manovra quando la sua
squadra è nella metà campo avversaria. Il suo comportamento
è tendente a ricercare la migliore posizione geometrica,
quindi, anche in questo caso, non influisce sullo sviluppo
della situazione ma la subisce. Man mano che lo sviluppo
della situazione porta il pallone ad avvicinarsi alla porta,
aumenta l'attenzione del portiere e la ricerca più precisa
della posizione geometrica. Potrebbe essere chiamato in
causa oppure può verificarsi che i propri difensori
conquistino palla e ripartano come succede nella maggior
quantità di volte. In questa evenienza egli non ha influito
sull'andamento dell'azione se non con un eventuale
condizionamento dovuto al suo piazzamento (posizione
geometrica). Nella ipotesi precedente (cioè se chiamato in
causa), sia che il proprio intervento ottenga risultato
positivo che negativo, il compito cui deve assolvere è il
lancio o il passaggio ad un compagno. Tutta questa gamma di
considerazioni porta ad un'altra che ne è diretta
conseguenza: il portiere "subisce" in modo molto maggiore
l'azione rispetto ai giocatori degli altri ruoli.
In pratica
risulta una figura che agisce e reagisce ad una situazione
ma che, raramente, agisce sul pallone se non nella fase
passiva (cioè palla giocata da altri) e reagisce solo nella
fase di rilancio.
Ricapitolando
Lo sviluppo
della sequenza logica con l'utilizzo del percorso indicato,
ci ha portato ad identificare un aspetto del ruolo del
portiere che, ritengo, sia di primaria importanza:
nelle fasi
rilevanti della partita, il portiere reagisce a ciò che sono
le sollecitazioni degli avversari ed, essendo l'estremo
difensore, la sua reazione è individuale più che settoriale.
L'obiettivo primario è quello di non subire gol. In pratica,
da questo punto di vista, è un "soggetto passivo" .
Ad esempio,
pur essendo l'ultimo difensore, il portiere può essere
risucchiato dall'azione e trovarsi con un suo compagno alle
spalle. Oppure, nel caso di corner con uno o due uomini sui
pali, se egli accenna all'uscita, obbligatoriamente non è
più l'ultimo difendente. Ciò non toglie che, nella
stragrande maggioranza dei casi, quella sia effettivamente
la sua posizione..
Arriviamo
al punto cui desideravo condurvi:
l'avversario decide le caratteristiche del comportamento
tattico (ed in parte anche tecnico) del portiere.
Può essere
un tiro forte oppure un cross, una finalizzazione alla
destra o alla sinistra del portiere ecc. Al portiere resta
da decidere con che gesto tecnico rispondere: se ha molto
tempo a disposizione può spostarsi con qualsiasi tipo di
corsa ed intercettare il pallone. Se il tempo è limitato
diventa indispensabile utilizzare il gesto tecnico più
veloce per arrivare sulla traiettoria del pallone prima che
lo stesso sia passato.
Qualcosa di
analogo succede anche negli altri ruoli. Una prima
differenza sostanziale sta nel fatto che, un non portiere, a
volte subisce un'azione ed altre volte la esegue lui stesso.
E' quindi un'alternanza dei gesti tecnici subiti e proposti.
Non solo, la gamma dei gesti tecnici subiti e proposti è,
sostanzialmente, la stessa per tutti i giocatori di tutti
gli altri ruoli.
Un portiere
che possa subire un dribbling affronta l'avversario potendo
utilizzare anche il tuffo in avanti con l'impiego degli arti
superiori per intercettare il pallone mentre, se il portiere
stesso propone un dribbling all'avversario (nel caso di un
retropassaggio, per esempio), all'avversario stesso non
conviene utilizzare il gesto tecnico del tuffo (anche se non
vietato) in quanto può utilizzare solo gli arti inferiori ed
il corpo.
La seconda
differenza, molto più importante al fine del risultato, è:
superare il
portiere spesso comporta una modifica al risultato perché
l'azione si trasforma in rete.
Inadeguatezza del modello attuale di redditività della
prestazione della squadra?
Tutti
questi passaggi intermedi li ho proposti per arrivare a
questa constatazione:
- superare
un portiere vuol dire quasi gol
- per un
giocatore non-portiere, pur superando un avversario, le
probabilità di segnare sono notevolmente minori
- un
portiere gestisce le fasi rilevanti del suo ruolo subendole
- un
giocatore non-portiere dispone di fasi rilevanti sia
subendole che proponendole
Ed allora?
Allora come mai si conosce quasi tutto di un giocatore
mentre di un portiere si studia ben poco? E sì che è molto
più redditizio approfittare di "carenze" del portiere che
non di altri giocatori. Nel primo caso, come messo in
rilievo in precedenza, spesso la conseguenza è un gol.
Prendete
una classifica di rendimento annuale dei portieri. Sarà
facile rilevare che ai primi posti sono collocati coloro che
giocano per le squadre di bassa classifica. E' sbagliata
quella graduatoria oppure le valutazioni degli esperti che
ritengono molto più bravi portieri che sono a metà
classifica?
17
II.1.
EVOLUZIONE METODOLOGICA NELL'ALLENAMENTO DEL PORTIERE
La
competizione favorisce le qualità già acquisite a scapito di
quelle in possibile sviluppo, di conseguenza nega la
possibilità di nuovi apprendimenti, di sviluppo, di
espressione o di manifestazioni di intelligenza.
(Rauch)
La crescita
culturale di tecnici ed istruttori, delle loro conoscenze
tecniche, metodologiche e didattiche in riferimento
all'allenamento, ha convinto molte società calcistiche
dell'utilità di uno specialista da affiancare allo staff
tecnico che possa garantire un allenamento estremamente
curato e mirato alle reali esigenze organiche e
tecnico-tattiche del portiere. Si sta vivendo un passaggio
che da una superficialità metodologica ci porta addirittura
ad una periodizzazione dell'allenamento del portiere all'
interno della dinamica del gioco e del gruppo. E' questo un
vero rinnovamento dove viene dedicato all'isolato del
gruppo, al giocatore diverso dagli altri, un coinvolgimento
sempre maggiore col gruppo di lavoro non solo da un punto di
vista atletico, ma anche e soprattutto tecnico-tattico.
A grandi
linee si possono suddividere gli allenatori dei portieri in
due movimenti di pensiero: il primo movimento caratterizzato
dal pensiero metodologico che " più un portiere lavora
meglio é " ; il secondo, invece, che cerca di tecnicizzare
il gesto atletico specifico, in pratica, più che allenare
quantitativamente il giocatore, tende a sviluppare sedute di
tecnica specifica prioritariamente rispetto alla quantità di
lavoro, creando quindi il particolare, le cosiddette
sfumature tecniche che certamente possono contribuire a
differenziare un bravo portiere da un grande portiere. C'è
forse una terza corrente di pensiero, quella in cui si tende
a far lavorare il portiere non più in condizioni chiuse e
stabili dove ambiente e situazione non mutano, ma in
condizioni aperte e flessibili dove le variabili esecutive
stimolano continuamente non solo i processi senso-motori ma
anche quelli di tipo concettuale-intellettivo. Ed è a questo
terzo tipo di movimento che credo di appartenere in seguito
ad una esperienza maturata sul campo nonché ad un'ampia
documentazione ed anche a conclusioni su alcune importanti
considerazioni.
Cosa
succede nella mente di un atleta o del portiere durante
l'esecuzione di un movimento? Cosa fa la differenza tra
l'esperto portiere ed il giovane portiere?
Come
motivare gli apprendimenti e le esercitazioni? Su quali
situazioni è basato l'apprendimento motorio del portiere?
Cosa accade nel portiere quando stabilizza un movimento?
Per poter
rispondere a questa serie di domande ed altre ancora che
potrebbero emergere in un processo di apprendimento motorio
per un giovane portiere o per la preparazione di un portiere
adulto, bisogna considerare che lo sviluppo di un soggetto è
legato essenzialmente a due fattori: maturazione ed
apprendimento. Nello sviluppo, quindi, non potendo
intervenire sulla maturazione in quanto evento biologico, si
può incidere attraverso la quantità e la qualità degli
apprendimenti. Nell'apprendimento il discente deve prestare
la giusta dose di concentrazione affinché l'informazione
possa giungere a livello di coscienza e venga effettivamente
compresa. Dopo aver effettuato la valutazione, si è
praticamente conclusa la cosiddetta fase afferente. Inizia
ora l'analisi di quelle che Hebb ha definito variabili
interventi che corrispondono a tutti quei processi
interposti tra lo stimolo e la risposta.
Nell'area 4
di Bordman detta motrice primaria è quella che invia i
comandi motori ai muscoli. Nell'area 6, o motrice
associativa, inizia la progettazione del movimento e ne
viene organizzato il controllo. Una volta eseguito il
movimento, il compito del portiere non è ancora terminato
perché se la prima esecuzione motoria è imperfetta tenterà
di migliorarla; il miglioramento dell'azione motoria
richiesta si realizza gradualmente grazie alla ripetizione
dell'allenamento. A questo punto nel processo
d'apprendimento interviene il feedback psicologico per
confrontare il movimento eseguito con il programma
progettato a livello centrale.
Con la
ripetizione il movimento viene gradualmente regolato fino ad
accadere che il soggetto lo stabilizzi prestando sempre meno
attenzione. Praticamente il portiere sta automatizzando il
gesto e quando diventa automatico è divenuto abilità. A
questo punto è chiaro che quando un portiere lavora sullo
stesso esercizio o gli stessi esercizi da richiedere
un'esecuzione motoria già apparsa precedentemente e passata
ad abilità, non c'è alcun tipo di apprendimento e tale
prestazione di tipo senso motorio servirà esclusivamente a
sollecitare solo alcune qualità organiche dell'atleta.
Questo
succede quando il miglioramento del gesto avviene attraverso
una serie di ripetizioni stereotipate o chiuse. Per il
portiere, in questo caso, il movimento automatizzato
difficilmente potrà essere scisso in sottoprogramma e potrà
utilizzarlo solo globalmente; se vorrà utilizzarne solo una
parte incontrerà notevolissime difficoltà ed impiegherà
moltissimo tempo. Se il perfezionamento del movimento viene
costruito in modo aperto, flessibile, variabile, versatile,
il portiere potrà scomporlo in sottoprogrammi e potrà
adottarlo alle situazioni più diverse. Esempio pratico: se
alleno il portiere sull'uscita in presa alta ripetendo in
forma stereotipata il gesto, egli acquisisce un'abilità
chiusa che dovrà essere resa variabile altrimenti non c'è
più apprendimento e durante la gara l'azione sarà ripetuta
come nell'addestramento. Rendere aperta una situazione vuol
dire variare il gesto. Essendo il gioco di squadra una
disciplina situativa a variabili aperte, l'addestramento
deve rispecchiare fedelmente queste priorità proponendo
variabili spaziali, temporali, tattiche, qualitative,
quantitative e situazioni di gioco che ripetono in forma
reale quello che succede o potrebbe succedere in una fase di
gara. E' da considerare infatti che portieri evoluti non
abituati ad esprimere tecnicamente alcuni gesti motori
dovuti a modifiche del regolamento, hanno incontrato
maggiori difficoltà d'apprendimento rispetto ai principianti
che si sono apprestati ad eseguire per le prime volte lo
stesso movimento.
Va comunque
detto che sia il metodo delle ripetizioni stereotipate che
quello delle ripetizioni in situazioni variabili sono due
itinerari ugualmente validi ma in contesti diversi. Es: se
un giovane portiere di otto/dieci anni ha appena iniziato
una fase di istruzione tecnica sul lanciare, ha tutto il
diritto di provare a lanciare in tutti i modi possibili ed
immaginabili perché sta costruendo il proprio bagaglio
motorio. Al contrario un portiere evoluto che possiede già
un bagaglio motorio adeguato, deve migliorare attraverso la
ripetizione il reclutamento delle unità motorie per
effettuare un lancio sempre più lungo e preciso. Detto ciò è
chiaro che per un portiere (od un atleta in generale)
apprendere non è mai diventare capaci di ripetere lo stesso
gesto, ma fornire con mezzi diversi una risposta adatta alla
situazione. In base alle sue conoscenze il portiere deve
imparare ad ottimizzare la sua azione pratica. In situazioni
pratiche bisogna che esista a rmonia tra sapere, volere e
potere . Il portiere va edotto! L'istruzione e la situazione
insegnano.
L'esperto
portiere di calcio (il nostro obiettivo) esce su un pallone
in presa alta e nello stesso tempo valuta le strategie di
comportamento prevedendo dove compagni ed avversari si
troveranno nel giro di qualche attimo. Questo non è altro
che strategia: capacità di conduzione diretta che l'atleta
acquisisce per controllare le operazioni di intervento, di
apprendimento, di riflessione. Controlla il movimento. Una
delle differenze principali tra bravissimi e meno bravi è il
grado ed il tipo di implicazione cosciente prima, durante e
dopo la prestazione motoria. (cfr. Singer).
Un sistema
stereotipato di agenti di eccitazione, secondo lo schema
classico, produce un sistema stereotipato di processi
nervosi (allenamento in condizioni chiuse: routine). Quindi
si può supporre che un'alterazione degli agenti stimolatori
ed il cambiamento delle condizioni standard nelle quali
viene rielaborato lo stereotipo motorio porti alla sua
distruzione, per cui l'elaborazione dell'abilità tecnica
diventa più difficile.
Invece è
proprio la variazione delle condizioni che porta ad una
maggiore precisione ed esecuzione dell'abilità di quella
ottenuta mantenendo una stretta costanza delle condizioni di
allenamento.
La presa di
decisione, la determinazione del portiere sul suo
comportamento, su come agirà, avviene in base alla sua
anticipazione della situazione. Prendere una decisione è
collegato con l'anticipazione dettagliata del risultato
d'azione del suo problema. Un portiere può in certe
situazioni uscire su di un cross per una presa, una
deviazione, un'uscita bassa; può parare o respingere in base
alla variante che gli sembra ottimale anticipando in
frazioni di secondo quelli che sono i possibili tiri o cross
e le reazioni dei suoi compagni o avversari.
Il suo
comportamento si basa su di uno stretto collegamento tra
anticipazione della situazione ed anticipazione
dell'obiettivo e del programma, dove sono incluse tutte le
condizioni esterne (compagni, avversari, palla, ecc.) e
traiettorie della palla (senso motorio).
Quando un
giocatore con un chiaro contromovimento tira in porta, il
portiere anticipa nei suoi parametri spazio-temporali il
movimento del tiro che eseguirà, il movimento della palla e
lo inserisce nel suo progetto d'azione. Ciò gli permette di
reagire tempestivamente ed eventualmente di parare il tiro.
Invece è difficile che possa raggiungere un pallone che gli
arriva teso e che vede solo quando è già in volo perché era
coperto da compagni od avversari o perché il segnale
preparatore al tiro avviene quando il portiere è obbligato a
valutare la traiettoria di un cross dal suo punto di
partenza. Questo spiega l'aumento del tempo di reazione
nelle fasi di analisi ed elaborazione, da parte del
portiere, dei segnali in arrivo e, di conseguenza, un
accorciamento della fase di selezione delle possibili
soluzioni da adottare, che già sono ridotte a causa delle
minori esperienze di simili circostanze. E' probabile che il
portiere si rifugi in una risposta istintiva che risulterà
tanto più infruttuosa quanto minore è il tempo per cogliere
i segnali preparatori.
Come si
interviene in questi casi?
Nel primo
caso (in cui il portiere percepisce che il giocatore con un
contromovimento sta tirando in porta ed anticipa nei suoi
parametri S/T il tiro e la palla inserendoli nel suo
movimento) durante lo svolgimento di esercitazioni
senso-percettive, l'attenzione del portiere non deve essere
rivolta alla sola palla che, prima di essere calciata, non
fornisce elementi di analisi obiettiva sulla sua successiva
traettoria. L'attenzione deve essere mobilitata sul contesto
più ampio palla-calciatore, in quanto l'informazione
significativa sulla parabola che seguirà la palla è già
presente nella gestualità di colui che la sta calciando.
Il portiere
che "para d'istinto" o che ha "ottimi riflessi", sono
espressioni che hanno significato pregnante solo nel secondo
caso citato, cioè quando il portiere dà inizio ad una
fenomenologia che sortirà in una parata solo al momento in
cui la palla lascia il piede del calciatore.
Quando
mancano i segnali che preparano il portiere ad un intervento
la situazione per l'estremo difensore è difficile e nelle
esercitazioni bisogna proporre attività dove la palla è
assente dal campo visivo centrale, ma può entrarvi da
qualsiasi lato; la palla è all'interno del campo
d'attenzione del portiere ma, nella zona periferica, possono
inserirsi compagni o avversari ; ci sono più palloni nel
campo visivo del portiere con altrettanti giocatori che
possono tirare in porta; ci sono porte multiple da difendere
sistemate parallelamente o in linea dove il processo
motorio, innescato dal primo portiere dà inizio
all'intervento dell'altro portiere.
La misura
con la quale un portiere, dunque, riesce ad inserire
correttamente nel proprio programma l'azione degli
avversari, dei compagni di gioco, il movimento della palla
od in altre circostanze a ridurre i tempi di reazione che
danno inizio ad un processo d'intervento quando mancano
tutti i segnali preparatori, dipende dall'esercizio e dalla
qualità dell'allenamento svolto.
Da quanto
si è detto si evince che la capacità è una serie specifica
di risposte motorie a segnali particolari in determinate
situazioni, l'abilità è invece un aspetto generale che
contribuisce al successo nella prestazione di molte
attività. La capacità è in funzione dell'input (ricezione ed
analisi dell'informazione), dei processi centrali (controllo
e decisione) e dell'output (funzioni motorie). La capacità
si può descrivere sotto il profilo della velocità, della
precisione, della forza, dell'efficienza e della
adattabilità o di una loro qualsiasi combinazione. Es: la
capacità di un portiere può essere quella di tuffarsi nella
forma, nell'efficienza, nel tempo e nella posizione giusta
tra le gambe di un attaccante lanciato a rete; l'abilità
dello stesso portiere è il successo più o meno ottenuto
dalla prestazione (capace di tuffarsi sulle gambe e abile
nello strappargli la palla ; capacità motoria di precisione
spazio-temporale, forma, ecc... abile a conseguire lo
scopo).
Infatti
spesso dico che un portiere efficiente può anche essere poco
efficace. L'allenamento dovrebbe accostarsi quanto più
possibile alle situazioni di gara e non ad attività
artificiosa che sopprimono capacità a scapito di altre.
L'allenamento che si trasforma troppo in routine è noioso.
Bisogna ravvivare l'ambiente mostrando interesse al
progresso degli atleti.(Singer). Nell'acquisizione di molte
capacità motorie i segnali visivi (soprattutto nelle fasi
iniziali) sono segnali sensoriali molto importanti. La vista
raccoglie più del 60% delle informazioni che percepisce il
nostro corpo ed è per questo che dubito dell'efficacia e
dell'efficienza di alcuni esercizi nei quali il portiere si
esercita con gli occhi bendati. Ciò serve solo a migliorare
le capacità acustiche dell'atleta o quelle plantari e
labirintiche. Un portiere che deve effettuare una parata con
occhi bendati avendo come riferimento il rumore del rimbalzo
e facendo appello al suo intuito ha più senso in uno
spettacolo circense che in un addestramento mirato alla
disciplina sportiva.
