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Il tiro a effetto nel calcio
Il tiro a effetto nel calcio consiste nell’imprimere col
piede al pallone un moto
rotatorio, oltre che un forte impulso di traslazione. In
questo modo la traiettoria
della sfera di cuoio può incurvarsi nell’aria, scavalcando
ostacoli come una barriera
e sorprendendo le aspettative del portiere. La spiegazione
di questo effetto rimanda
all’effetto Magnus che, a sua volta, si appella a una
legge fondamentale della
meccanica dei fluidi. Questi principi sono alla base del
fenomeno della portanza.
Come dimenticare le reti segnate da Maradona su calcio di
punizione? Questi
riusciva a imprimere al pallone una traiettoria curvilinea
che scavalcava ogni barriera
e sorprendeva il portiere. I suoi tiri a effetto erano un
mirabile incontro di sport, arte e
fisica. In questo breve articolo è però solo di quest’ultima
che possiamo occuparci.
Assodata l’abilità del “Pibe”, cerchiamo di capire come un
oggetto che si muova in
aria a seguito di un impulso possa seguire un percorso
inarcato.
Diego Armando Maradona,
il giocatore argentino detto “el pibe de oro” per la sua
abilità col
pallone. Qui è ritratto in un incontro di beneficenza del
2005. Sono passati alla storia i suoi tiri a
effetto, capaci d’imprimere al pallone traiettorie incurvate
che sorprendevano i portieri.

http://www.raisport.rai.it/RaiSport/pub/static/86400/20051110BocaMaradona7.jpg
Torniamo con la memoria agli anni scolastici e rinfreschiamo
il principio d’inerzia:
un corpo non sottoposto a forze mantiene il suo stato di
quiete o di moto rettilineo
uniforme. È quanto succede ad esempio agli oggetti che
traslano a velocità costante
nello spazio siderale lontano dai campi gravitazionali. In
molti film di fantascienza
capita di vedere corpi che si perdono nelle vastità cosmiche
seguendo una linea retta,
mentre volteggiano come girandole.
Ma il calcio si gioca sulla Terra dove la rotazione del
pallone su sé stesso provoca
effetti caratteristici. Qui le forze ci sono, eccome:
gravità e attrito con l’aria. La legge
d’inerzia non trova quindi piena applicazione. È in
particolare l’aria a consentire il
tiro a effetto. S’essa non ci fosse le traiettorie dei gravi
lanciati sarebbero delle
perfette parabole. Così, poiché la gravità agisce solo
verticalmente, se osservassimo
un ipotetico campo di calcio lunare dall’alto potremmo avere
l’impressione che il
movimento di un pallone calciato sia rettilineo e avvenga a
velocità costante.
L’aria presente sul nostro pianeta rallenta il moto e
schiaccia i percorsi: le
traiettorie dei corpi lanciati non sono più paraboliche. Per
spiegare il tiro a effetto non
basta però tenere conto di questi fattori; occorre
considerare la rotazione del pallone.
Supponiamo allora di osservare dall’alto un pallone che
trasli in avanti. Qualcuno
potrebbe aspetterebbe ch’esso deviasse nel verso opposto
rispetto al suo senso di
rotazione. Così, una rotazione oraria dovrebbe spostare il
pallone a sinistra, poiché
l’aria soffia sul lato sinistro in modo discorde rispetto
alla superficie, frenando
maggiormente la sfera di cuoio da quella parte.
Le cose vanno invece diversamente e la traiettoria piega a
destra. Per capire il perché dobbiamo appellarci al
cosiddetto
“effetto Magnus”. Heinrich Gustav Magnus, scienziato
tedesco, lo scoprì nel 1852.
Heinrich Gustav Magnus (1802-1870),
fisico e chimico tedesco, studiò tra le altre cose gli
effetti
aerodinamici.

http://www.sil.si.edu/digitalcollections/hst/scientific-identity/fullsize/SIL14-M001-04a.jpg
L’effetto Magnus è dopotutto un’applicazione di una
legge fluidodinamica
fondamentale, anch’essa derivata da altre relazioni fisiche.
Essa è alla base del
fenomeno della portanza aerodinamica, oggi ampiamente
studiata in vari settori,
come nell’ingegneria aeronautica e nella progettazione delle
auto di formula 1.
La legge in questione è stata stabilita per la prima volta
in un lavoro sulla meccanica dei
fluidi compiuto nel XVIII secolo dallo svizzero Daniel
Bernoulli. Possiamo dire
ch’essa è in sostanza una forma del principio di
conservazione dell’energia (o prima
legge della termodinamica), valida per i fluidi che si
trovino in determinate
condizioni.
Nella relazione di Bernoulli l’energia contenuta in
una piccola massa locale di
fluido in movimento risulta data da un termine che si
riferisce alla quota dov’essa
scorre (energia potenziale dipendente dal campo
gravitazionale), da un termine
relativo alla velocità di spostamento (energia cinetica
della massa) e da un termine
legato alla pressione (lavoro compiuto dalle forze di
superficie per spostare la massa
di fluido).
La legge di Bernoulli è applicabile se il fluido non genera
vortici, se non è viscoso
né comprimibile e se il suo moto non cambia nel tempo. In
queste condizioni, più o
meno imperanti in una vasta gamma di casistiche, non c’è
dissipazione per attrito
interno e l’energia si conserva nel fluido, componendosi dei
tre suddetti termini.
Pertanto, a parità di quota, dove un fluido bernoulliano
perde velocità esso deve
acquisire pressione e, viceversa, dove la pressione cresce
diminuisce la velocità di
flusso.