I segnali
cinestetici sono importanti, ma entrano in causa quando la
capacità appresa è a livelli superiori di progresso e
vengono sollecitati per migliorare nell'atleta le
informazioni che provengono dal corpo eliminando in questo
caso un organo di senso capace di "inquinare" in certi casi
tali informazioni. (Es: le vertigini).
Il portiere
deve essere rapido, agile, forte e coraggioso.
L'abilità
nel controllare il peso del corpo, reagire e muoversi
rapidamente in funzione della palla sono requisiti
indispensabili. Deve avere una buona concentrazione e
l'abilità di anticipare un tiro od una deviazione. In
quest'ultimo caso (quando viene anticipato un tiro), la sua
posizione deve essere la più bassa possibile. Più bassa è la
posizione, maggiore è la flessione di anche, ginocchia e
caviglie, maggiore è l'allungamento dei muscoli che può
essere impiegato in un movimento più rapido. Il piede di
stacco per una parata in tuffo o una deviazione è quello
interno (il più vicino alla palla) in quanto l'inclinazione
del corpo verso la palla fa sollevare il piede esterno
prematuramente. Invece ritengo che (a differenza di quanto
si legge) i piedi del portiere debbano essere puntati in
direzione della palla anche sui calci d'angolo (quindi
paralleli alla linea di porta) e cambiare posizione man mano
per seguirne la trai ettoria.
Il portiere
in questa situazione (calcio d'angolo) non dovrebbe avere i
piedi ad angolo retto perché anche se questa posizione aiuta
a muoversi verso il campo, impedisce il movimento d'attacco
in presa verso la palla, in quanto il piede perpendicolare
alla linea di porta ha poca forza in questa posizione.
Il maggior
numero dei salti in presa alta vengono eseguiti staccando
con un solo piede perché lo stacco così effettuato è più
rapido (il movimento di stacco con entrambe le gambe
permette d'elevarsi di più, ma è meno rapido del
precedente).
I portieri
del settore agonistico della società di calcio PRO VIGEVANO
lavorano su di una programmazione (divisa in mesocicli)
composta da ben 259 esercizi tutti strutturati in maniera
diversa che interessano la destrezza, la reattività,
l'acrobatica, l'equilibrio, l'orientamento e situazioni di
gioco. Inoltre altre innumerevoli esercitazioni oltre a
quelle citate danno spazio alla tecnica di base offensiva e
difensiva. Altre ancora servono per il miglioramento
organico.
Le
esercitazioni sono frutto di una vasta bibliografia ed
un'ampia documentazione in merito traendo spunto anche da
scuole europee.
30
III.1.
L’ORGANIZZAZIONE DELL’ALLENAMENTO
III.1.1.
Strategie di sviluppo delle capacità di prestazione
III.1.2.
Ciclo di supercompensazione
Si tratta
di un’ipotesi teorica che ha inciso profondamente
nell’evoluzione della programmazione degli allenamenti. Sia
i fisiologi che gli allenatori a diretto contatto con gli
atleti hanno fatto proprio il concetto che: i carichi di
lavoro che vengono effettuati in sede di allenamento non
sortiscono i loro effetti seduta stante. In altre
parole, ad una causa non è possibile provocare un immediato
effetto. Il lavoro fisico (e intellettuale) viene ripagato
mediante una elevazione del rendimento, ma tale risultato
richiede tempo.
Lo studioso
Jakowlew ha dato una perfetta spiegazione di questa
“reattività fisiologica”, che ha mirabilmente riassunto nel
concetto del ciclo della supercompensazione (Harre, “Teoria
dell’allenamento” S.S.S. – Roma). In sintesi al carico di
allenamento si ha il successivo calo di rendimento, che
viene espresso come periodo di affaticamento. uest’ultimo,
però, è il precursore di un successivo incremento prestativo
che si definisce
supercompensazione.
III.1.2.
Principio della progressività e variabilità del carico.
Ad ogni
miglioramento della prestazione occorre elevare e/o variare
il carico. In questo modo gli stimoli che provochiamo
mediante l’allenamento si mantengono efficaci. Quindi il
carico dev’essere in crescente. Se invece l’intensità e la
durata d’allenamento rimangono constanti, induciamo ad una
sorta di assuefazione dell’organismo, da cui deriva un
abbassamento, seppur lieve, dei valori prestativi.
L’allenamento va inteso come un continuo dialogo con se
stessi e, poiché il conseguente rapporto
stimolo-adattamento sia efficace, necessita che
l’equilibrio psico-fisico sia volutamente “rotto”. Tale
situazione induce ad un nuovo sforzo di adattamento
psico-organico. Ora, se la stimolazione è troppo intensa,
l’atleta non riuscirà a ricomporre la sua armonia
psico-organica, che si manifesta con la supercompensazione.
Il periodo di affaticamento sarà lunghissimo o addirittura
non ripristinabile per le partite ufficiali. A ciò si
assocerà lo sconforto emotivo dell’individuo. Se, al
contrario, si propone in sede di allenamento delle
stimolazioni troppo esigue, non si produrrà un affaticamento
consistente e quindi nemmeno il relativo calo prestativo. A
quest’ultimo, però, non seguirà nemmeno la
supercompensazione che corrisponde al miglioramento della
forma.
Il succo
del problema nella pianificazione dell’allenamento sta nel
proporre stimoli sempre nuovi e crescenti, però pur sempre
assimilabili dall’organismo.
III.1.3.
Principio della durata del rendimento.
Con il
presente argomento mi propongo di dare una risposta al
quesito: “Per quanto tempo i giocatori dispongono della
supercompensazione prodotta dall’allenamento?”
Il
mantenimento della capacità di prestazione dipende dal tipo
di allenamento svolto. Più in particolare, la durata della
forma è direttamente proporzionale al periodo di tempo
impiegato per raggiungerla. Allora, gli allenamenti che
richiedono un lungo tempo prima di indurre la
supercompensazione, hanno un conseguente prolungato periodo
di forma. Vice versa, le esercitazioni che provocano
immediati incrementi prestativi, si caratterizzano per una
rapidissima perdita della forma raggiunta. Quest’ultima
strategia di allenamento necessita di continui “richiami”
anche nel corso del periodo di campionato, per mantenere i
livelli prestativi elevati. In riferimento al quesito:
“Quali sono le esercitazioni a lunga scadenza e quali quelle
a breve”? bisogna prendere in considerazione i concetti di
durata ed intensità dello stimolo. In sintesi, le
esercitazioni mirate all’intensità sortiscono immediati ma
brevi aumenti prestativi. Al contrario le esercitazioni che
perseguono un notevole volume di lavoro, hanno effetti a
lunga scadenza ma prolungati. Riguardo alla questione: “tipo
e quantità degli stimoli” nessuno può proporre delle
percentuali attendibili a priori, poiché queste sono
estremamente fluttuanti in funzione: 1) degli scopi, 2) del
singolo individuo, 3)del periodo. In questo obiettivo
dovremo avvalerci sia dell’uso del test, che dello spirito
di osservazione, oltreché della sensibilità personale.
Ai fini
della programmazione è inoltre necessario avere il concetto
di densità dello stimolo. Esso si definisce come il
rapporto tra l’intensità dei carichi e l’unità di tempo. In
altri termini esso corrisponde all’armonizzarsi di fasi di
lavoro e fasi di recupero.
Ritengo a
questo punto di possedere dati e concetti a sufficienza per
potermi cimentare nello studio della nello studio della
programmazione dell’allenamento.
III.2.
LA PROGRAMMAZIONE DELL’ALLENAMENTO
Le
esercitazioni si dividono in :
1)
esercitazioni generali,
2)
esercitazioni specifiche,
3)
esercitazioni di gara.
1) Tra le
prime includo quelle attività che hanno degli obiettivi
globali. Esse agiscono sulle capacità motorie, senza
perseguire degli scopi mirati esplicitamente alle necessità
di competizione. Il proponimento di questo tipo di attività
si rende indispensabile in particolare riferimento ai
giovani, per i quali sono basilari l’acquisizione della
completa disponibilità del proprio corpo e la versatilità
alle situazioni nuove
2) Le
esercitazioni specifiche, invece, attivano in maniera
estremamente precisa le qualità fisiche dominanti necessarie
per disputare la partita di calcio. Oltre a ciò, le stesse
sono indirizzate ai distretti muscolari o, meglio, alle
catene cinetiche più per il calciatore.
3) Infine
le esercitazioni di gara, comprendono l’impiego dei gesti o
delle sequenze tipiche della partita. Tra queste abbiamo:
partite amichevoli, partite ufficiali (che non dimentichiamo
sono determinanti sono determinanti per il mantenimento,
oltre all’entrata in forma dei livelli di prestazione),
partite a ranghi ridotti, riproduzione di sequenze di gioco.
Un primo
quesito a cui occorre dare risposta in sede di
programmazione è: “quali sono le qualità fisiche essenziali
per il calciatore?”
III.3.
LA PERIODIZZAZIONE DEI CARICHI DI LAVORO
In
relazione all’annata calcistica, distinguiamo:
- il
periodo di preparazione,
- il
periodo di campionato,
- il
periodo di transizione.
III..3.1.
Il periodo di preparazione
Considerate
le esigenze del campionato, il tempo in cui le nostre
squadre possono cimentarsi in questa fase è senz’altro
decurtato rispetto all’ottimale. Premetto che a riguardo del
settore giovanile, questa è una circostanza estremamente
negativa, poiché allenatori e preparatori devono ottenere
dei risultati immediati. A questa realtà, si oppone il
principio fondamentale che il lavoro rivolto ai giovani deve
avere degli obbiettivi a lunghissima scadenza. Questo è il
pensiero corretto per ottenere dalle categorie giovanili non
dei campioncini, dei futuri adulti dotati di totale
disponibilità fisico-motoria. In questi contesti, anziché
proporre un unico e interminabile campionato, sarebbe più
razionale organizzare molteplici tornei di breve durata
ciascuno. In questo modo si avrebbe la possibilità di
lavorare rispettando la biologia e la psicologia delle
persone che stanno crescendo, poiché saremmo svincolati
dagli impegni delle partite “ufficiali” che si susseguono
ogni settimana. Chiudendo questa parentesi, anche nei
campionati sia dilettantistici che professionistici il
periodo di preparazione è molto breve. Se ci si vuole
rendere pienamente conto di ciò, sarà sufficiente pensare al
tempo che in atletica viene riservato al periodo di
preparazione: è enormemente superiore rispetto al calcio.
Allora, nel contesto del football (più corretto parlare di
“soccer” in quanto football è il termine riferito al calcio
americano), per come sono strutturati gli incontri ufficiali
(campionato), occorre introdurre ampiamente sin dalle prime
fasi di preparazione delle esercitazioni specifiche. In
pratica ci dovremo preoccupare di iniziare, addirittura
dalle prime sedute di allenamento, l’attivazione delle
qualità essenziali del calciatore. In tutti i momenti della
preparazione, il gesto di gara deve rientrare a pieno
diritto nei progetti di lavoro attraverso le insostibuili
combinazioni giocose.
Quest’ultime, a seconda della sensibilità dello staff
allenatori-insegnanti di educazione fisica, devono
collegarsi in maniera interdisciplinare con i motivi
prettamente fisici.
In questa
prima fase lo sforzo aerobico non va considerato come il
lavoro fondamentale delle sedute, ma come meccanismo che
viene sollecitato indirettamente nelle fasi di recupero
attivo e di defaticamento. Riteniamo invece che le doti
lattacide devono essere sviluppate con impegno, oltre alla
capacità di forza massimale. In un tempo immediatamente
successivo, cominceremo a stimolare la velocità e la
rapidità. È altresì necessario proporre frequentemente le
metodiche di attivazione della capacità di massima
escursione articolare ed estensibilità muscolare, che
unitamente alla ginnastica acrobatica, rappresentano un
valido mezzo di prevenzione degli infortuni. In particolare,
nella parte finale del periodo di preparazione è
inderogabile che i giocatori si trovino nella parte
ascendente della curva di supercompensazione. Ciò
permetterà ai componenti della squadra di disporre dei
vantaggiosi adattamenti indotti dal precedente lavoro, sin
dalle prime partite di campionato. Nel periodo di
preparazione c’è spesso la tendenza a voler fare troppe
cose. Come risultato, si verifica che i carichi di lavoro si
assommano tra di loro e, in pratica, il lavoro programmato
di forza veloce si trasforma in forza resistente.
Analogamente, lo sviluppo della velocità diviene una
stimolazione in termini di resistenza di velocità. Con
siffatti presupposti negativi, l’allenamento, che sappiamo
deve oscillare in maniera proporzionata tra intensità e
volume, diviene solo di volume. “In campo avremo dei cavalli
da tiro e non dei cavalli da corsa”. In sede di preparazione
occorre capire che è sbagliato proporre degli allenamenti
che, seppur corretti nella sostanza, sono mastodontici in
riferimento al volume di lavoro ed ai tempi di smaltimento
della fatica. Non si può calcare la mano più di un dato
limite, tanto più che il riposo contribuisce all’aumento di
prestazione alla stessa stregua dei carichi di lavoro. Si
deve fare nostro il concetto che per il periodo di
campionato occorre aver raggiunto un certo ritmo di forma,
che si esplica nella routine degli allenamenti, i quali
gravitano sull’andamento delle partite e non viceversa. In
conseguenza, nella fase di preparazione dobbiamo indurre con
la massima sollecitudine l’acquisizione dello stato di
allenamento.
III.3.2.
Il periodo di campionato
L’obiettivo, in questa fase, consiste nel portare i
giocatori allo stato di forma mediante la ritmizzazione tra
carichi e momenti di recupero, che sono in funzione delle
partite settimanali. Si rendono peraltro necessari dei
richiami di F veloce ed attivazione delle doti lattacide,
per riuscire perlomeno a stabilizzare le supercompesazioni
ad essi relative, ottenute nel precedente periodo. Le
esercitazioni di rapidità e velocità e massimali sono
fondamentali in questo periodo, poiché, oltre a sviluppare
le omonime qualità fisiche, presentano dei tempi brevi di
smaltimento della fatica. Occorre assolutamente evitare quei
carichi di lavoro che non possono essere compensati in tempo
utile per le partite ufficiali. Se però ci troviamo nella
situazione di dover elevare assolutamente il livello di
prestazione, vuoi perché la preparazione è stata
insufficiente, vuoi perché per motivi esterni dobbiamo
innalzare il ritmo agonistico dei nostri giocatori,
suggerisco la seguente strategia programmativa. Nella
settimana precedente gli incontri facili occorre
incrementare i carichi di lavoro. Al contrario, in
preparazione di partite molto impegnative è razionale che
gli allenamenti vengano “alleggeriti”. Inoltre, conviene
approfittare di tutte le soste ed interruzioni del
campionato, per elevare il volume di lavoro mediante
attivazioni a più lunga scadenza.
III.3.3.
Il periodo di transizione
È il
periodo che intercorre dalla fine del campionato sino alla
preparazione i vista dell’annata calcistica seguente. Tale
tempo deve essere impiegato come una sorta di scarico
psicologico ed emotivo delle tensioni accumulate durante
il campionato. Occorre però non fraintendere i termini e
rimanere in uno stato di vergognosa inattività fisica,
magari approfittandone per “foraggiarsi” con quantità enormi
di cibo e sbronze notturne. Il riposo, anche in questa
circostanza, dev’essere attivo. Sono particolarmente
indicate tutte quelle attività affini nella motricità al
calcio quali: il tennis e la pallavolo, che tra l’altro
attivano il senso del tempo sulle parabole della palla. In
ogni caso, gli sport distensivi, quali golf, nuoto e… corsa
dietro alle minigonne, sono senza dubbio indicati. In
particolare sono molto convenienti le attività ricreative
scalzi, quali i tornei di pallavolo sulla sabbia, poiché
hanno effetti eccezionali sulla muscolatura del piede, che
sappiamo è importantissima nella efficacia di tutti i
movimenti tipici del calciatore. Inoltre, cimentarsi in
questo periodo in una seppur breve ma quotidiana ginnastica
di allungamento, costituisce un efficace sistema di
prevenzione degli infortuni. Una brillante iniziativa è
quella di partecipare ad un corso di ginnastica acrobatica;
i risultati futuri sarebbero certamente apprezzabili. È
opportuno quindi dire che in questo periodo è conveniente
partecipare ad attività gioiose e spontanee, lasciando da
parte quelli che sono i duri e stressanti allenamenti.
III.3.4.
Macrocicli e microcicli
Oltre al
ciclo annuale, che si compone dei periodi di: transizione,
preparazione e campionato, dobbiamo considerare dei tempi
più brevi di programmazione del lavoro
¨
I macrocicli costituiscono i progetti di
allenamento che si svolgono nell’arco di 4,6 settimane.
Mediante i macrocicli si alternano i carichi di lavoro coi
momenti di recupero in funzione di particolari impegni
competitivi. Ad esempio, se un certo momento del campionato
la nostra squadra deve disputare delle partite estremamente
importanti (qualificazioni, finali, ecc.), anticiperemo
queste situazioni al macrociclo. Ribadisco il concetto
fondamentale che una partita importante non va preparata ad
iniziare dalla settimana precedente, occorre programmare un
tempo di allenamento certamente non inferiore alle 2
settimane. Da ciò, però, ne deriva che la partita
immediatamente precedente a quella più importante venga
trascurata; infatti nel 1°incontro disputato i giocatori
risentiranno dell’accumulo di fatica. Quest’ultima, in ogni
caso, sarà completamente smaltita nel 2° match , in cui,
invece, gli atleti disporranno della supercompensazione
provocata. In pratica i nostri calciatori saranno
perfettamente “pimpanti” in vista dell’incontro più
importante. Possiamo quindi riassumere che il macrociclo ci
consente di innalzare con razionalità il livello prestativo
in riferimento ad un dato periodo.
¨
Il microciclo corrisponde alla pianificazione
del lavoro settimanale. Esso ci permette di risolvere in
sede di allenamento eventuali inconvenienti, quali infortuni
e situazioni soggettive impreviste dalla programmazione a
più lunga scadenza. A livello del macrociclo è necessario
stabilire con assoluta precisione quando inserire gli
allenamenti realmente affaticanti e quando quelli di
scarico. Inoltre aggiungo che nell’ambito del microciclo gli
allenamenti specifici di forza, rapidità e velocità devono
essere eseguiti quando i giocatori non sono affaticati. In
caso contrario non si raggiungerebbero gli scopi prefissati.
¨
Termino l’argomento programmazione discutendo
della più breve unità di lavoro: la seduta d’allenamento.
Essa in sintesi consta di: riscaldamento, fase centrale e
fase conclusiva. Il riscaldamento, che non deve
prolungarsi per un tempo eccessivo, si compone di
un’attività aerobica e, in un tempo successivo, anaerobica
alataccida ad intensità non massimale. Si può scegliere se
effettuare della corsa semplice o delle esercitazioni col
pallone. A questo riguardo, ritengo che sia sempre
preferibile avvalersi di situazioni di gioco svolte in
scioltezza fisica, ma pur sempre con elevata concentrazione
mentale in riferimento ai quesiti psico-tattici. La fase
conclusiva del riscaldamento deve essere caratterizzata
dall’attenta pratica della ginnastica di allungamento. Essa
è l’attivazione preliminare alla fase centrale.
Quest’ultima, in pratica, è caratterizzata dallo svolgersi
dei contenuti fondamentali che ho inserito nella
programmazione. Ritengo rilevante sottolineare che le
esercitazioni di intensità devono precedere quelle di
quantità (o volume). Ciò significa che gli allenamenti di
forza o velocità massimali non devono essere successivi a
sforzi lattacidi, quali partite a ritmi elevati o ripetute
con accumulo di lattato. Evidentemente tale situazione può
essere razionalmente contraddetta se si decide
volontariamente di sviluppare resistenza di forza o di
velocità, in seguito ad esigenze strategiche di gioco. La
fase conclusiva deve consistere di esercitazioni poco
intense ma prolungate, simili a quelle impiegate nel
riscaldamento. In questo modo si favorisce lo smaltimento
della fatica accumulata. Riguardo alla ginnastica di
allungamento, nelle battute conclusive della seduta la
metodica più indicata è lo stretching, che dev’essere svolto
ad intensità blande. In questo momento dell’allenamento si
sconsigliano le esercitazioni dinamiche di stiramento.
III.4.
LA VERIFICA E LA VALUTAZIONE DELL’ALLENAMENTO
La
razionale programmazione del lavoro, necessita che si
disponga di verifiche per potere valutare l’efficacia degli
allenamenti svolti. Ciò, inoltre, si ricollega con la
successiva organizzazione delle attività. Si tratta di una
operazione fondamentale per riuscire a personalizzare
l’allenamento in riferimento alle necessità del gioco
collaborativo. Le verifiche, in pratica, si attuano mediante
i test. Esistono innumerevoli tipi di test per il calcio,
che essenzialmente si dividono in prove di laboratorio e
prove sul campo. Sono dell’opinione che i test relativi alle
doti fisiche devono rientrare nella visione d’insieme del
calciatore. In altre parole i test di resistenza, forza,
velocità ed ampiezza muscolo-articolare ci devono servire
per valutare in maniera attendibile la capacità di
prestazione calcistica in senso totale. Ad esempio, se un
giocatore non si smarca a tempo durante le partite, può
darsi che egli sia o senza fiato (cioè a corto di
preparazione), o che non sappia recepire l’esatto tempo di
smarcamento, oppure che sia carente di entrambe le doti. Da
questo concetto che scaturisce dal moderno concetto di
interdisciplinarietà, suggerisco per i calciatori l’utilizzo
comparato e integrato di:
- test
condizionali,
- scout
tecnici,
- scout
tattici,
- capacità
di sintesi, spirito osservativo e sensibilità personale
dell’allenatore.
Quando fare
i test? Ritengo opportuno il loro rilevamento ad inizio del
periodo di preparazione e, successivamente, con una
periodicità di una volta ogni due mesi, in modo da ottenere
i seguenti obiettivi:
- conoscere
lo stato di forma,
- stabilire
i carichi di lavoro,
-
verificare gli effetti degli allenamenti,
-
riprogrammare gli allenamenti.
In ogni
caso, gli allenatori non devono incorrere nel rischio di
praticare troppo frequentemente i test, poiché essi
rappresentano un non indifferente dispendio di tempo e di
energie. Inoltre, se eccessivi, costituiscono un
affaticamento psicologico considerevole, che diminuisce la
disponibilità dei calciatori ad allenarsi con entusiasmo.
III.4.1.
Test di resistenza
III.4.1.1.
Il testi di Conconi
Esso serve
per valutare la soglia anaerobica e quindi la potenza
aerobica, oltre alla capacità aerobica. In base ai risultati
del presente test si possono:
-
organizzare dei gruppi di lavoro tra giocatori che hanno
simili doti aerobiche,
-
determinare l’intensità e il volume di lavoro
Il test
Conconi si rifà al principio che l’intensità dello sforzo e
la frequenza cardiaca stanno in un certo rapporto di
linearità, fintanto che si rimane al di sotto della soglia
anaerobica e, quindi, si sfrutta l’energia prodotta dal solo
meccanismo aerobico. Invece, nel momento in cui lo sforzo
richiede l’innesto (l’entrata in funzione) dei processi
anaerobici, tale linearità del rapporto non viene più
mantenuta. In forza di tale principio, si stabilisce il
momento di innesto dei meccanismi anaerobici e quindi la
potenza aerobica attraverso la correlazione tra produzione
di lavoro e battiti cardiaci. In pratica, si invitano i
giocatori a correre ad una crescente velocità, finche, per
tentativi, non si constaterà un improvviso e non lineare
innalzamento della frequenza cardiaca. Ciò significa che
tale velocità, in riferimento all’atleta in esame, è il
valore d’innesco del meccanismo lattacido. Quindi,
l’andatura immediatamente inferiore è corrispondente alla
potenza aerobica. Essa è un dato essenziale per potere
programmare con precisione il lavoro aerobico, anaerobico e
misto che si ritiene più opportuno.
Esecuzione
del test di Conconi:
Occorre in
primo luogo tracciare un percorso circolare, eventualmente
attorno al campo di calcio, che suggerisco della lunghezza
di 400 m. Si invitano i giocatori a correre la distanza
mantenendo delle andature costanti. La velocità dapprima è
molto bassa, intorno ai 2’00” – 2’20” per 400 m, che
corrisponde approssimativamente a poco più di 10 Km/ora. Al
termine di ogni giro, viene rilevata la frequenza cardiaca e
si riprende a correre il 400 m seguente in modo che il tempo
sia di circa 5 secondi inferiore. Quindi, se il primo giro è
stato di 2’20” il secondo sarà di 2’15”, il terzo 2’10”, il
quarto di 2’05”, il quinto di 2’00”, il sesto di 1’55”, il
settimo di 1’50”, l’ottavo di 1’45”, il nono di 1’40”, il
decimo di 1’35”, l’undicesimo di 1’30”, il dodicesimo di
1’25”, ecc..
Se si
riesce a disporre del cardiofrequenzimetro (è
un’apparecchiatura che misura i battiti del cuore senza
dover interrompere la corsa del giocatore), le operazioni
verranno rese molto più semplici, poiché ad ogni variazione
di ritmo avremo simultaneamente la frequenza cardiaca
relativa. In quest’ultima evenienza potremo più
convenientemente rilevare i battiti ogni 200 m anziché 400
m.
III.4.1.2.
Prove comparate dei 100 e 400 metri per la determinazione
delle qualità anaerobiche.
a) Test dei
100 metri – 20 secondi di recupero – 100 m – 100 m
In pratica,
ogni calciatore compie una ripetizione a V massima sui 100 m
e il tempo stabilito lo chiamiamo T.1. A titolo esplicativo,
si supponga che un giocatore impieghi 12 sec., perciò
T.1.=12. Subito dopo lo stesso individuo recupera per un
tempo di 20 sec. Questi 20 sec. Costituiscono il tempo di
dimezzamento per pagare il debito alataccido, trattandosi di
un soggetto abbastanza allenato. Successivamente egli esegue
un altro 100 m, corrispondente a T.2., in cui ottiene 12,5
sec. Ora, sottraendo 12,5 con 12 risulta 0,5 sec., che
definisco T.3., perciò T.2.-T.1.=T.3. Quest’ultimo dato
informa delle capacità di ripristino delle potenzialità
alattacide, che è una componente fondamentale del ritmo
agonistico. In seguito alla 2°prova dei 100 m, se ne propone
subito dopo un’altra senza alcun recupero, correndo la
stessa distanza in senso inverso (T.4.). A questo punto
facendo il calcolo: T.4.-T.1.=T.5., si quantifica, in modo
seppur approssimativo, la potenza lattacida del soggetto in
esame. Se ad esempio T.4. risultasse 14 sec., T.5. sarebbe
corrispondente a 14-12=2
b) Test dei
400 m con relativa valutazione della riserva della velocità
La prova
dei 400 m in sé è una diretta espressione delle qualità
anaerobiche. Di conseguenza, per avere un’idea immediata
delle doti alattacide e lattacide dei componenti la nostra
squadra, si proponga loro semplicemente di correre questa
distanza alla massima velocità.
I tempi
sono così interpretabili:
|
1’15”- 1’10” |
scarsi |
|
1’10”- 1’05” |
medi |
|
1’05”- 1’00” |
buoni |
|
1’00”- 0’55” |
Molto buoni |
|
0’55”- 0’50 |
eccellenti |
- Calcolo
della riserva di velocità (secondo N.Z. Ozolin:
“Biomeccanica”, Donskoj Zatziorskij, S.S. Roma).
Esso ci
indica se la precedente prestazione dei 400 m è più il
risultato di una notevole velocità di base o di resistenza.
In termini applicativi, la presente prova consente di
stabilire se è più conveniente allenare con maggiore impegno
la velocità o la resistenza a ritmi elevati.
La riserva
della velocità R.V.=t. dei 400 m : 4-t. dei 100 m . Ad
esempio se si mette a confronto 2 giocatori che corrono
entrambi i 400 m in 58 secondi. Il primo dei due nei 100 m
ha il tempo di 11,2 sec., quindi la R.V.=58:4-13,=1,3.
Si comprende fin d’ora già che i due soggetti in esame,
nonostante che possiedono il medesimo tempo sui 400 m, hanno
delle caratteristiche estremamente differenti, che sono
quantificate dagli indici della R.V.
La riserva
di velocità nel calciatore va interpretata attraverso le
seguenti valutazioni:
|
1,2-1,6 |
eccellenti |
|
1,6-2,2 |
normale |
|
2,2-3,0 |
mediocre |
A questo
punto si è in grado di valutare con sufficiente
approssimazione le prestazioni dei 2 giocatori che ho
riportato. Il primo con R.V.=3,3 deve curare con la massima
attenzione la resistenza alla velocità, mentre il secondo
calciatore, che possiede un eccellente R.V. di 1,3, dovrà
concentrare i propri sforzi nello sviluppo delle qualità di
accelerazione, velocità ed elasticità muscolare, rischiando
anche di trascurare l’allenamento lattacido.
C) Test dei
400 m –3 min. di recup.- 400 m- 15 min. di recup.- 400 m
La presente
prova ha lo scopo di fornire alcuni dati a riguardo della
capacità lattacida che effettivamente è necessaria al
calciatore. Durante la partita la richiesta in termini
lattacidi sono del tutto particolari: occorre considerare il
presupposto fondamentale che è la situazione di gioco a
determinare l’impegno fisico e non viceversa. Ad es., può
capitare che un difensore, già in notevole debito d’ossigeno
ovvero stremato dalla fatica, debba contrastare col massimo
vigore un avversario a lui di fronte che ha buone
possibilità di fare gol. E non è improbabile che lo stesso
difensore, qualche minuto più tardi, venga “chiamato” in
fase di costruzione del gioco quando ha solo parzialmente
pagato il suo debito lattacido. Al contrario, egli potrebbe
anche trovarsi nella situazione di dover compiere uno
spostamento senza la palla a velocità al di sotto della
soglia anaerobica, una volta che si sia completamente
ristabilito dagli sforzi precedentemente contratti. Da
questo esempio a riguardo delle necessità energetiche in
riferimento alle situazioni di gioco, comprendiamo che il
calciatore ha bisogno in maniera determinante della capacità
di ripristinare in fretta le sue capacità lattacide. Il
debito lattacido che, a parte il portiere, tutti i giocatori
contraggono ripetutamente durante la partita, dev’essere
ripagato in fretta, sia in tempi brevissimi e brevi
(parzialmente), che più lunghi (tempo di dimezzamento). E’
chiaro che dopo 30 secondi solo una minima parte del debito
potrà essere ricostituita. Intendiamo però evidenziare che
se per pura ipotesi un giocatore nei 30 secondi ripaga il
20% del debito lattacido, mentre un altro solo il 10%, il
primo dei due sarà notevolmente avvantaggiato nella
situazione di dover fornire energia in uno sforzo massimale,
quando 30 secondi prima si erano completamente stremati.
Spieghiamo
allora le modalità di attuazione del presente test. Dopo una
prima ripetizione sui 400 m calcoliamo una pausa di 3
minuti. Questo tempo di recupero consente di pagare solo una
parte del debito di ossigeno lattacido (circa il 25-30%),
che sappiamo necessita almeno di mezz’ora poiché venga
ristabilito completamente, trattandosi di individui
allenati. In seguito si invitano i giocatori ad eseguire
nuovamente i 400 m ad andatura massimale. Dopo questi
concediamo un tempo di recupero attivo di 15 minuti, che
rappresenta il tempo di dimezzamento del debito lattacido.
Successivamente si corrono di nuovo i 400 m cercando di
ottenere il tempo migliore possibile. Ora, sottraendo il 2°
tempo dei 400 m con il 1° e il 3° con il 1°, ricaviamo 2
dati relativi alle capacità soggettive di ripristino del
debito lattacido sia in tempi brevi che lunghi. Ciò ci
consentirà di scegliere e di rielaborare gli allenamenti in
seguito a precise necessità soggettive.
III.4.1.3.
Harvard step test
Descrizione: un giocatore sale e discende da un gradino
dell’altezza di 40, 50 cm per 3 minuti. Tale prova viene
eseguita alla frequenza di un movimento completo ogni 2
secondi; quindi nel tempo totale di 3 minuti si devono
compiere 90 salite e 90 discese. Dopo aver terminato l’es.,
il soggetto si riposa e per 3 volte misuriamo la sua
frequenza cardiaca nel tempo di 30 secondi. La prima
rilevazione la eseguiamo ad 1 minuto al termine della prova,
la seconda a 2 minuti e la terza a 3 minuti.
A questo
punto abbiamo i dati per calcolare l’indice
di recupero (i.r.),
|
durata dell’es. (180 sec.) x 100
i.r.= __________________________
addizione dei 3 valori rilevati x 2 |
Il
risultato che otteniamo ci informa sulla capacità di
recupero cardiaco e va interpretato attraverso il seguente
schema:
|
da 91 in
su |
eccellente |
|
da 81 a 90 |
discreto |
|
da 71 a 80 |
sufficiente |
|
da 61 a 70 |
mediocre |
|
da 60 in
giù |
insufficiente |
III.4.2.
Test di velocità e forza
1) Prova
dei 30 metri
In pratica
consiste molto semplicemente nel correre alla massima
velocità la distanza e di valutare i tempi cronometrici
nell’ambito della propria squadra. I 30 m sono indicativi di
un insieme di qualità, delle quali la forza veloce ne è
predominante.
2) Test
dei 5 x 6 metri
-
Esecuzione: dopo aver segnato su di una superficie erbosa la
lunghezza di 6 metri, ognuno la deve percorrere in “vai e
torna” per 5 volte consecutive.
-
Obiettivi: il tempo finale esprime rispetto al precedente
test maggiori doti di forza massimale, forza dinamica ed
elasticità muscolare che intervengono con enfasi ad ogni
cambio di senso.
Si tratta
di un test molto indicativo per i calciatori.
3) Test
dei 30 m lanciati
Si
cronometrano i 30 m in seguito a 40, 60 m corsi in
progressione per raggiungere la massima velocità. In questo
modo quantifichiamo la velocità massimale raggiungibile da
ognuno.
4) Test
dei 60 metri
Esso
esprime le capacità di accelerazione e velocità senza che
intervenga la resistenza alla velocità. Nel calcio i tempi
possono essere così valutati:
|
magg. di
8,5 sec. |
insufficiente |
|
da 8,4 a 8
sec. |
sufficiente |
|
da 7,9 a
7,5 sec. |
discreto |
|
inf. di
7,4 sec. |
eccellente |
5) Salto in
alto da fermo con contromovimento
Esprime
doti di forza massimale e forza dinamica insieme.
L’elevazione da terra può essere valutata secondo i seguenti
dati:
|
min. di 50
cm |
scarso |
|
da 50 a 60
cm |
medio |
|
da 60 a 70
cm |
discreto |
|
magg. di
70 cm |
eccellente |
6) Salto in
alto da fermo senza contromovimento
Rispetto al
precedente test esprime forza massimale con maggior enfasi.
7) Prova
della massima elevazione con stacco ad un piede, disponendo
di 3-5 passi di rincorsa
In questo
modo si riproduce la situazione del colpo di testa in
movimento.
Il presente
test ci consente di rilevare le qualità di forza veloce ed
elasticità. E’ interessante notare che i giocatori che
eccellono in questa prova, non lo sono necessariamente anche
nello stacco da fermo senza contromovimento. Ciò è evidente,
poiché anche se entrambi i casi si tratta di elevazione da
terra, nelle due prove sono richieste delle doti
completamente diverse e no necessariamente correlate. In
altri termini, un calciatore può benissimo avere notevoli
qualità elastiche unitamente a scarsa forza massimale e,
quindi, una buona elevazione in movimento e una mediocre
capacità di salto da fermo. Allo stesso modo è plausibile
una situazione inversa.
8) Salto
in lungo da fermo
Il test
rileva le stesse qualità del n° 5, con la differenza che in
questo s esprime maggiormente la forza dei muscoli
addominali. Le valutazioni sono:
|
inf. di
2,2 mt |
scarso |
|
da 2,2 a
2,5 mt |
medio |
|
da 2,5 a
2,7 mt |
discreto |
|
magg. di
2,7 mt |
eccellente |
9) Salto triplo
con 3- 5 passi di rincorsa
Si
evidenziano maggiormente le doti pliometriche rispetto al n°
8.
10)
Lancio in avanti della palla medica nello stile di
esecuzione della rimessa laterale
Questo test
è rappresentativo della forza che può essere prodotta dai
muscoli della catena cinetica: addominali, pettorali,
tricipiti e flessori della mano.
11)
Lancio della palla medica indietro
La distanza
del lancio ci indica la tonicità dei gruppi muscolari del
dorso e delle spalle.
12) Test
dei carichi massimali
Ovviamente,
le sollevate massimali degli es. coi pesi, oltre a fornire
un riferimento importante riguardo alla progettazione della
pesistica per il calciatore, quantificano la forza dei
giocatori a livello dei gruppi muscolari interessati.
III.4.3.
Test di mobilità articolare
Per questo
scopo, molto semplicemente, basta osservare i giocatori
durante gli esercizi di stretching. In particolare,
aggiungiamo che il calciatore necessita di una buona
“flessibilità” a livello dei muscoli che agiscono
sull’articolazione dell’anca. Le spaccate sagittali e
frontali, oltre alla posizione dell’ostacolista, sono degli
indici importanti in questa valutazione. La flessione del
busto in avanti è strettamente indipendente alla
estensibilità degli ischiocrurali che, come abbiamo
osservato in precedenza, è necessario siano allungati.
Inoltre, per determinare la scioltezza articolare delle
caviglie, invitiamo i giocatori ad assumere la posizione
accovacciata (es. 1 di stretching), senza poter afferrarsi
alla spalliera. Quindi, se il soggetto per mantenere tale
postura riesce a stare in appoggio sia con la punta che con
il tallone contemporaneamente, significa che possiede una
buona capacità di flessione del piede; diversamente, se per
equilibrarsi egli solleva il tallone da terra, per non
cadere all’indietro, vuol dire che il giocatore ha una
scarsa mobilità articolare della caviglia.
Si tenga
presente che quest’ultima eventualità è un dato morfologico
decisamente negativo per il calciatore poiché, oltre a
condizionare l’assetto di corsa (rendendolo meno efficace),
limita le prestazioni di tecnica calcistica piede- palla.
III.4.4.
Test acrobatici
Il giudizio
medio può essere attribuito quando il giocatore
esegue senza alcuna difficoltà le capriole avanti e
indietro, oltre al tuffo e capovolta col materassino.