Daniel Bernoulli (1700-1782),
medico, fisico e matematico svizzero. Lavorò col celebre
Eulero e
discende da una prestigiosa famiglia basilese di scienziati.
Il teorema fondamentale della
meccanica dei fluidi è centrale nella scienza e porta il suo
nome.
http://www.mathematik.ch/mathematiker/DaBernoulli.jpg

Rappresentazione grafica dell’equazione di Bernoulli.
L’altezza totale delle colonne esprime il
carico (energetico) totale che il fluido bernoulliano si
trova ad avere lungo la sua linea di flusso.
La colonna più a destra illustra una condizione tale per cui
il fluido, posto a una certa quota, si
trova a perdere pressione e, di conseguenza, a guadagnare
velocità di scorrimento. Questo capita,
ad esempio, s’esso incontra una strettoia (rastremata, che
non genera vortici), come indicato nella
figura. In tal caso si parla anche di “effetto Venturi”.
Grafica dell’autore.
Prendiamo l’ala di un aeroplano e osserviamola in sezione.
La sua parte superiore
segue un profilo più lungo rispetto alla porzione inferiore;
come dire che sopra essa è
bombata e sotto risulta più piatta. Questo significa che i
filetti d’aria che la
lambiscono senza generare turbolenze scorrono più veloci
sopra di essa che non sotto
di essa. La ragione è presto spiegata. Quando l’ala si
sposta essa separa il flusso
(relativo) dell’aria in due porzioni laminari. Possiamo
pensare che quella che scorre
sopra, dovendo battere un tragitto più lungo, formi dei
vuoti o dei cali pressori verso
la coda dell’ala. Ma questo squilibrio è virtuale, dato che
viene subito compensato.
Infatti, qualunque accenno alla formazione di un vuoto ha
come conseguenza
immediata il risucchio di aria dalle zone circostanti.
A essere coinvolta è proprio
l’aria che lambisce l’aria sopra l’ala, quella che già
scorre verso la coda. In sostanza,
accade che il deflusso sopra l’ala subisca una spinta e
quindi venga accelerato verso
la coda a una velocità superiore di quella che
contraddistingue l’aria sotto l’ala che
segue un percorso più breve. Così, anche se il tragitto
sopra l’ala è più lungo di quello
sotto l’ala, le due correnti laminari si ricongiungono in
coda dopo uno stesso
intervallo di tempo, senza generare squilibri.
A questo punto entra in ballo la legge di Bernoulli. Poiché
nel flusso inferiore la
velocità è più bassa rispetto al flusso superiore la
pressione sotto l’ala deve essere più
grande di quella sopra l’ala. La differenza tra le due
pressioni, esercitata sulla
superficie dell’ala, genera una risultante diretta dal basso
verso l’alto che è nota come
portanza e che regge il velivolo in aria.
Nelle auto da corsa l’ala viene montata capovolta, in modo
da ottenere una spinta
verticale verso il suolo che aumenta la tenuta dei
pneumatici ad alte velocità. Un altro
esempio spiccio della legge di Bernoulli è il caso familiare
del fumo delle sigarette
che esce dall’abitacolo di un’auto in corsa: la pressione
dell’aria ferma all’interno è
maggiore di quella esterna dove si hanno correnti relative
veloci.

La condizione per i tiri a effetto di Maradona è del tutto
similare a quanto qui
discusso: il citato effetto Magnus implica la generazione di
una portanza. Come l’ala
di un aeroplano, anche il pallone attraversa in velocità
l’aria e ne divide due correnti.
A differenza dell’ala, il pallone ruota però su sé stesso, a
seguito di un calcio ben
assestato sul fianco. È proprio tale rotazione a generare un
effetto di portanza che
altrimenti la forma simmetrica del pallone non sarebbe in
grado di garantire.
Il punto è che la rotazione del pallone trascina con sé
l’aria circostante, ponendone
in circolazione una serie di strati concentrici. Poiché,
oltre a ruotare, il pallone si
sposta nello spazio, un flusso d’aria uniforme si combina
con i moti concentrici.
Dove le correnti sono concordi la velocità dell’aria
aumenta, mentre diminuisce dove
esse si contrastano. L’aria da un lato del nostro pallone è
dunque rallentata, mentre
quella sull’altro lato scorre più velocemente. Ebbene, sul
primo lato la pressione deve
essere maggiore che sul secondo (Bernoulli). Ecco allora che
ne deriva una portanza
e la sfera viene sospinta continuamente da una parte.
Maradona forse non lo sapeva,
ma il suo piede sì.

Roberto Weitnauer
tratto dal sito www.kalidoxa.com |