Inoltre lo stesso individuo riesce perlomeno ad eseguire un
abbozzo di salita in verticale a braccia tese. Buono
è invece definibile colui che possiede la verticale per
almeno una decina di secondi con le relative soluzioni di
caduta: verticale e capovolta, verticale con semi-rotazione
del corpo facendo perno su di una mano per atterrare coi
piedi, senza rovinare sul suolo. Infine esprimo la
valutazione acrobatica eccellente trattandosi dei
calciatori che eseguono la “Hugo Sanchez”, che corrisponde
alla capovolta indietro con salita verticale a braccia tese.
III.4.5.
Test tecnico-tattici
Gli
scout
Il termine
scout in inglese significa “indagine” e furono gli
allenatori americani di pallacanestro a conferire il
significato tipico di osservazioni scritte a tali test. In
pratica, si tratta di quantizzare la riuscita o l’insuccesso
dei gesti tecnici che si realizzano nei momenti chiave
dell’incontro.
Ognuno
degli addetti allo scout rileva e valuta simultaneamente
l’operato di uno o più calciatori. Per esempio su 10
passaggi che un difensore esegue nel corso del 1° tempo: 7
sono corretti, 2 risultano completamente errati e 1 è
mediocre. Quindi le percentuali sono nel presente caso di:
70% di successo, 20% di errore e 10% di esecuzioni mediocri.
Sebbene lo scout possa apparire di prima impressione un
ausilio artificioso, esso è uno strumento di notevole aiuto
valutativo se impiegato nei termini corretti.
Ne calcio
però, lo scout deve possedere una importante qualità: quella
di essere molto dettagliato in riferimento alla casistica
situazionale, altrimenti, se troppo semplificato non
soddisfa al suo intrinseco scopo. Ad esempio, non ha senso
quantificare esclusivamente la prestazione collaborativa di
un giocatore in termini di soli passaggi riusciti o
sbagliati, poiché il soggetto in esame può possedere una
finezza di tocco assoluta ma, contemporaneamente, non capire
niente a riguardo del gioco senza palla e dello smarcamento.
Quindi il contributo al gioco dello stesso è apparentemente
positivo, ma nella sostanza insufficiente. Certo che
disporre di uno scout attendibile occorrono delle persone
qualificate per farlo e un primo passo dovrà proprio essere
quello di “educarle” nella rilevazione dei dati. Perciò,
perlomeno all’inizio, conviene che un osservatore tenga
sotto controllo un solo giocatore. I risultati degli scout
vanno “mondati” ed interpretati. Ad esempio, oltre alle %
finali occorre determinare il ritmo degli sbagli e
pregevolezze: ci sono giocatori che con una certa frequenza
ad inizio gara fanno cose pregevoli, mentre nei momenti
finali compiono errori grossolani. Occorre di conseguenza
stabilire, se ciò è dovuto ad una carenza di preparazione
fisica o ad una questione di ripetitività tattica. Altri
calciatori, invece, se sottoposti a stress (partite
particolarmente impegnative o confronti decisivi) non
rendono come potrebbero. Al contrario, ci sono individui che
se non incontrano delle situazioni ambientali eccitanti, non
riescono ad esprimere le loro migliori qualità. Si comprende
allora che gli scout devono essere valutati con prudenza e,
in particolare, si devono confrontare con i test specifici
delle doti fisiche. In ogni caso, il corretto utilizzo degli
scout tecnici e tattici rappresenta uno strumento fantastico
per riuscire a valutare le prestazioni dei giocatori durante
la partita. Sono meglio 11 persone con medie capacità di
osservazione che analizzano ognuno il loro 1/11, che un
genio di allenatore che deve capire tutto da solo!
Invece, se
i consiglieri non si trovano predisposti nell’indirizzare in
maniera mirata e organizzata la loro attenzione attraverso
uno strumento quale lo scout, le loro opinioni saranno delle
ripetizioni di pareri, poiché tutti si occuperanno delle
stesse cose e col rischio di farsi trascinare dalla foga
dell’incontro.
60
IV.1.
ESERCITAZIONI
IV.1.1.
ESERCIZI PER IL MIGLIORAMENTO DELLA FORZA DI STACCO
Per poter
ottenere un miglioramento nella forza di stacco ci possiamo
servire sia di esercitazioni specifiche che di esercitazioni
generali. Naturalmente il metodo più’ appropriato di
allenamento, specialmente per quegli sport dove la
componente tecnico-tattica è determinante, è quello di
ripetere i gesti tipici della disciplina sportiva praticata.
Per quanto
riguarda l’elevazione del portiere, si tratta, ad esempio,
di tutta una serie di salti in alto per bloccare o
respingere palloni lanciati con differenti traiettorie, da
eseguire a corpo libero o con un carico addizionale (cintura
o giubbotto zavorrato) di entità’ tale da non disturbare
eccessivamente l’esecuzione dei movimenti tecnici richiesti.
Ma, pur ritenendo il metodo diretto come il metodo
principale per aumentare la forza di stacco del portiere,
anche procedure “indirette” si rivelano molto utile a tale
scopo. In tal caso si tratta di esercizi generali, avulsi
dal contesto tecnico-tattico, ma che provocano un energico
movimento di forza esplosiva degli arti inferiori.
Le
esercitazioni più’ comuni di questo genere consistono in
balzi, salti di ostacoli vari, salite di rampe di scale,
ecc., cioè di tutti quei movimenti che utilizzano il ciclo
stiramento-accorciamento dell’attivazione muscolare.
Tra questi
esercizi alcuni esempi sono:
1. Salti in
estensione, partendo da corsa rilassata
Al ritmo di
ogni terzo o quinto passo, staccare alternativamente col
piede destro e sinistro. Le braccia, con il loro movimento
di slancio, agevolano la fase ascensionale.
2. Balzi in
estensione, partendo da posizione di raccolta
3. Balzelli
sul posto, con raccolta in volo. Ad ogni secondo balzello
sul posto, raccogliere energicamente le ginocchia sul petto
e distendere il corpo prima del ritorno a terra.
4. Da
posizione di raccolta con un pallone in mano: far rimbalzare
energicamente il pallone sul terreno e, con un salto,
afferrarlo in volo. Lo stesso esercizio può’ essere
eseguito, partendo da in piedi, da seduti o da proni.
5. Capriola
in avanti, con balzo in avanti-alto per parare in volo un
pallone lanciato da un compagno o dall’allenatore.
6. Balzo
verticale su di una gamba con atteggiamento ad arco in volo.
Dalla posizione di piegata in avanti, col busto leggermente
flesso anteriormente, spiccare un balzo verso l’alto,
slanciando le braccia in fuori e sollevando verso l’alto la
gamba protesa dietro. Al ritorno, cambiare la gamba di
stacco.
7. Salto in
verticale, con divaricata laterale
8. Salto in
verticale carpiato
9. Salto in
verticale, andando a toccare i talloni con le mani
10. Salto
verticale, con divaricata antero-posteriore
11. Salto
con breve rincorsa, portando una coscia verso il petto e
afferrando simultaneamente con le mani un pallone sospeso
12.
Superamento balzi di ostacoli: balzare a piedi uniti o
flettere molto le cosce
13. Salita
rapida di una rampa di scale con energico sollevamento del
ginocchio. Durante il movimento di salita il ginocchio viene
“strappato” in alto e, quindi, rapidamente abbassato. Le
braccia sono molto angolate ed aiutano il movimento delle
gambe con la loro azione alternata. A seconda dei casi può’
essere richiesto che la rampa di scale debba essere superata
a tre, quattro gradini per volta.
14. Balzi a
due piedi su di una rampa di scale
15. Balzi a
rana di una rampa di scale. I balzi sui gradini di una rampa
di scale avvengono proiettando in avanti le mani in modo che
le gambe, da una posizione di appoggio frontale teso,
possano essere richiamate in raccolta.
16.
Partendo dalla posizione di piedi uniti a braccia basse,
spiccare un balzo e ricadere sul gradino successivo a gambe
divaricate, mentre le braccia vengono slanciate tese per
fuori in alto fino a far battere, tra loro, le mani al di
sopra della testa. Nel balzello successivo, ricadere sul
gradino seguente tornando alla posizione di partenza.
17. Con la
sbarra regolabile, eseguire i tasti sempre più alti. La
sbarra può essere raggiunta con una sola mano o con entrambe
le mani.
18.
Afferrare la sbarra regolabile con le due mani, superando
con un salto un piccolo ostacolo posto davanti ai piedi.
19. Salire
su di una rampa e poi compiere, in discesa, una curva
20. Balzi,
su una barriera, partendo da piedi o in raccolta
21. In
corsa, saltare una barriera, staccando alternativamente con
il piede destro e sinistro, e passando sopra e sotto la
barriera.
22.
Alternare la corsa a balzi con raccolta in volo
23. Saltare
a piedi uniti una panca, partendo da posizione di raccolta e
appoggiandosi con le mani.
24. Come
l’esercizio precedente, partendo da posizione eretta e
saltando una panca a piedi uniti, senza l’appoggio delle
mani
25. Come
l’esercizio precedente, staccando con un solo piede
26. Lo
stesso esercizio lo si può eseguire, scavalcando a piedi
uniti in avanti, e lateralmente, un pallone medicinale
27. Altri
esercizi di balzi di facile interpretazione con una panca,
come l’attrezzo
Salti
in basso
Oltre a
quelli sopra descritti, altri esercizi molto efficaci per il
potenziamento della muscolatura degli arti inferiori sono
rappresentati dai salti in basso. Tali esercizi hanno lo
scopo di sovraccaricare in ceduta la muscolatura impegnata
nel movimento dello stacco da terra, favorendo lo sviluppo
di una più forte tensione in stato di stiramento e, quindi,
l’accumulo di una maggiore quantità di energia elastica da
utilizzare nel momento vero e proprio dello stacco da terra.
Per quanto
riguarda il miglioramento della potenza di stacco vero e
proprio, occorre però che il salto in basso venga
immediatamente seguito da un salto in alto.
Altrimenti
gran parte dell’energia accumulato si disperderebbe sotto
forma di calore e non sarebbe sfruttata a fini meccanici.
In linea di
principio, per il salto in basso seguito dal salto in alto,
le altezze ottimali di caduta sono quelle che consentono il
rimbalzo più elevato e sono molto vicine al record
dell’atleta nel test di Abalakov.
Considerata
la grande richiesta neuro-muscolare che questo tipo di
lavoro comporta, sarà meglio eseguirlo in stato di
freschezza, subito dopo il riscaldamento, e non quando si è
già’ affaticati. Nell’ambito della singola seduta di
allenamento si consigliano di eseguire 3-5 serie di 8-10
ripetizioni ciascuna con recuperi lunghi tra le serie. Il
periodo migliore per effettuare questi esercizi è quello
della preparazione pre-campionato (2-3 volte alla
settimana), ma anche durante la stagione agonistica,
periodicamente, essi possono essere ripetuti come attività
di richiamo (una volta alla settimana).
Se i salti
in basso sono seguiti immediatamente da salti in alto
(lavoro cosiddetto pliometrico), essi hanno lo scopo
precipuo di migliorare la potenza muscolare, cioè la forza
esplosiva degli arti inferiori; se, invece vengono eseguiti
come puri e semplici salti in basso ( senza rimbalzo verso
l’alto), il loro obbiettivo è soprattutto quello di
rafforzare l’articolazione tibio-tarsica e la muscolatura
anteriore della coscia. In quest’ultimo caso, in campo
applicativo, si tratta di aumentare gradatamente l’altezza
di caduta fino a raggiungere quella che ogni allievo riesce
a sopportare senza eccessivo disagio. Per non incorrere,
comunque, in disturbi a livello di caviglia, si raccomanda
di eseguire questi salti in basso su una superficie di
caduta né troppo rigida né troppo soffice. L’ideale sarebbe
un tipo di terreno analogo al campo di giuoco.
È opportuno
fare presente, infine, che i salti in basso possono essere
collegati dall’esecuzione di percorsi misti e a gesti di
ginnastica acrobatica.
IV.1.2.
Capacità di scatto o velocità di spostamento su distanze
brevi
La velocità
è la prerogativa che permette di effettuare azioni motorie
nel minor tempo possibile. Il tempo di durata del movimento
deve essere breve e tale da non provocare affaticamento.
Questa
qualità dipende da numerosi fattori di origine nervosa e
muscolare: la componente nervosa si riferisce essenzialmente
al tempo di reazione, chiamato comunemente riflesso, quella
muscolare, invece, alla capacità di reazione del muscolo.
Tra il fattore nervoso, espresso dal tempo di reazione, ed
il fattore muscolare, espresso dal tempo di movimento non
esiste alcuna relazione particolare ovvero gli indici dei
tempi di reazione e quelli della velocità’ di movimento sono
gli uni indipendenti dagli altri. Per ciò si può essere
molto veloci nella reazione, ma relativamente lenti nei
movimenti, e viceversa. Una volta stabilito che l’efficienza
di questa qualità è legata al concorso favorevole di fattori
di origine nervosa e muscolare, è opportuno però precisare
che la massima velocità che si può sviluppare in qualsiasi
movimento, non dipende esclusivamente da esse, ma anche da
altri fattori, quali il livello della forza dinamica e della
tecnica di esecuzione.
Sul piano
praticato viene dimostrato che gli esercizi di potenziamento
per gli arti inferiori influiscono positivamente sul
miglioramento della velocità di movimento.
Per quanto
riguarda il portiere, poiché la sua velocità di spostamento
in gara si manifesta su distanze brevi, non oltre i trenta
metri, va detto che è più importante l’incremento della
capacità di scatto dell’aumento della velocità assoluta. In
teoria e metodologia di allenamento, infatti, si fa
distinzione tra la capacità di scatto e la velocità
assoluta, intendendosi, con la prima, l’efficacia della fase
di avvio, cioè la capacità di muoversi con rapidità partendo
dallo stato di quiete (capacità di accelerazione), con la
seconda sia l’ulteriore crescita della velocità nel proseguo
della fase di slancio, sia il suo mantenimento nel tratto
che rimane fino all’arrivo.
In pratica,
la capacità di scatto si riferisce ai primi 10-12 passi di
corsa, ovvero a distanze non superiori ai 30 metri. La
velocità assoluta si riferisce a distanze maggiori, ma mai
superiori ai 60-80 metri.
Questa
distinzione è indispensabile ai fini di una maggiore
comprensione della diversa fenomenologia di estrinsecazione
della forza muscolare che si evidenzia in ognuna di esse.
Nella fase
“messa in moto” c’è un impiego preponderante della forza
statica isometrica, nella sua applicazione dinamica, in
considerazione della massa che si deve fortemente
accelerare, partendo dallo stato di quiete. Nella fase di
slancio l’aumento della velocità è nel contempo effetto e
causa della progressiva trasformazione della forma dinamica
della manifestazione di forza in una espressione sempre più
veloce, quale la forza elastica, fino al momento in cui la
velocità si stabilizza – inizio della fase di mantenimento –
ed il fenomeno elastico rimane il responsabile prevalente
della propulsione. D’altro canto, nella fase di slancio, la
crescita della velocità conseguente alla progressiva
diminuzione dei tempi di appoggio, all’apertura dell’angolo
del ginocchio dell’arto propulsivo ed all’aumento della
lunghezza e frequenza dei passi, può essere possibile solo
attraverso lo sviluppo di un fenomeno, quale quello elastico
che, per la rapidità di estrinsecazione di elevate punte di
forza, è l’unico in grado di produrre, in tali condizioni,
un alto rendimento meccanico.
È
necessario precisare, altresì, che tra le velocità di messa
in moto o di accelerazione, (capacità di scatto) e la
possibilità di raggiungere la punta massima di velocità non
esiste una correlazione particolarmente significativa. Ciò
vuol dire che fra due atleti che impiegano tempi diversi sui
primi 30 metri, quindi con diversa capacità di scatto, può
essere possibile che sia quello con il tempo peggiore
prevalere su distanze più lunghe, perché dotato di una
maggiore velocità assoluta.
Ritornando
al portiere, è chiaro che a lui necessita soprattutto
un’elevata capacità di scatto, in quanto i suoi spostamenti
in corsa rapida raramente si sviluppano su distanza
superiori ai 20 metri.
IV.1.3.
ESERCIZI PER IL MIGLIORAMENTO DELLA CAPACITA’ DI SCATTO
L’allenamento per la capacità di scatto può essere
organizzato in modo molto vario. Nell’addestramento dei
portieri, oltre a tutta una serie di salti e balzi per
l’estrinsecazione della massima forza esplosiva degli arti
inferiori, ci si può servire, in ogni singola seduta, di 3-4
serie di scatti, con partenza da in piedi, da seduti o in
posizioni varie di decubito, su distanze variabili dai 10 ai
20 metri e con un recupero attivo di 6-8 minuti, tra una
serie e la successiva. Il recupero tra una ripetizione e
l’altra di ciascuna serie (formata da 8-10 ripetizioni),
inoltre, deve essere tale da non permettere che la velocità
motoria diminuisca sensibilmente da una prova all’altra (dai
20 ai 30 secondi a seconda della distanza).
Essendo lo
stato di eccitabilità ottimale del sistema nervoso
condizione indispensabile per poter esprimere gesti di
massima intensità, nessuna attività affaticante deve
precedere queste esercitazioni. Dopo la fase di
riscaldamento, si deve passare immediatamente alle prove di
sprint. Cosi pure, nel programma di lavoro del micrococco
settimanale durante il periodo agonistico, è preferibile
svolgere l’allenamento maggiormente imperniato sulla
capacità di scatto il primo o secondo giorno di quello di
riposo, quando cioè non siano presenti i residui di un
recupero incompleto degli allenamenti precedenti. Al fine di
migliorare e rifinire l’apprendimento della sua tecnica
specifica, è opportuno collegare questi rapidi scatti anche
con dei movimenti tecnici. Per il portiere si tratta, ad
esempio, di partire e correre rapidamente per andare ad
eseguire, a 10-20 metri di distanza, una respinta di pugno
nel pallone o un intervento di piede sull’avversario o un
tuffo in volo o radente il terreno.
IV.1.4.
Rapidità’ di reazione o prontezza di riflesso
Una
fulminea capacità di reazione è il presupposto più
importante per un buon portiere.
È una
capacità che egli deve possedere innata e ben consolidata,
ma ciò non vuol dire che questa dote non debba sviluppata
mediante un appropriato addestramento. Ogni sforzo, però,
diventare inutile se questa capacità non è già posseduta per
natura.
Esistono
apposite apparecchiature psicotecniche per misurare la
velocità di reazione. Si tratta di valutare il tempo che
occorre per eseguire una determinata azione, prescritta
oppure libera, ma appropriata, in risposta ad un improvvisa
eccitazione sensoria. Quanto più breve è questo tempo, tanto
migliore è la capacità di reazione. Essa dipende
essenzialmente da fattori di origine nervosa e si può
definire come il tempo che trascorre tra il momento in cui
appare uno stimolo visivo o sonoro ed il momento in cui si
attua la risposta motoria.
La velocità
di reazione, secondo Harre, è la risultante del succedersi
dei seguenti processi fisiologici:
- il
prodursi di un’eccitazione nel recettore muscolare;
- la
trasmissione dell’eccitazione al Sistema Nervoso Centrale
attraverso il neurone periferico;
- la
formazione del segnale effettore;
- l’entrata
del segnale effettore nel muscolo;
- la
stimolazione del muscolo e la conseguente attività meccanica
di esso
Si fa
distinzione tra reazioni semplici e reazioni complesse. Il
tempo di reazione semplice implica la risposta attraverso un
movimento noto in precedenza ad un segnale anch’esso già
conosciuto. In pista, per esempio, si tratta di partire di
scatto allo sparo dello starter.
La reazione
si dice complessa, invece, quando la situazione si presenta
incerta e, quindi, né il segnale, né la risposta sono noti
in precedenza.
I movimenti
del portiere, nella dinamica del gioco del calcio,
rispondono proprio a casi di reazione complessa. Ad esempio,
quando il portiere si accinge a parare un tiro in porta
scagliato da un avversario, egli deve:
a) vedere
il pallone;
b) valutare
direzione e velocità della palla;
c)
scegliere una risposta;
d)
effettuare una risposta.
Il tempo di
reazione, in questo caso, è composto da quattro elementi e,
in genere, per oggetti in movimento varia da 0,25 a 1
secondo.
È la prima
parte della risposta, cioè fissare con gli occhi il pallone
che si muove, che rappresenta la maggior parte del tempo di
reazione. Perciò per quanto riguarda la reazione ad un
oggetto in movimento, la capacità di fissare l’oggetto è
estremamente importante. Dal momento che questa capacità è
allenabile, è necessario dedicare molta cura al suo
sviluppo. A tal fine si utilizzano esercizi che prevedono un
aumento progressivo della velocità del pallone ed una
improvvisa percezione dello stesso. Per il portiere, molto
proficuo si rivela l’allenamento effettuato con palle da
tennis scagliate violentemente e da distanza sempre più
breve.
Gli atleti
di notevole valore raggiungono un altissima velocità di
reazione complessa, che può essere quasi identica a quella
della reazione semplice.
È stato
dimostrato che l’età più idonea per migliorare i tempi di
reazione (sia semplice che complessa) è compresa tra il
decimo e il ventesimo anno. Perciò è importante fare largo
uso di esercitazioni di questo genere in età giovanile.
IV.1.5.
Potenza muscolare generalizzata
Al portiere
occorre un potenziamento muscolare d’ordine generale, perché
non solo i muscoli degli arti inferiori, ma di tutto il
corpo, devono essere in grado di sviluppare forza,
soprattutto in forma esplosiva.
Infatti, se
è vero che i muscoli degli arti inferiori sono quelli
maggiormente impegnati, non bisogna trascurare l’importanza
che ricopre la muscolatura delle braccia, del dorso,
dell'addome e del tronco negli scatti, negli arresti, nei
cambiamenti di direzione, nell’elevazione, nelle respinte di
pugno, nei contrasti corpo a corpo.
Per il
portiere vi è quindi la necessità di aumentare le
possibilità di forza veloce negli arti superiori (deltoide,
bicipite, tricipite), nel dorso, nell’addome, oltre che
negli arti inferiori (quadricipite e gemelli). Per quanto
riguarda il potenziamento di questi ultimi, possiamo
avvalerci di tutti quegli esercizi indicati per il
miglioramento della capacità di scatto e di elevazione.
La
caratteristica fondamentale degli esercizi di muscolazione
consiste nel vincere una forza contrastante, che può essere
rappresentata dal peso del proprio corpo o di una parte di
esso, dal peso del corpo di un partner, dal peso di un
attrezzo (bilanciere, pallone medicinale, bastone di ferro,
manubrio, ecc.).
Quantunque
lo sviluppo della potenza muscolare generale debba essere
presa in considerazione per tutta la durata dell’anno, il
lavoro più intenso va inserito nella preparazione di base.
In questo periodo è bene che gli esercizi di potenziamento
rappresentino la parte fondamentale di almeno 3 sedute
settimanali, da svolgersi a giorni alterni. Nel periodo
delle gare di campionato, invece, una sola seduta
settimanale, avente come obbiettivo principale il
potenziamento muscolare generale, sarà sufficiente a
conservare e consolidare il livello raggiunto. Naturalmente
questo non significa affatto che il portiere deve eseguire
esercizi di potenziamento muscolare una sola volta alla
settimana, perché, in effetti, come attività complementare,
deve usarli in quasi tutte le sedute di allenamento del
ciclo settimanale agonistico.
Quando si
parla di una sola seduta di allenamento, si intende quindi
che una sola seduta deve essere basata fondamentalmente su
esercizi di potenziamento muscolare e non che tali esercizi
vadano trascurati del tutto nelle altre sedute di
allenamento del ciclo settimanale.
Nel caso in
cui l’obbiettivo principale della seduta è l’incremento
della potenza muscolare, gli esercizi di muscolazione
dovranno essere effettuati immediatamente dopo che il
pre-riscaldamento ed una breve serie di esercitazioni
preparatorie. In altre situazioni – cioè durante allenamenti
complessi in cui l’incremento della potenza rappresenta
soltanto un obbiettivo complementare – la successione delle
esercitazioni dovrebbe avere il seguente ordine: dopo il
pre-riscaldamento generale, esercizi di prontezza di
riflesso, di velocità quindi esercizi di forza o di
potenziamento, infine esercizi di resistenza.
Al termine
di ogni serie di esercitazioni di muscolazione, è opportuno
eseguire dei movimenti di distensione, relativi ai gruppi
muscolari precedentemente impegnati.
IV.1.6.
Flessibilità o mobilità articolare
La
flessibilità è una condizione favorevole per la pratica di
quasi tutte le discipline sportive, quindi anche del gioco
del calcio. Per il portiere, cui necessita soprattutto una
buona flessibilità del tronco ed una efficiente
articolabilità scapolo-omerale, essa rappresenta addirittura
una delle qualità fondamentali che condizionano il
rendimento e lo sviluppo tecnico. Intesa come capacità di
eseguire movimenti di grande ampiezza, questa qualità
dipende principalmente dalla scioltezza articolare o
dall’elasticità o capacità di distensione dei muscoli
antagonisti relativi alle articolazioni interessate.
Gli
esercizi idonei a sviluppare la flessibilità sono gli
esercizi di mobilizzazione e quelli di “stretching”. La
differenza esecutiva di questi due tipi di esercizi consiste
nel fatto che nei primi l’allungamento muscolare è ottenuto
tramite vigorose dinamiche ripetizioni di movimenti di
grande ampiezza articolare, mentre gli altri sono
caratterizzati dal raggiungimento lento ed in modo passivo
della posizione di massimo allungamento muscolare, che va
mantenuto in forma statica per circa 15-20 secondi.
Indubbiamente i giovani, a causa del minor tono muscolare,
presentano doti di flessibilità superiori agli adulti. Per
questo motivo le esercitazioni di articolabilità ed
estendibilità muscolare devono avere una collocazione
importante nel processo di allenamento dei giovani. Occorre
ricordare che già dopo gli 8 anni le capacità individuali di
scioltezza e mobilità articolare tendono a regredire, se non
vengono continuamente sollecitate. È quindi necessario
inserire gli esercizi di mobilizzazione e di stretching in
dosi massicce nell’allenamento dei principianti e dei
giovani portieri in particolare.
In linea di
principio, è nella fase iniziale della seduta di allenamento
che vengono svolti preferibilmente questi esercizi,
soprattutto quelli di mobilizzazione collegati con la marcia
e con la corsa. Ma la loro utilizzazione viene consigliata e
si rende utile anche nelle pause di recupero tra esercizi di
forza o di resistenza muscolare, allo scopo di distendere
quei gruppi muscolari chiamati in causa durante il lavoro
vero e proprio.
IV.1.7.
Equilibrio
Per
equilibrio si intende la capacità di mantenere il corpo in
posizione stabile. Si distinguono un equilibrio statico ed
un equilibrio dinamico. L’equilibrio statico consente il
mantenimento statico di una determinata posizione; quello
dinamico il mantenimento di una determinata posizione mentre
il corpo è in movimento.
Il ruolo
del portiere richiede in ogni momento della gara una
notevole capacità di equilibrio statico e, soprattutto,
dinamico. Così nella posizione di attesa assume una
particolare importanza l’equilibrio statico, che consente di
poter intervenire con prontezza ed efficacia e di vincere
più facilmente l’inerzia della partenza in tuffo o in
uscita, mentre in tutti quegli spostamenti rapidi
caratterizzati da variazioni improvvise degli appoggi dei
piedi o da accelerazioni angolari è determinante la capacità
di equilibrio dinamico.
Gli
esercizi più indicati per migliorare l’equilibrio sono
quelli in cui si assumono posizioni che rendono difficile il
suo mantenimento ed esercizi di acrobatica elementare. Però,
nello sport, il metodo principale per sviluppare questa
capacità sarà sempre l’esercitazione in condizioni identiche
( o rese più difficili) a quelle della disciplina specifica,
in modo da creare un patrimonio di esperienze motorie
adeguate a sviluppare l’equilibrio realmente richiesto.
È evidente
che chi gioca al calcio ha bisogno di un equilibrio diverso
rispetto a chi gioca a pallamano oppure a pallavolo, per cui
l’affinamento delle capacità di equilibrio avviene
utilizzando prevalentemente esercitazioni di tipo specifico.
D’altronde, l’abilità tecnica, intesa come capacità di
esecuzione corretta, facilita sicuramente il mantenimento
dell’equilibrio, proprio perché la funzionalità esecutiva
origina dagli stessi giusti rapporti tensionali (gioco
contrazione-decontrazione) che presiedono all’equilibrio
stesso.
IV.1.8.
Agilità e doti acrobatiche
Tra le
qualità che caratterizzano il profilo fisico del portiere,
l’agilità è senza dubbio una delle più rimarchevoli.
L’agilità
del portiere consiste nella capacità sia di far assumere al
proprio corpo posizioni insolite, spesso in tuffo o in voli
a mezz’altezza, sia di modificare queste posizioni, di
scatto e con scioltezza di movimento, adattandole alle
esigenze di una situazione mutevole.
Si tratta
quindi di una qualità complessa che presuppone una perfetta
capacità di coordinazione muscolare, un buon equilibrio, una
notevole prontezza di riflessi ed un’alta velocità di
movimento, un’adeguata mobilità articolare ed un’elastica
flessibilità di tutto il corpo, con particolare riferimento
alla zona della colonna vertebrale.
Nell’uomo,
l’agilità può essere rilevata già in età relativamente
precoce (8-10 anni); anzi è una qualità che si ritrova più
facilmente nei ragazzi che negli adulti. Il bambino
naturalmente agile, però, può perdere parzialmente questa
capacità se durante il periodo evolutivo conduce una vita
troppo sedentaria, oppure se la sua attività fisica è basata
su forme di movimento eccessivamente stereotipate.
Oltre ad
esercizi particolarmente finalizzati allo sviluppo
dell’agilità, la polivalenza delle esperienze motorie, fin
dall’età più precoce, costituisce una base essenziale per
sviluppare queste qualità.
IV.1.9.
Coordinazione motoria
È una
qualità che si riferisce primariamente ai processi di
organizzazione, di controllo e di regolazione del movimento.
A causa
delle molteplici componenti che la determinano (capacità di
orientamento spazio-temporale, capacità di reazione,
capacità di trasformazione del movimento, capacità di
combinazione dei movimenti, capacità di equilibrio, ecc.),
essa una qualità complessa, di difficile definizione.
Tuttavia, in forma molto schematica, si può definire come la
capacità che permette all’individuo di eseguire con
disinvoltura, rapidità, precisione e nella maniera più
economica (cioè, con il minor consumo di energia)
determinati gesti motori complessi e di adattarli alle
esigenze di una situazione mutevole.
La
coordinazione è il presupposto fondamentale per
l’apprendimento e lo sviluppo di abilità motorie specifiche
e, di conseguenze, per la costruzione di una tecnica
sportiva efficace e corretta. Le abilità motorie si
instaurano e si strutturano sulla base delle capacità
coordinative, ma, al tempo stesso, la formazione di abilità
motorie contribuisce a sviluppare le capacità coordinative.
Concludendo, le abilità motorie e le capacità coordinative
sono in rapporto di reciproca dipendenza, nel senso che
quante più abilità motorie si apprendono ed in forma più
variata possibile, tanto più si sviluppano le capacità
coordinative e quanto più è elevato il livello delle
capacità coordinative, tanto più facilmente e rapidamente si
apprendono nuove abilità motorie.
Dal legame
e dai rapporti reciproci tra capacità coordinative ed
abilità motorie, si ricava che le capacità coordinative si
sviluppano soprattutto apprendendo nuove abilità motorie e
tecniche. A tale scopo, il mezzo di allenamento più idoneo
ed appropriato è rappresentato dalla continua e reiterata
ripetizione di esercitazioni tecniche specifiche generali,
unitamente ad esercizi di agilità e di ginnastica
preacrobatica, come percorsi in velocità con superamento di
ostacoli vari, capriole in avanti ed indietro, rotolamenti
per terra, ecc., che per il portiere, d’altronde, sono
esercitazioni all’ordine del giorno.
I
differenti periodi di sviluppo dell’individuo, in relazione
alla sua età, presentano dei presupposti diversi per quanto
riguarda lo sviluppo delle capacità coordinative. Le
possibilità si hanno da ragazzi e durante l’adolescenza,
poiché in quest’epoca le capacità coordinative si sviluppano
in modo marcato e possono venire condizionate ed influenzate
in modo determinante dalla loro stimolazione.
Successivamente, invece, sono migliorabili sono in misura
ristretta. Naturalmente, però, questo non vuol dire che chi
ha svolto un’adeguata preparazione nelle tappe giuste non
abbia più bisogno, da adulto, di continuare ad esercitare e
a stimolare le capacità coordinative per mantenere elevate e
perfezionare ulteriormente le abilità motorie acquisite.
Piuttosto
va precisato che, mentre con i giovani le capacità
coordinative vanno allenate con il maggior numero possibile
di abilità motorie, anche di discipline sportive diverse da
quella praticata, con atleti ormai di alta qualificazione,
il loro ulteriore sviluppo è possibile solo in virtù di
forme di movimento e di abilità specifiche.
IV.2. LA
TECNICA DEL PORTIERE
Per
tecnica, nell’accezione sportiva, si intende l’assieme delle
abilità necessarie per praticare con successo un determinato
sport.
Naturalmente ogni specialità sportiva esige una sua tecnica
particolare e, per quanto riguarda il portiere di calcio,
essa si identifica in tutti quei movimenti che
caratterizzano la sua prestazione in gara.
Si può
distinguere la tecnica del portiere in:
- tecnica
di difesa;
- tecnica
di attacco.
La
tecnica di difesa
prende in
considerazione tutti quei movimenti o gesti atti a
proteggere la porta e si suddivide in:
1.
movimenti senza pallone
a)
posizione di base o di partenza;
b)
cambiamento di posizione.
2.
movimenti con il pallone
presa;
b) colpo di
pugno;
c) tuffo;
d)
deviazione;
e)
intervento con i piedi.
La
tecnica di attacco,
invece, comprende quei gesti tramite i quali il portiere si
trova ad avere il compito di iniziare l’azione offensiva
della propria squadra e consiste in:
a) rinvio
del pallone con le mani;
b) rinvio e
rimessa del pallone con i piedi.
Non si può
certo affermare che il gioco costruttivo del portiere e, di
conseguenza la tecnica di attacco abbia la stessa importanza
della tecnica di difesa: il compito principale del portiere,
ovviamente, è quello di mantenere invulnerata la propria
porta. Tuttavia, ad alto livello, si esige che egli sappia
svolgere completamente entrambi i compiti.
Ed è per
questo che nell’addestramento tecnico del portiere non
andrebbe trascurata un’adeguata preparazione sui vari modi
di calciare il pallone, non essendo rare le situazioni di
gioco in cui i suoi interventi con i piedi potrebbe dare
avvio a pericolose azioni offensive.
L’addestramento tecnico del portiere, oltre all’abilità
nell’uso delle mani, deve tendere a formare un calciatore
capace di eseguire con disinvoltura ed efficacia anche i
gesti tecnici fondamentali degli altri giocatori di campo.
Inoltre l’addestramento tecnico del portiere non deve mai
essere separato, organicamente, da quello tattico, nel senso
che deve avvenire fondamentalmente tramite esercitazioni
rispecchianti reali situazioni di gioco. Questo solo perché
un’abilità tecnica sviluppata e perfezionata in funzione del
gioco potrà manifestarsi veramente efficace durante la
competizione. Perciò, fin dallo stato iniziale
dell’istruzione, si deve mirare ad accoppiare l’elemento
tecnico imparato con gli elementi situazionali di gioco.
Con i
portieri principianti, poiché gli elementi tecnici da
apprendere sono molteplici, è impossibile svolgere, in breve
tempo, un programma addestrativo completo. Il processo di
addestramento consisterà, allora, nel proporre per gradi,
dal facile al difficile, pochi elementi tecnici per volta,
con annessi i relativi compiti tattici, per poi passare,
dopo un certo lasso di tempo, ad un altro gruppo di
esercitazioni.
La durata
del periodo di addestramento di ciascun gruppo di esercizi
potrebbe essere, per esempio, di circa due settimane, ma,
naturalmente, potrebbe essere più lungo o, addirittura, più
breve, a seconda delle capacità di apprendimento degli
allievi.
IV.2.1.
LA TECNICA DI DIFESA
1.
Movimenti senza pallone
a)
posizione di base o di partenza
Per poter
iniziare al più presto possibile i movimenti per
l’intercettamento del pallone indirizzato verso la sua
porta, il portiere deve assumere una corretta posizione di
partenza. Essa deve essere a gambe leggermente divaricate,
con le ginocchia un po’ piegate e protese in avanti, in modo
che il peso del corpo poggi sulle piante dei piedi.
Arpad
Csanadi che descrive in modo completo la tecnica dei
movimenti, circa la posizione di base del portiere, afferma:
“la parte superiore del corpo viene a trovarsi avanti alle
anche, le braccia, angolate al gomito, pendono in basso in
modo da risultare quasi parallele alle cosce più che al
terreno. Le palme delle mani sono orientate verso il basso e
lo sguardo verso il pallone”.
Dalla
posizione sopra descritta inizia ogni movimento.
Le gambe,
leggermente divaricate, assicurano il perfetto equilibrio
del corpo e consentono di potersi spostare con efficacia in
tutte le direzioni.
Il
piegamento sulle ginocchia è indispensabile affinché lo
stacco da terra sia rapido ed esplosivo. Anche l’appoggio
del peso del corpo sulle piante dei piedi facilita un rapido
stacco.
Una volta
che si è esaurita l’offensiva avversaria, è consigliabile
che il portiere compia alcuni esercizi di scioltezza
articolare e di allungamento, soprattutto di quei muscoli
che sono stati impegnati nella posizione di attesa. Questa
va mantenuta solo l’indispensabile, in quanto rimanendo
troppo a lungo in questa posizione, le articolazioni si
irrigidirebbero.
b)
cambiamento di posizione
Salvo che
sui calci piazzati ed in occasione dei calci di rigore, nei
quali il portiere generalmente rimane per un certo lasso di
tempo nella posizione di attesa, nel corso dello sviluppo
del gioco, egli è costretto invece a modificare con
continuità, a seconda del tragitto del pallone, la sua
posizione di partenza.
Quando si
parla di cambiamento di posizione implicitamente ci si
riferisce a spostamenti brevi, che avvengono di solito per
mezzo di saltelli laterali, in modo da venirsi a trovare
sulla bisettrice dell’angolo che ha come vertice il pallone
e, come lati, le linee immaginarie che uniscono il pallone
con i pali della porta.
Circa i
saltelli laterali, questi si iniziano con la gamba che si
trova nella direzione di movimento. Quando, quindi, il
portiere vuole dirigersi verso destra, deve iniziare il
saltello con la gamba destra, viceversa a sinistra. Perché
il peso del corpo possa trovare un facile appoggio nel
passaggio da una gamba all’altra, i passi laterali devono
essere brevi.
Inoltre
bisogna evitare di appoggiare quasi tutto il peso del corpo
su di una sola gamba, in quanto il portiere incontrerebbe
difficoltà di movimento nel caso di un improvviso cambio di
direzione e non potrebbe inseguire con la necessaria
celerità le mutevoli situazioni di gioco che si verificano
davanti alla porta.
Per
l’addestramento al cambiamento di posizione, molto più utile
può essere l’esercizio seguente:
unire con
una corda i due pali della porta ed un picchetto inserito
per terra nel punto in cui si dovrebbe trovare il pallone.
Spostando il picchetto in punti diversi, il portiere deve
cercare di assumere la giusta posizione.
2.
Movimenti con il pallone
a) la
presa
E’ una
delle doti più importanti, forse la più importante, quella
cioè che qualifica un portiere. Essa dipende dall’abilità
prensile delle mani, cioè dalla forza di chiusura delle dita
e da una buona sensibilità di tutto l’arto superiore.
Non appena
le palme delle mani giungono a contatto con il pallone, esse
devono smorzarne la forza effettuando una specie di
cedimento, in cui vengono interessate le articolazioni delle
spalle e dei gomiti. Per migliorare la presa, occorre
irrobustire soprattutto le dita e, a tale scopo, ci si può
servire di una piccola palla di gomma da comprimere con la
mano. Un altro esercizio efficace può essere quello di
lanciare una palla da tennis contro il muro e riprenderla
con una sola mano.
-
la presa dei palloni che giungono radenti
il terreno
Quando i
palloni giungono frontalmente al portiere, le gambe devono
essere unite e le ginocchia distese.
Il pallone
viene afferrato davanti ai piedi, con le dita delle mani
aperte, le palme rivolte verso in avanti che afferrano da
dietro il pallone, i mignoli delle due mani che quasi si
toccano.
Mai si deve
afferrare la palla dai lati.
Nell’attimo
in cui il pallone viene afferrato, il tronco si raddrizza ed
il pallone viene portato all’altezza del ventre incavato per
motivi di sicurezza.
Afferrare
il pallone, rizzarsi ed incavarsi deve costituire un unico
movimento fluido.
Se il
pallone giunge lateralmente al portiere, a circa un metro di
distanza, prima di effettuare la presa, occorre fare un
rapido scatto laterale, spostando il corpo sempre dietro al
pallone.
Gli errori
che ricorrono più di frequente dipendono o dalla errata
posizione del corpo rispetto al pallone o dalle gambe tenute
divaricate oppure perché si afferra il pallone dai lati.
Allorché i
palloni arrivano, rotolando a più di un metro lateralmente
al portiere, essi devono essere raccolti con un rapido
piegamento su di un ginocchio.
Per
assicurare però la giusta posizione dietro al pallone, il
portiere per prima cosa deve effettuare, di corsa, alcuni
passi laterali ed in corsa lasciarsi rapidamente cadere su
un ginocchio e quindi raccogliere il pallone.
Siccome
tutti i movimenti finora descritti devono riassumersi in un
gesto unico e coordinato, è facile dedurre che necessita un
particolare addestramento. Il piegamento del ginocchio deve
essere sempre fluido e rapido e se si corre verso destra,
sarà il ginocchio sinistro ad abbassarsi, e viceversa.
La
posizione delle gambe deve costituire una solida e ampia
protezione dietro al pallone, evitando che tra il ginocchio
piegato ed il tallone dell’altro piede ci possa essere una
purché minima apertura, attraverso la quale il pallone possa
passare.
Il modo di
rialzarsi e di portare il pallone al ventre è simile a
quello adottato raccogliendo il pallone radente il terreno.
-
presa dei palloni che giungono all’altezza
delle ginocchia del portiere
In questa
circostanza il corpo deve essere orientato frontalmente
verso il pallone, le gambe devono stare unite a ginocchia
completamente distese e l’inclinazione del busto deve essere
regolata in relazione all’altezza del pallone.
Le palme
delle mani sono rivolte in avanti, le dita sono aperte ed i
mignoli quasi si toccano. Prima che il pallone giunga al
portiere, le mani vanno incontro ad esso e, appena ne
entrano in possesso, lo fanno scivolare sugli avambracci e
lo portano nell’incavo addominale in modo da proteggerlo.
È
necessario protendere le mani verso il pallone in arrivo,
prima che esso venga a contatto con il corpo, allo scopo di
effettuare un intervento elastico e morbido nella presa.
Infatti un movimento troppo rigido potrebbe causare un
rimbalzo del pallone dalle mani.
-
presa dei palloni che arrivano all’altezza
del ventre
La tecnica
usata in questo tipo di parata non si differenzia da quella
presa in esame per i palloni che arrivano all’altezza delle
ginocchia con l’unica variante, consistente in una maggiore
inclinazione del tronco in avanti.
-
presa del pallone davanti al petto
E’ un tipo
di presa che viene realizzata a braccia angolate, e
proiettate in avanti, facendo rotolare il pallone sulle
palme delle mani e sugli avambracci per serrarlo al petto.
Nell’attimo del contatto del pallone con il petto,
quest’ultimo viene retratto al fine di smorzare la violenza
dell’urto.
Esiste pure
un altro modo di afferrare direttamente sul petto e quindi
afferrarlo dopo che è stato smorzato. In questo caso,
pertanto, le mani non vanno incontro al pallone in arrivo.
-
presa del pallone davanti alla spalla
Essa
richiede la massima attenzione perché se il pallone arriva
molto violento può scivolare via tra la testa e la spalla.
Davanti
alla spalla destra è la mano destra che deve agganciare il
pallone da dietro e dall’alto, mentre la mano sinistra lo
avvolge da dietro e dal basso. Ovviamente, per effettuare la
presa davanti alla spalla sinistra, la posizione delle mani
deve essere invertita.
È
importante che i gomiti non siano protesi all’infuori
perché, altrimenti, si rischia che il pallone possa
scivolare sotto il braccio.
È un tipo
di presa che non offre molte garanzie per cui è bene farne
poco uso e soltanto se si è costretti dalle circostanze.
-presa
del pallone che arriva alto, ma raggiungibile restando con i
piedi per terra
Le braccia
vengono sollevate in alto, rivolte al pallone, le palme
delle mani sono orientate in avanti verso la palla in
arrivo, le dita bene aperte, i pollici si toccano. Le mani
bloccano il pallone da dietro e, quindi, devono assumere una
posizione perpendicolare rispetto alla traiettoria di volo
del pallone. Nel momento in cui avviene il contatto, il
pallone va bloccato e, quindi, portato al petto per mezzo di
un cedimento delle braccia. Rispetto al tragitto che compie
il pallone, il corpo deve essere sempre frontale. Un
particolare: se le braccia e le mani sono tenute troppo
rigide o non sono cedevoli nel contatto con il pallone,
questo può rimbalzare via.
-presa
di palloni alti, raggiungibili con un balzo
Come
principio di base vale quanto è stato scritto per il caso
precedente.
Va però
presa in considerazione la tecnica del salto.
Lo stacco
da terra può avvenire tramite la spinta di un solo piede o
di entrambi i piedi.
Solitamente
si effettua con un solo piede quando lo stacco viene
preceduto da una rincorsa piuttosto lunga. Il balzo deve
essere tempestivo, senza tergiversazioni, e orientato nella
direzione dovuta. Alcuni portieri effettuato lo stacco in
ritardo o fuori tempo, per cui il pallone non viene
raggiunto affatto o si verifica una presa insicura. Solo con
il continuo esercizio si può ottenere tempestività e giusta
scelta di tempo nello stacco da terra.
b) il colpo
di pugno
La respinta
di pugno può essere eseguita con i piedi per terra, in
elevazione oppure con un tuffo a pesce. Comunque si tratta
di un tipo di parata che richiede una tecnica particolare e
che deve essere acquisita e perfezionata con lungo
esercizio. Bisogna fare attenzione al tragitto del pallone
che, a volte, può avere deviazioni strane, soprattutto se
carico di effetto.
Circa
l’insegnamento di questa tecnica, è bene iniziare con la
giusta posizione delle mani. I pollici non devono essere
avvolti dalle altre dita, né si sovrappongono, ma, retratti,
premono contro la parte esterna delle falangi degli indici,
in modo che le punte dei pollici non possano urtare contro
il pallone e non incorrere così in dolorosi infortuni.
Nella
respinta del pallone con entrambi i pugni, occorre che
questi siano uniti in modo che le falangi delle dita,
strette assieme, abbiano a formare un’ampia superficie
piatta e che le articolazioni dei polsi siano rigide. Prima
di effettuare il colpo di pugno, le braccia piegate vengono
portate con i gomiti ai lati del corpo. L’impatto deve
avvenire grazie ad una energica distensione delle braccia e
mediante la proiezioni delle spalle in avanti. A questo
movimento partecipa tutto il corpo ed il pallone deve essere
colpito nella sua parte centrale. L’intervento di pugno
effettuato con i piedi per terra si esegue di solito su
palloni che giungono improvvisi e tesi, violenti e viscidi
e, in questi casi, si usano entrambi i pugni.
Un
esercizio utile per addestrarsi a questo tipo di colpo di
pugno è costituito dall’uso del “punging-ball” oppure del
pallone sospeso.
Il colpo di
pugno in elevazione si adotta nelle uscite sulle palle alte
e si può eseguire con un solo pugno e con entrambi i pugni.
Bisogna correre, staccare e vibrare il pugno alla palla: tre
movimenti da sincronizzare.
Il colpo di
pugno deve avvenire con una rapida esplosione di tutto il
corpo e si risolve in una proiezione in avanti del tronco e
delle braccia. Infatti, se derivasse soltanto dalla
distensione delle braccia, non si produrrebbe energia
sufficiente a scagliare il pallone lontano.
Nel caso in
cui il portiere, in elevazione, decide di intervenire con un
solo pugno, il braccio interessato deve compiere un
movimento dall’indietro in avanti, non appena il colpo ha
raggiunto la massima altezza. Ciò al fine di poter colpire
il pallone con la massima forza. Il colpo di pugno eseguito
con il tuffo a pesce è, senza dubbio, il più difficile. Esso
è di natura acrobatica ed è strettamente legato alla
capacità di sapersi tuffare. Nel caso di un tuffo a
sinistra, è preferibile colpire il pallone con il pugno
sinistro e viceversa. L’atterraggio deve avvenire sulla
parte laterale del corpo.
1) Quando
il portiere viene ostacolato negli interventi sui palloni
alti davanti alla porta
In questa
situazione il portiere non deve cercare a tutti i costi di
afferrare il pallone, poichè essendo ostacolato nei
movimenti, la sicurezza della presa potrebbe essere messa in
serio pericolo.
Le mischie
sotto porta, sui palloni alti, si verificano di solito in
occasioni di varie posizioni del campo. È preferibile, nei
limiti del possibile, che i palloni che arrivano da sinistra
vengano respinti verso destra e viceversa. In tal modo si
diminuisce il pericolo di un tiro immediatamente successivo.
2) Sui
calci d’angolo
E’ una
situazione di gioco che si verifica di frequente e che
spesso richiede l’intervento di pugno del portiere,
soprattutto quando il pallone spiove nelle vicinanze della
porta.
3) Sui tiri
da breve distanza
Sui palloni
violenti, improvvisi e rapidi, calciati da distanza
ravvicinata, il portiere è costretto a respingere con i
pugni.
4) Sui tiri
angolati e violenti
Palloni
tirati a mezz’altezza, tesi e improvvisi, indirizzati agli
angoli della porta possono essere spesso raggiunti e
respinti lontano mediante un colpo di pugno in tuffo. Il
colpo di pugno in tuffo avviene mentre il corpo è in volo e,
per lo più, con una sola mano.
c) il tuffo
Nonostante
una buona presa di posizione iniziale, non sempre il
portiere viene a trovarsi in condizioni di effettuare la
parata mantenendo i piedi sul terreno oppure, anche
spiccando un balzo, mantenendo la posizione eretta. In
particolari circostanze, per poter raggiungere il pallone
egli è costretto a proiettare tutto il suo corpo verso di
esso, per poterlo afferrare con le mani. Si hanno allora le
cosiddette “parate in tuffo”.
Dal punto
di vista tecnico, le parate in tuffo si possono
schematicamente distinguere in due tipi fondamentali:
1) Tuffo
con strisciamento (per parare palloni in arrivo tesi
raso-terra o con traiettoria relativamente bassa)
Il
movimento di proiezioni laterale deve essere preceduto da un
rapido abbassamento delle anche (piegamento sulle
ginocchia), in modo che non si abbia una caduta dall’alto,
ma un allungamento del corpo radente al terreno, con braccia
distese. Le mani dovranno portarsi dietro al pallone (oppure
una dietro e l’altra sopra), avvolgerlo bene con le dita
aperte, e quindi avvicinarlo rapidamente verso il petto per
proteggerlo.
2) Tuffo in
volo o “a pesce”
Per il
tuffo in volo, il movimento parte da un energico stacco da
terra dei due piedi (la spinta inizia dal piede esterno e
termina con quello interno). Il corpo si distende in volo
verso il pallone, che dovrà essere afferrato saldamente con
le due mani da dietro (sempre a dita aperte ed avvolgenti).
Per quanto
riguarda la fase di atterraggio, si dovrà fare in modo che
l’urto sul terreno venga ammortizzato il più possibile.
Esistono due tecniche in proposito:
a) la
prima, preferibile con palloni a mezz’altezza, prevede un
atterraggio “oscillante” sul corpo, arcuato lateralmente.
All’inizio, è la parte laterale del piede che tocca il
terreno, e quindi successivamente la superficie laterale
della gamba, della coscia, dell’anca, ed infine della spalla
e del braccio;
b) la
seconda, preferibile con palloni alti, prevede un
atterraggio in cui il pallone, già saldamente afferrato in
presa, viene portato immediatamente sul terreno, e servirà
ad attutire la caduta, unitamente al cedimento elastico
sulle braccia.
Per ambedue
le tecniche, è previsto che dopo l’atterraggio il pallone
venga immediatamente portato verso lo stomaco e protetto
mediante una raccolta di tutto il corpo.
Quanto
sopra detto si riferisce al tuffo a pesce con partenza da
fermi. Spesso però il tuffo avviene in movimento, e
preceduto o da brevi passi laterali o da un passo incrociato
(cioè il portiere incrocia una gamba davanti all’altra nella
direzione del tuffo.)
Ancora oggi
si discute su quale dei due modi, passi laterali oppure
incrociati, sia il più idoneo per poter effettuare lo stacco
e, quindi, il tuffo a pesce laterale. I migliori portieri
usano entrambi i modi. Il passo incrociato permette di
passare più velocemente dalla posizione di base alla fase di
stacco.
Il tuffo
sui piedi dell’avversario
È un
intervento pericoloso e difficile che, oltre a richiedere la
corretta esecuzione, esige coraggio e tempismo. Il portiere
deve puntare deciso incontro all’avversario e, giunto
vicino, deve tuffarsi “trasversalmente” alla direzione del
pallone, portando le gambe distese dalla parte opposta al
piede con il quale l’antagonista guida la palla.
Un
avvertimento: in considerazione della pericolosità di questo
tipo di intervento, è consigliabile evitare che i
principianti abbiano a tuffarsi sui piedi degli avversari,
prima di aver appreso alla perfezione la giusta esecuzione
dei movimenti.
d)
Deviazioni
Si tratta
di deviare il tragitto di volo del pallone. Le deviazioni si
possono effettuare con:
- le dita;
- le palme
delle mani;
- il dorso
delle mani.
Il pallone
viene intercettato con le dita della mano quando non
esistono altre possibilità di intervento. Esso viene deviato
dalla sua traiettoria tenendo le dita rilassate e un po’
piegate all’indietro. Palloni che vengono indirizzati negli
angoli della porta e appena sotto la traversa vengono
deviati fuori dai pali con le dita e ciò si verifica spesso
anche in collegamento con un tuffo. Nel caso di tiri
violenti, invece, è preferibile servirsi del palmo oppure
del dorso della mano.
Il colpo di
deviazione non è un’arte primaria per il portiere. Ad esso
si ricorre quando non esiste alcuna possibilità per
effettuare la presa del pallone.
e)
L’intervento di piede
Come il
colpo di pugno e di deviazione, anche l’intervento di piede
deve essere considerata un’arma di emergenza, cioè a dire di
applicarsi nei casi di estrema necessità. Si verifica
solitamente quando il portiere è costretto ad intervenire
fuori dall’area di rigore o su tiri che arrivano radenti il
terreno effettuati da breve distanza.
In
quest’ultimo caso la riuscita dell’intervento è legata alle
capacità di intuito e di reazione del portiere e può
avvenire con qualsiasi parte del piede.
Per quanto
riguarda, invece, gli interventi fuori dall’area di rigore,
il portiere dovrebbe servirsi della forma di calcio più
opportuna e consona alle varie situazioni di gioco. Di
conseguenza, se si ha tempo e spazio a disposizione,
l’intervento non deve essere soltanto liberatorio, ma anche
di impostazione del gioco.
In caso di
emergenza, il portiere, come ogni altro giocatore di campo,
deve pure sapere usare la tecnica del contrasto scivolato.
Ciò è necessario quando un attaccante si inserisce nella
difesa e sta correndo verso la porta. In questo caso,
infatti, può costituire una efficace possibilità di
intervento.
IV.2.2.
LA TECNICA DI ATTACCO
Non appena
il portiere ha afferrato il pallone, cercherà di rimetterlo
subito ad un compagno smarcato, dando inizio ad una azione
offensiva.
Perciò il
rinvio va considerato un gesto tipico di quella che possiamo
definire la tecnica di attacco del portiere.
Il rinvio
può essere effettuato con le mani oppure con i piedi, a
seconda delle particolari situazioni di gioco.
Il
rinvio con le mani può essere effettuato in tre modi:
a) sotto
forma di rotolamento del pallone a terra, quando si vuole
rinviare il pallone con precisione ed a distanza ravvicinata
b) con un
lancio del pallone da dietro il corpo all’altezza della
testa
c) in un
modo simile al lancio del disco, qualora si voglia rinviare
il pallone a distanza considerevole
Il
rinvio calciato può essere invece effettuato nei
seguenti modi:
a) al volo
b) di
“drop”
c) da fermo
Prima di
prendere in esame dettagliatamente i sopra esposti modi di
rinviare il pallone, è opportuno fare anche un breve accenno
alla guida del pallone con le mani. Una volta che il
portiere è entrato in possesso del pallone, in linea di
principio, deve cercare di rilanciarlo o ricalciarlo al più
presto in campo. Ma ciò, a volte, non sempre è conveniente,
in quanto o per ragioni di carattere tattico, o perché i
compagni non sono liberi da marcatura, è preferibile
piuttosto ritardare il rinvio, guidando per alcuni secondi
il pallone con la mano.
Nella guida
del pallone con la mano è opportuno che esso venga fatto
rimbalzare sul terreno dal lato opposto alla posizione
dell’avversario. In questo modo si ha la possibilità di
coprire il pallone con il corpo, proteggendolo da eventuali
interventi dell’avversario stesso.
Questo
movimento, con i principianti, deve essere insegnato prima
da fermi, poi camminando, infine in corsa.
Rinvio con
le mani
a) per
rotolamento
Con il
rotolamento c’è il vantaggio che il pallone può essere
ricevuto dal compagno senza difficoltà.
Il
movimento avviene portando avanti la gamba opposta alla mano
che effettua il lancio, il cui braccio viene fatto oscillare
indietro. Non appena si inizia lo slancio in avanti del
braccio lanciante, il peso del corpo(flesso profondamente in
avanti) passa dalla gamba posteriore progressivamente a
quella anteriore.
Per quanto
riguarda l’insegnamento della tecnica del rotolamento,
l’allievo va istruito prima da fermo, quindi correndo in
avanti e via via in condizioni sempre più difficoltose.
b) Lancio
del pallone da dietro il corpo all’altezza della testa
Questo tipo
di lancio viene usato per raggiungere distanze
considerevoli. Il pallone va lanciato da dietro il corpo in
avanti, all’altezza della testa, a gambe in divaricata
antero-posteriori. Ovviamente la gamba anteriore è quella
opposta al braccio di lancio. Prima di lanciarlo, si cerca
di dare un ultimo impulso al pallone mediante un energico
movimento dell’articolazione del polso, al fine di ottenere
anche una direzione più precisa.
Se si vuole
aumentare la potenza del lancio, si giri l’anca nella
direzione del lancio. In fase addestrativa un utile
esercizio è quello di lanciare il pallone contro obiettivi
fermi(sagome) oppure in movimento(giocatori).
c) In modo
simile al lancio del disco
E’ una
tecnica nella quale, durante l’esecuzione del lancio, il
pallone si muove troppo lontano dal corpo e l’avversario
potrebbe facilmente sorprendere il portiere nel caso in cui,
malauguratamente, il pallone gli sfuggisse dalla mano.
E’ quindi
opportuno applicarla solo quando il portiere può agire in
assoluta tranquillità e senza giocatori avversari nelle sue
vicinanze.
Il rinvio
calciato
- al volo
Si tratta
di lasciar cadere il pallone dalle mani e colpirlo con il
collo del piede prima che tocchi terra. Un errore pericoloso
che si può commettere è quello di lanciare il pallone in
alto, prima dell’esecuzione del movimento di rimando. Un
avversario che si trova nelle vicinanze potrebbe, infatti,
impadronirsi del pallone. La cosa migliore è dunque di
lasciarlo semplicemente cadere all’incirca dall’altezza dei
fianchi.
Questo tipo
di movimento di rinvio serve soprattutto a raggiungere una
notevole distanza, ma non dovrebbe essere trascurata la
precisione, per la quale il portiere dovrebbe dedicare un
addestramento specifico.
Il calcio
al volo ha sempre una traiettoria piuttosto alta per cui il
pallone, rispetto agli altri tipi di rinvio, impiega più
tempo a giungere a destinazione. Esso, però, qualunque siano
le condizioni del terreno di gioco, offre sempre molta
sicurezza.
- di “drop”
Senza
entrare nel merito della sua esecuzione tecnica, che è del
tutto simile a quella usata da qualsiasi giocatore di campo,
in rinvio di “drop” o di controbalzo consente una
traiettoria tesa ed una trasmissione della palla rapida.
- da fermo
Quando il
pallone termina oltre la linea di fondo, il gioco viene
ripreso con un calcio del pallone da fermo, che sarebbe
preferibile fosse eseguito dal portiere, piuttosto che da un
giocatore di campo.
In questa
circostanza i tipi di calcio adottati per il rinvio sono:
- di collo
- di
interno
Se si vuole
inviare il pallone lontano, allora è consigliabile il calcio
con pieno collo. Se si tratta invece di effettuare un rinvio
breve e preciso, è più opportuno usare il calcio con
l’interno del piede.
IV.3. LA
TATTICA DEL PORTIERE
La tattica
è comunemente considerata come l’azione ragionata del
giocatore singole, del reparto o dell’intera squadra, allo
scopo di ottenere un determinato obbiettivo. È quindi il
ragionamento che dà un significato tattico ai vari
procedimenti tecnici, nel momento in cui li trasforma in
azione. La conoscenza della tattica è molto importante, non
meno della conoscenza tecnica vera e propria, e da essa non
può essere disgiunta in quanto la tecnica e la tattica sono
strettamente collegate. Le possibilità tattiche di un
calciatore, inoltre, come d’altronde quelle tecniche,
dipendono in larga misura dal suo grado di preparazione
fisica. L’aver sviluppato ad un grado sufficientemente
elevato le varie qualità fisiche, quali la forza di stacco,
l’agilità, la prontezza dei riflessi, la capacità di scatto,
permette all’atleta di poter scegliere le soluzioni più
favorevoli per poter intervenire con successo nelle diverse
situazioni di giuoco.
Come è
facile riscontrare anche il portiere svolge, nell’ambito
della squadra, un compito importantissimo da un punto di
vista tattico. Naturalmente i suoi comportamenti tattici
sono di natura prevalentemente difensiva, ma non escludono
completamente la sua partecipazione anche in fase offensiva.
Se l’atto tattico comporta “un’azione ragionata”, è chiaro
che esso non può manifestarsi che come risultante di una
scelta di fronte ad un’alternativa.
L’addestramento tattico, perciò, presuppone necessariamente
la presenza di compagni e di avversari. Altrimenti si
limiterebbe ad essere un puro e semplice procedimento
tecnico.
In questi
ultimi 40-50 anni, il foot-ball ha subito una profonda
metamorfosi.
Sono mutati
spesso i moduli e le tattiche di gioco, che hanno influito
anche sul comportamento tattico del portiere.
Nell’immediato dopo guerra dal “metodo” (o sistema
piramidale), che contemplava due terzini d’area, si passò al
WM che dette al portiere minore protezione.
Infatti il
WM, ideato da Herbert Chapman, costringeva il portiere a
frequentissime uscite fuori dai pali, per cui bisognava che
egli fosse agile, rapido e abile negli interventi con i
piedi.
In seguito,
con l’abbandono del WM (in Italia ebbe breve durata) e con
l’introduzione del “libero”, il portiere si trovò nelle
condizioni di agire più tra i pali che fuori di essi.
Oggigiorno
è divenuto molto più dinamico ed aggressivo, in virtù di una
preparazione fisica più accurata e di carattere scientifico.
La tendenza ad accorciare, sempre più le squadre,
ravvicinando i reparti, l’applicazione del fuori gioco
collegato con il pressing, impongono al portiere un
comportamento tattico più completo, nel senso, che gli si
richiede sia una abilità tra i pali che nelle uscite fuori
dai pali, oltre ad una più intesa collaborazione con i
compagni di squadra.
E proprio
dal modo in cui egli sa cooperare con i colleghi della
difesa emerge la sua intelligenza tattica. Egli dovrebbe
possedere tutte le caratteristiche del “playmaker”, cioè di
colui che sa dare un senso organizzativo alla squadra o ad
un reparto di essa.
In
generale, affinché fra il portiere ed i difensori si
instauri una fattiva ed efficace collaborazione e
comprensione, è necessario il rispetto di alcuni principi
comportamentali basilari:
1. è il
portiere che deve consigliare e dirigere i propri compagni
della difesa, usando un linguaggio particolare costituito da
espressioni brevi, semplici, inequivocabili
2. i
difensori debbono sempre coprire il portiere in uscita,
soprattutto in azioni difficili e su terreni scivolosi;
3. i
passaggi al portiere dovranno essere fatti lateralmente, non
in direzione della luce della porta (è preferibile un calcio
d’angolo che un autorete!)
4. il
portiere non dovrebbe mai uscire sull’attaccante avversario
se questi è ancora ostacolato da un difensore, o sta per
esserne raggiunto;
5. nel caso
di traversoni o calci d’angolo, se il portiere è costretto
ad uscire dalla porta, i due difensori più vicino debbono
piazzarsi sulla linea della porta stessa;
6. in linea
di principio, i difensori debbono evitare di occupare l’area
della porta per non disturbare il portiere nella sua azione.
Nel giuoco
del calcio, cinque si possono considerare le situazioni in
cui al portiere viene richiesto un determinato comportamento
tattico che, ad eccezione della quinta di natura offensiva,
risulta sempre essere per tutte le altre un compito
decisamente difensivo:
1. il
comportamento del portiere nei tiri in porta;
2. il suo
comportamento nei tiri a palla ferma;
3. il suo
comportamento nei traversoni dalla zona d’ala;
4. la sua
attività di sostegno al reparto difensivo:
5. la
rimessa in giuoco del pallone.
1-
Comportamento sui tiri in porta
In linea di
principio, sui tiri in porta, il portiere dovrebbe trovarsi
sempre piazzato sulla bisettrice dello spazio angolare
avente come vertice e come lati le linee immaginarie che
congiungono il pallone stesso con i pali della porta.
Questa
regola però può subire delle variazioni in base agli
sviluppi del gioco, alla posizione assunta dai compagni,
alla distanza in cui si vengono a trovare gli avversari,
alla zona del campo in cui si svolge la manovra d’attacco ed
alla predilezione del portiere stesso, che può sentirsi
portato a coprire più facilmente un lato o l’altro della
porta. Occorre comunque far rilevare che, solo in casi
eccezionali, la posizione di partenza del portiere deve
essere sulla linea di porta.
Per
restringere lo specchio della porta, è preferibile, invece,
che egli si trovi quasi sempre alcuni metri avanti ad essa.
Va da sé
che il portiere non deve avanzare troppo dalla sua linea di
porta, altrimenti il pallone potrà essere facilmente giocato
al di sopra della sua testa. Ovviamente, maggiore è la
capacità del portiere di distendersi in alto, e tanto più
potrà avanzare senza correre il pericolo di essere superato
da un pallone a parabola alta. Talvolta il portiere può
venirsi a trovare nella situazione in cui la difesa è stata
completamente superata ed un avversario in possesso di palla
sta avanzando in corsa libera verso la porta. In questo
caso, il portiere dovrebbe farsi incontro all’attaccante il
più vicino possibile, per ridurre al massimo l’angolo di
tiro.
Nell’uscire
fuori dalla porta, egli dovrebbe però osservare tre punti
fondamentali:
a) Uscire
rapidamente, ma sempre controllandosi
Il momento
in cui è opportuno che il portiere si sposti rapidamente è
mentre il pallone si trova fuori dalla distanza di giuoco
del giocatore attaccante. Una volta che l’attaccante viene a
trovarsi in condizione di poter giocare il pallone, cioè
quando è presumibile che l’attaccante possa calciare in
qualsiasi momento, allora il portiere dovrebbe spostarsi con
molta più cautela ed assicurarsi di essere bene in
equilibrio per potersi muovere rapidamente in qualsiasi
direzione venga calciato il pallone. Se il portiere sta
avanzando velocemente nel momento in cui il tiro viene
effettuato, gli sarà quasi impossibile effettuare un
movimento laterale per parare il pallone.
b)
Mantenere la posizione eretta, non tuffarsi in anticipo
prima del tiro
E’ un
errore basilare tuffarsi prima che sia stato scoccato il
tiro, perché, una volta che il portiere si è tuffato a
terra, viene completamente escluso dalla partecipazione al
giuoco e diventa semplicissimo per l’attaccante avversario
evitarlo o superarlo con un pallonetto direttamente
indirizzato in porta. È necessario quindi che sia
l’attaccante a fare il primo movimento.
c) Fare in
modo che il corpo costituisca una lunga barriera quando si
getta a terra
La barriera
dovrebbe essere disposta trasversalmente all’angolo formato
dal pallone e dai due pali della porta.
2)comportamento difensivo in situazioni a palla ferma
La
statistica ci fa rilevare che circa il 40% delle reti
provengono da azioni direttamente collegate con tiri a palla
ferma. La causa, molto probabilmente, va ricercata nel fatto
che in tali situazioni, da parte della difesa in genere,
compreso il portiere, vengono commessi errori di
organizzazione, di preparazione o di concentrazione.
Durante le
situazioni di gioco a palla ferma si devono affrontare
difficoltà particolari per i seguenti motivi:
- la
squadra attaccante può piazzare numerosi giocatori in
posizione preordinata;
- il
regolamento non concede di operare un marcamento ad uomo sul
giocatore in possesso del pallone, vale a dire su quel
giocatore incaricato della ripresa di gioco.
Pertanto la
squadra difendente deve assolvere contemporaneamente a due
compiti principali: marcare i giocatori avversi e
controllare le zone del campo più pericolose.
a) calci di
punizione
La
pericolosità dei calci di punizione è tanto maggiore quanto
minore è la distanza dalla porta. Sui calci di punizione
nelle vicinanze dell’area di rigore, è necessario che venga
costruito un “muro”, cioè una barriera, affinché risulti
completamente chiusa una parte della luce di porta. La
distanza della barriera, secondo quanto stabilisce il
regolamento, dovrà essere di almeno m 9,15 dal pallone.
Di solito
la barriera viene organizzata da un giocatore di campo in
collaborazione con il portiere, il quale si dispone vicino
ad uno dei pali della porta, per allinearsi con il margine
esterno della barriera. Così facendo, però, il portiere
lascia incustodita una parte della porta, per cui alcuni
teorici consigliano che del “muro” debba preoccuparsi un
“capo barriera”, al quale soltanto spetterà il compito di
formare la barriera. Liberato dalla preoccupazione della
barriera, il portiere potrà concentrarsi maggiormente sulla
difesa della propria porta e sul controllo degli avversari.
Alla
formazione di questa barriera si giunge attraverso alcune
operazioni semplicissime. Innanzitutto il capo barriera si
collocherà che unisce la palla con il palo della porta più
vicino ad essa, indi al suo fianco si disporranno gli altri
componenti della barriera. Se nella formazione di questa si
ritengono necessari 4 giocatori, due si allineeranno
all’interno rispetto al giocatore in linea col palo, ed uno
all’esterno. È assolutamente necessario che un giocatore
copra lo spazio all’esterno della linea tra il pallone ed il
palo della porta, allo scopo di respingere un tiro curvo “ad
effetto” che cerchi di aggirare la barriera dal lato
esterno.
Una
barriera composta da 4-5 giocatori dovrebbe essere
sufficiente per coprire più della metà della luce della
porta.
In linea di
principio, è un errore impiegare in barriera più giocatori
del necessario, in quanto occorre anche provvedere a marcare
gli avversari che si trovano in zone ritenute pericolose.
Solo sui
tiri liberi indiretti all’interno dell’area di rigore, può
essere predisposta una barriera composta da un maggior
numero di giocatori.
Inoltre a
far parte del “muro” non dovrebbero essere chiamati i
migliori difensori perché questi dovrebbero controllare e
marcare gli attaccanti più pericolosi che potrebbero
ricevere il passaggio dal tiratore.
La
posizione del portiere dovrebbe essere lateralmente rispetto
alla barriera; non dietro di essa, o che passi al di sopra
della barriera stessa.
Prima di
chiudere il discorso che riguarda la barriera, va chiarito
ancora un punto.
I giocatori
che formano il “muro”, di frequente, si uniscono tra loro
tenendosi per le braccia, oppure si tengono legati intorno
alla vita. Si tratta di un comportamento errato, perché i
giocatori dovrebbero essere liberi di uscire dalla barriera
una volta che il tiro è stato effettuato. Per proteggersi,
invece, da un pallone che viene scagliato con violenza
contro di loro, i giocatori dovrebbero incrociare le mani a
copertura del basso ventre ed inclinare leggermente in
avanti il capo per evitare che il pallone possa colpirli in
pieno viso.
b) calci
d’angolo
In
occasione dei calci d’angolo a favore degli avversari, è
necessario prendere in considerazione non solo la giusta
posizione del portiere, ma anche tutta l’organizzazione
difensiva. La posizione del portiere è in stretta relazione
con quella dei suoi compagni. È consigliabile distaccare un
giocatore alla distanza regolamentare di m 9,15 dal pallone
al fine di ostacolare il tiro. Si crea così disturbo al
tiratore sia che egli si accinga a calciare con effetto
verso la porta, oppure verso l’interno del campo di gioco.
Inoltre si può intervenire nel caso in cui il calcio
d’angolo venga giocato “corto”, cioè venga effettuato un
passaggio ad un compagno vicino.
Quando si
verifica questa situazione sarebbe opportuno che dalla zona
antistante la porta si distacchi un altro giocatore in aiuto
al primo. Ovvio che i difendenti piuttosto abili nel gioco
aereo rimangono vicino alla porta.
Circa la
posizione del portiere, a mio avviso, si ritiene che egli
non debba piazzarsi in prossimità del palo più lontano,
bensì dovrebbe occupare una posizione che sia quasi centrale
rispetto alla luce della porta ed anche un po’ più verso il
primo palo.
I motivi a
sostegno di questa tesi sono:
a) nel caso
di palloni ad effetto indirizzati al primo angolo della
porta, il portiere potrebbe arrivare in ritardo, qualora
partisse dal palo più lontano;
b) se
dovesse rendersi necessario un intervento sul primo palo, il
portiere potrebbe incontrare difficoltà nell’attraversare
un’area affollata di giocatori, partendo sempre dal secondo
palo.
Poiché
ritengo che il portiere debba possedere le caratteristiche
del “playmaker”, è compito suo guidare i difensori ed
assegnare ad ognuno la giusta posizione da assumere sui
corners. Egli dovrà preoccuparsi che, entro la zona compresa
tra l’area piccola ed il limite dell’area di rigore, ogni
avversario sia “marcato” dal lato della porta.
In
conformità all’applicazione del fuori-gioco, allorché il
pallone viene respinto lontano, verso il centro del campo,
sarà sempre il portiere, con termini decisi, a fare scattare
contemporaneamente in avanti tutti i giocatori per mettere
gli avversari in fuori gioco.
c) calcio
di rigore
E’ senza
dubbio la situazione di gioco a palla ferma più pericolosa
per il portiere, il quale, nella maggior parte dei casi, è
destinato a soccombere di fronte ad un tiro effettuato ad
opera d’arte. Mi limito, in questo caso, a dare alcuni
accorgimenti che, con l’ausilio di un piccolo errore da
parte del tiratore, possono aiutare il portiere a parare il
rigore.
Poiché il
regolamento richiede che il portiere stia fermo sulla linea
di porta, sino a quando la palla non viene calciata
dall’avversario, al fin di ridurre lo specchio della porta,
è preferibile che il tuffo del portiere non avvenga sulla
linea di porta, ma su una direzione perpendicolare alle
linee immaginarie che uniscono i pali della porta al pallone
collocato sul dischetto del calcio i rigore.
Ci sono
portieri che studiano la partita per una settimana, che
prendono in esame le doti particolari e le propensioni degli
attaccanti avversari, che sanno di ciascuno come si liberano
in dribbling, come battono di piede, con quale angolatura
tirano in porta. Inoltre prendono appunti, leggono
attentamente i giornali e seguono con scrupolo la TV per
rendersi conto sul come gli specialisti calciano il penalty.
Tutto ciò al fine di aumentare le loro possibilità di
parata.
A puro
titolo orientativo, ai giovanissimi si potrà dire che
normalmente chi calcia il rigore di sinistro indirizza la
palla a destra del portiere e viceversa.
3) Il
comportamento del portiere sui traversoni alti provenienti
dalle fasce laterali
Non c’è
niente che testimoni così bene la sicurezza e l’autorità del
portiere quanto i traversoni. A prima vista sembrerebbe che
dal momento che dal momento che al portiere è concesso l’uso
delle mani, i traversoni non dovrebbero costituire un
problema. In effetti così non è. Ci sono, in pratica, molti
accorgimenti che un portiere è tenuto a conoscere.
Se il
traversone sta cadendo troppo lontano dalla porta e l’area
di rigore è troppo affollata di giocatori (compagni ed
avversari), per cui il portiere non è di sicuro di poter
raggiungere il pallone, egli deve restare tra i pali. Ogni
intervento fuori dai pali deve avvenire quando non si ha il
minimo dubbio di poter intercettare o impadronirsi del
pallone. Ogni indecisione può essere fatale. In altri
termini, il portiere deve saper giudicare in base alle sue
capacità di elevazione e di velocità, se è in grado di
percorrere nel giusto tempo la distanza che lo separa dal
pallone. Inoltre deve decidere rapidamente se afferrare il
pallone o respingerlo di pugno. Se la decisione è quella di
afferrare il pallone, allora questo deve essere preso nella
parte più alta della traiettoria.
Se invece
la decisione è di colpire di pugno il pallone, soprattutto
se è pressato dagli avversari, allora deve cercare di
indirizzarlo in alto, distante e lateralmente.
4)
Azione di sostegno al reparto difensivo
Il portiere
deve sempre trovarsi in una posizione da cui può sostenere
la difesa, cioè a dire di ridurre lo spazio esistente tra il
difensore più arretrato e la propria porta.
Per
esempio, quando i propri compagni stanno effettuando
un’azione offensiva a “pressing” verso la porta avversaria
ed i difensori più arretrati si trovano all’incirca sulla
linea di centrocampo, il portiere dovrebbe spostarsi fino ai
margini della propria area di rigore. Da questa posizione
gli sarà anche più facile dare dei suggerimenti e delle
istruzioni ai propri compagni e seguire con maggiore
attenzione gli sviluppi del gioco.
E’
assolutamente necessario che il portiere rimanga concentrato
per tutto il periodo della gara. La mancanza di
concentrazione è il grande nemico dei portieri, specialmente
nelle partite in cui sono poco impegnati.
5)
Rinvio e rimessa in gioco del pallone
Mentre le
quattro situazioni di gioco di carattere tattico prese
finora in considerazione, si riferiscono al comportamento
difensivo del portiere, il rinvio e la rimessa in gioco del
pallone, per il portiere, è l’unico atto di natura
offensiva.
Si afferma
giustamente che spesso è dal portiere che può avere inizio
una azione di attacco vera e propria.
Già prima
di impadronirsi del pallone, egli deve avere una visuale
completa della dislocazione in campo dei compagni, ai quali
poter trasmettere la palla tramite un rinvio, con la mano o
con il piede, appena ne entra in possesso.
Le forme di
rinvio e di rimessa sono state spiegate dettagliatamente
nella parte riservata alla tecnica.
Sotto
l’aspetto tattico, con avversari che hanno il predominio
della zona centrale del campo o che praticano con successo
il “pressing” è buona norma effettuare rinvii di lunga
gittata, nel tentativo di sorprendere la difesa avversaria.
Ciò si
rende opportuno anche nel caso in cui si disponga di
attaccanti veloci e particolarmente abili nel gioco aereo. È
preferibile invece utilizzare passaggi precisi a breve ed a
media distanza nel caso in cui, per motivi contingenti, si
voglia mantenere il possesso del pallone o si è in grado,
tramite azioni collettive, di costruire il gioco partendo
dalle retrovie.
A
conclusione di questo capitolo, mi preme ricordare che anche
le condizioni climatiche e del terreno di gioco posso
influire sul comportamento tattico del portiere. Infatti se
la superficie del terreno è dura ed il pallone,
conseguentemente, rimbalza molto, è bene impadronirsene e
controllarlo già in volo. Se invece il terreno è bagnato,
con fondo scivolo, il pallone sarà viscido ed il portiere
solo con difficoltà è in grado di afferrarlo. È bene allora
che i portieri prestino attenzione a questo fatto ed
afferrino il pallone solo quando hanno la certezza assoluta
di poterlo bloccare. Altrimenti essi devono deviarlo o
colpirlo di pugno.
Infine, se
si gioca contro vento, è preferibile rinviare o rimettere il
pallone raso-terra o vicino al terreno, in quanto i palloni
con traiettoria alta, il vento li trascina nella sua
direzione.
IV.4.
ESERCIZI TATTICI PER IL PORTIERE
Esercizi
tattici
1)
L’allenatore, situato sulla linea del centro-campo con 5
palloni, calcia violentemente in alto un pallone in
direzione della porta o in un punto dell’area di rigore. Il
portiere in uscita, afferrerà il pallone, lo guiderà col
piede fino al limite dell’area di rigore e di qui, con un
calcio in diagonale, lo passerà all’altro portiere.
L’allenatore calcerà il secondo pallone e nel frattempo
l’altro portiere correrà verso di lui, mentre il primo
portiere, bloccato col pallone, lo guiderà di piede fino al
limite dell’area di rigore e di qui, questa volta, con la
mano lo lancerà al secondo portiere che si troverà in
posizione di tiro. L’esercitazione prevede da parte del
primo portiere alternativamente un rinvio di piede ed uno
con la mano. Dopo che l’allenatore avrà calciato i 5 palloni
a disposizione, i portieri si scambiano di ruolo.
2) A
coppie: un portiere situato a centro campo, l’altro sulla
linea di porta; entrambi con un pallone a testa. Ognuno,
facendo cadere il pallone dalle mani, lo calcia al volo in
direzione dell’altro. È importante indirizzare la sfera in
direzione del partner.
3) Stesso
esercizio, solo che il rilancio del pallone viene ostacolato
da avversario (posto a circa 9 metri di distanza), che tenta
di intercettare il passaggio.
4)
L’allenatore
IV.5. LA
SEDUTA DI ALLENAMENTO DEL PORTIERE
Le sedute
di allenamento dei portieri variano a seconda dell’età, il
valore, la categoria cui appartengono. In linea generale,
tuttavia, ciascuna seduta si avviluppa attraverso tre fasi:
1) Fase
introduttiva o di riscaldamento;
2) Fase
centrale o principale;
3) Fase
conclusiva o di ritorno alla calma.
1. Fase
introduttiva o di riscaldamento
Essa ha lo
scopo di preparare l’organismo a sopportare i carichi di
lavoro, ai quali verrà sottoposto in seguito.
I vantaggi
derivanti dalla fase di riscaldamento sono noti, per cui
ritengo cosa superflua farne oggetto di una
particolareggiata trattazione.
La durata
di questa fase introduttiva, in relazione alle
caratteristiche individuali dei giocatori, alle condizioni
climatiche ambientali, all’entità del lavoro da effettuare
successivamente, può variare da un minimo di 15 minuti a
20-30 minuti e anche oltre.
Per quanto
riguarda il contenuto, questa fase di avvio comprende in
prevalenza esercitazioni di corsa leggera, alternata di
tanto in tanto, da movimenti di mobilizazzioni interessanti
le principali articolazioni del corpo e si conclude con 5/6
allunghi a velocità crescente su tratti di 50/60 m.
Da questo
tipo di riscaldamento, che posso definire informale e che di
solito si effettua prima di ogni seduta di allenamento,
bisogna distinguere il riscaldamento pre-gara o formale,
cioè specifico, che presenta le caratteristiche di prevedere
oltre l’esecuzione di alcuni dei movimenti sopra descritti,
una serie di esercitazioni a carattere tecnico- specifico
riguardante i movimenti tipici che si riscontrano in
partita, allo scopo di ripassare lo schema motorio nei suoi
particolari e nel suo complesso. Per i portieri, si tratta
di eseguire tutta una serie di movimenti con il pallone
(bloccaggio, respinte di pugno, tuffi, ecc.) riguardanti
fondamentali della tecnica specifica del suo ruolo.
Il
riscaldamento che precede la partita dura complessivamente
dai 30 ai 45 minuti, a seconda delle abitudini, e deve
concludersi 10-15 minuti prima dell’inizio della
competizione (da non trascorre da fermi ma in continuo
leggero movimento, per consentire al giocatore di iniziare
la gara in stato di assoluta freschezza).
Infatti è
opportuno che all’inizio della partita il portiere sia sì
riscaldato, ma non in debito di ossigeno.
2- fase
centrale o principale
E’ quella
che stabilisce il carattere specifico della seduta di
allenamento. Essa determina se sarà di natura tecnica,
tattica o mista.
In
quest’ultimo caso è consigliabile che le varie esercitazioni
abbiano sviluppo secondo una sequenza razionale, in modo che
vengano svolte in maniera ottimale.
In breve,
si dovrebbe iniziare con le esercitazioni tecnico-tattiche,
per passare via via a quelle di velocità, di forza e, per
ultime, a quelle per la resistenza che, pur non essendo una
qualità specifica per il ruolo del portiere, va comunque di
tanto in tanto presa in considerazione. Il principio
fondamentale che va rispettato nella successione degli
esercizi da eseguire nell’ambito della stessa seduta di
allenamento, è quello di dare la precedenza soprattutto a
quegli esercizi che richiedono la freschezza del sistema
nervoso.
Tra le
varie fasi della seduta di allenamento, quella centrale ha
la durata maggiore (circa il 60/70 per cento del totale) ed
il carico più elevato.
3- fase
conclusiva
Dopo un
allenamento di notevole carico non è opportuno sospendere
improvvisamente la seduta. Un arresto repentino
dell’attività potrebbe essere nocivo per l’organismo umano,
che ritorna più facilmente alla sua funzione normale se
l’intensità del lavoro viene diminuita gradatamente prima di
una interruzione completa. Questa fase è costituita
essenzialmente da esercizi di rilassamento, di stretching,
corsa in decontrazione, esercizi di respirazione, cioè tutte
esercitazioni di carattere defaticante aventi lo scopo di
riassorbire, almeno in parte, mediante il cosiddetto “riposo
attivo” le sostanze tossiche che si sono prodotte
nell’organismo durante il lavoro di allenamento vero e
proprio.
Il
programma di lavoro settimanale del portiere
Le sedute
specifiche di allenamento del portiere, in palestra o sul
campo di gioco, si inscrivono normalmente nel programma di
lavoro settimanale, annuale e generale.
A titolo
esemplificativo, presento un programma settimanale del
periodo agonistico comprendente 6 sedute di allenamento,
tramite le quali è possibile interessare tutti gli aspetti
della specificità del portiere.
Naturalmente si tratta di una frequenza elevata di
allenamento, possibile da attuare prevalentemente a livello
professionistico, sia con i portieri delle prime squadre che
con quelli del settore giovanile.
|

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Martedì |
Mercoledì |
Giovedì |
Venerdì |
sabato |
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1°
seduta
2° seduta |
-
Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi di velocità e di rapidità di reazione
- Esercizi di agilità e di acrobatica
- Esercizi di tecnica specifica |
-
Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi specifico di tipo tecnico-tattico
-Esercizi di rapidità di reazione
- Esercizi di tecnica specifica ( tiri in porta da
varie direzioni) |
-
Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi di agilità e di acrobatica
- Esercizi di tecnica specifica
- Gara di allenamento |
-
Esercizi di mobilizzazione
- Esercizi di muscolazione
- Esercizi tecnico-tattici |
-
Esercizi di velocità
- Esercizi tecnico-tattici su palle inattive |
Soprattutto
nelle squadre dilettantistiche si verifica molto spesso che
l’allenatore, non avendo a disposizione un collaboratore,
faccia allenare i portieri da soli.
Questa
situazione può risultare anche opportuna, qualora si intenda
impostare un lavoro di tipo specifico, non limitato ad una
specie di appendice post-seduta.
L’addestramento individuale o a coppie si presenta quindi
come esigenza inevitabile per i portieri in quanto questo
ruolo particolare richiede cure meticolose.
Le
esercitazioni esemplificative che espongo, da svolgersi dopo
la fase di riscaldamento insieme a tutti i componenti della
squadra, servono come consiglio per gli allenatori al fine
di indicare ai loro portieri alcune possibilità di
addestrarsi da soli o a coppie.
A) Il
portiere si allena da solo
1) Il
portiere si lancia il pallone in alto e lo va a riprendere
con un balzo. Egli deve cercare di afferrare il pallone il
più in alto possibile.
2) Come
l’esercizio precedente, ma con respinta di pugno del
pallone.
3) Il
portiere si lancia il pallone in alto, in direzione laterale
alternativamente a sinistra ed a destra e lo va ad afferrare
con un balzo in estensione.
4) Il
portiere si siede sul terreno con le gambe divaricate e si
lancia il pallone in alto, in direzione laterale, in modo da
afferarlo cadendo sul terreno con la corrispondente parte
laterale del corpo.
5) Il
portiere si tuffa alternativamente a destra ed a sinistra
verso alcuni palloni fermi a terra. I palloni vengono
afferrati ma si lasciano, però, sul terreno. I palloni
verranno sistemati ad una distanza tale dal portiere, come
se questi debba andare a raggiungerli vicino ai piedi della
porta.
Esercizi
alla parete
6) il
portiere si esercita ad afferrare i palloni che egli stesso
ha lanciato contro la parete. L’altezza del lancio deve
essere da lui variata in modo che la presa del pallone
avvenga del pallone a differenti altezze.
7) Il
portiere lancia il pallone contro la parete in direzione
obliqua, in modo da essere costretto ad effettuare in volo
la parata, senza tuttavia cadere sulla parte laterale del
corpo.
8) Il
portiere, rimanendo sul posto, si esercita a colpire
alternativamente con il pugno destro e sinistro il pallone
contro la parete all’altezza della testa.
9) Il
portiere si esercita a colpire con entrambi i pugni uniti il
pallone che rimbalza dalla parete.
10) Il
portiere, con le spalle, alla parete, lancia il pallone al
di sopra della testa, si gira rapidamente e lo afferra
mentre sta rimbalzando.
11) Come
l’esercizio precedente, ma con lancio del pallone in
direzione laterale. Questo esercizio richiede una maggior
capacità di reazione nel girarsi e nell’afferrare il pallone
di rimbalzo.
B) I
portieri si allenano in coppia
1) Tuffi
alternati a destra ed a sinistra, su palloni lanciati con le
mani a mezz’altezza del partner.
2) Un
portiere si pone in ginocchio e afferra a terra,
alternativamente a sinistra e a destra, il pallone lanciato
dal collega
3)
Lanciarsi vicendevolmente con le mani, da brevissima
distanza e con violenza, il pallone, che deve essere
bloccato.
4) Tiri
mezz’altezza di drop, in direzione leggermente laterale. Con
un rapido spostamento del corpo disporsi dietro al pallone e
pararlo, cercando possibilmente di bloccarlo.
5)
Respingere di pugno il pallone in direzione del compagno che
ha effettuato il lancio. Scambio di compiti ogni venti
lanci.
6) Un
portiere situato sulla linea di porta, l’altro di fronte
sulla linea dell’area di rigore. P2 lancia il pallone per
terra, con la mano o con il piede, nella direzione della
porta e scatta dietro al pallone. P1 esce rapidamente dalla
porta, blocca il pallone e lo difende dall’intervento di P2,
che simula così l’azione dell’attaccante. L’esercizio si
ripete per 5 volte, poi i portieri si scambiano i posti.
7) Tuffi a
sinistra e a destra e a differenti altezze. Lo stesso
esercizio può essere eseguito, facendo precedere ogni tuffo
da una giravolta.
8) Due
porte vengono fissate sul terreno ad una distanza di circa
15 m. I due portieri, uno di fronte all’altro, si collocano
al centro della rispettiva porta. Uno di essi è in possesso
del pallone. Alternativamente, i due portieri calciano il
pallone con una traiettoria ad arco oppure raso terra.
Quindi effettuato la parata secondo un modo prestabilito
oppure a piacere. Anche il tipo di calcio può essere variato
secondo le direttive dall’allenatore.
9) La
dislocazione dei due portieri è analoga a quella
dell’esercizio precedente, con la variante che ciascuno di
essi è in possesso di un pallone e che, all’inizio, i
giocatori si collocano sul rispettivo lato destro della
porta. Contemporaneamente i due lanciano il pallone con la
mano, facendolo rotolare sul terreno e indirizzandolo
nell’angolo opposto rimasto libero e, quindi, con un tuffo
radente al terreno, afferrano il pallone lanciato dal
compagno. Rialzandosi, effettuano il movimento analogo verso
l’altro lato della porta. L’esercitazione si svolge in
continuità. Ogni 6-8 tuffi, è opportuno concedere brevi
periodi di pausa (30-40 secondi).
10) Dei due
giocatori impegnati, uno si colloca al centro fra le due
porte. L’altro, in funzione di lanciatore, si pone
lateralmente a circa sei metri di distanza. Il lanciatore
avrà due, tre palloni a disposizione, affinché la serie dei
movimenti non subisca pause. L’esercitazione consiste in un
tiro, da parte del lanciatore, verso una delle due porte,
raso terra od a parabola, secondo quanto prestabilito. Il
portiere dovrà cercare di bloccare il pallone prima che
entri in porta, e quindi rinviarlo di nuovo al lanciatore.
Si porterà quindi rapidamente verso il centro (nella
posizione iniziale) per effettuare una successiva parata del
pallone che il lanciatore invierà verso l’altra porta. Dopo
la prevista serie di lanci e di rispettive parate (8-10), i
giocatori si scambieranno i ruoli. Questa esercitazione ha
come obiettivo l’addestramento a parare dei palloni correndo
verso la propria porta.
11) Le due
porte vengono collocate in linea tra loro in modo che i due
pali più vicini si vengano a trovare ad una distanza
variabile tra 1 e 4 metri, in relazione all’età e
all’agilità dei portieri. Il giocatore che ha la funzione
del portiere si colloca in piedi, sull’angolo esterno di una
porta. L’altro giocatore, il quale ha la funzione del
lanciatore, prende il posto al centro fra le due porte, a
circa 12 metri di distanza ed ha a sua disposizione almeno
due palloni. Il lanciatore invia il pallone – raso terra
oppure a parabola – verso la porta rimasta libera, ed il
portiere dovrà impadronirsi, mediante alcuni passi di
rincorsa e successivo tuffo, radente al terreno od in volo.
Il lancio, ovviamente, dovrà essere blando o comunque tale
da consentire la relativa parata. Dopo una serie di 6-8
ripetizioni consecutive, è opportuno invertire i ruoli, per
consentire ad ogni giocatore un adeguato recupero.
12)
Esercizi di pallavolo da seduti per rinforzare le dita delle
mani.
Allenamento
per i portieri secondo il metodo del circuit-training
Come è
noto, il “circuit training” consiste nell’effettuare,
secondo una successione prestabilita, una determinata serie
di esercizi. Nato come metodo per lo sviluppo della forza e
della resistenza muscolare, nell’ambito dell’allenamento
calcistico opportunamente modificato, esso viene utilizzato
anche per lo sviluppo di altre qualità fisiche, quali la
resistenza organica, la velocità, la mobilità articolare e
per un addestramento tecnico o tattico.
Proprio per
queste sue molteplici possibilità di applicazione, io lo
ritengo altresì come un metodo idoneo per svolgere un
allenamento specifico per i portieri.
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